Archive for ◊ novembre, 2008 ◊

Author: Juana
• domenica, novembre 30th, 2008

Era accaduto altrove, e’ accaduto infine anche qui. Era inevitabile che accadesse: la crisi ha raggiunto Londra. I possibili rimedi paventati da Gordon Brown hanno occupato le pagine dei quotidiani per giorni, con commenti controversi e decine di opinioni diverse. Gordon Brown afferma: occorre prendere delle misure straordinarie per fronteggiarla. Percio’ via al taglio delle tasse: riduzione dell’iva dal 17.5% al 15%. Troppo poco per riparare al boom di spese richiesto dal crollo dell’economia, dicono gli esperti. Alcune catene di negozi, soprattutto alimentari, hanno gia’ abbassato i loro listini nella speranza di invogliare gli acquirenti in vista del Natale, ma non basta. Neppure l’innalzamento delle pensioni e della tassa sulle emissioni per i veicoli sembrano, a giudizio degli esperti, sufficienti.
L’annuncio di Brown scatena il solitamente moderato sindaco Johnson: Brown e’ come un ubriaco che, dopo essersi giocato tutti i soldi alla roulette, scommette anche la casa per tentare di risolvere la perdita. Per contro Darling, tenendo fede al suo cognome, difende pacato la soluzione proposta dal governo, che viene vista alla stregua di una scialuppa di salvataggio in un mare (la crisi finanziaria) in cui il mondo sta affogando. Se questi due signori fossero scrittori, anziche’ sindaco e cancelliere, si aggiudicherebbero senz’altro il premio Pulitzer per la loro strabiliante abilita’ di discutere la politica tramite metafore.

Cio’ che resta da capire e’ quanto questa crisi fosse annunciata. In Italia la si era avvertita con almeno sei mesi di anticipo: il crollo dei mutui e la crisi Alitalia non sono stati altro che la punta dell’iceberg.
Dai titoli dei giornali e dal modo in cui se ne parla sembra che in Gran Bretagna essa sia invece caduta dal cielo, inaspettata. Laddove in Italia a farne le spese sono state per lo piu’ le piccole imprese – oltre a milioni di lavoratori senza contratto o con contratto a tempo determinato – qui il settore piu’ colpito sembra essere quello della ristorazione. Ad Islington, ad esempio, si prevede la chiusura di decine di ristoranti prima della fine dell’anno e il licenziamento di un numero indefinito di dipendenti del settore, tra camerieri, baristi e lavapiatti.
Io lavoro ad Islington e, personalmente, non ho notato questa crisi nel settore di cui faccio parte. Se ci fosse tornerei a casa fresca e riposata e non con la schiena a pezzi e i piedi doloranti. Forse dipende anche dai singoli casi e dalle condizioni economiche dei singoli posti di lavoro. Non credo, infatti, che col minimo sindacale in busta paga si corra il rischio di fallire.

Chi puo’ torna a casa. Se la vita nel Paese in cui si e’ nati offre opportunita’ migliori di quelle al momento disponibili in UK, si sale sul primo aereo e si volta le spalle alla patria alla quale si aveva chiesto asilo – soprattutto economico. In Australia, ad esempio, stanno rientrando quasi tremila autoctoni al mese dopo la perdita del proprio posto di lavoro in GB. Solo chi e’ piu’ disperato degli inglesi puo’ decidere di tentare comunque un trasferimento oltremanica. Gli italiani, al momento, si annoverano con orgoglio tra i disperati. Peggio di noi, forse, solo gli americani. Ma loro hanno Obama, il quale si e’ gia’ messo in moto insieme al suo team di esperti per risolvere “una crisi economica di proporzioni storiche” poiche’ “non c’e’ un minuto da perdere”. Great Barack, ha capito bene la situazione. Aiutato da un team di menti scelte tra le piu’ capaci d’America ha focalizzato subito il punto: o si fa qualcosa, o milioni di persone tra sei mesi andranno a spasso.

La scena ricorrente in Italia dei cartelli variopinti “Affittasi” e “Vendesi” affissi a vetrine e portoni di palazzi si sta duplicando anche qui. Vie famose per i loro negozi di lusso di vecchia data sono diventate all’improvviso la fabbrica del “To let”. L’area intorno a King’s Road si e’ drasticamente spopolata di botteghe famose nel giro di una sola settimana e anche a South Kensington i negozianti lamentano perdite economiche mai viste prima. Pero’ sono ancora li’, e’ questa la differenza. Evidentemente, anche con tre sole Lamborghini al mese si riesce a sopravvivere.

Nonostante la crisi stia proseguendo per la sua strada e a farne le spese siano un po’ tutti, dal cameriere alla boutique, a Londra si va avanti. Non ci sono piu’ i lavori remunerativi di una volta e trovare mansioni che vadano oltre la ristorazione o il volantinaggio e affini e’ difficile, ma si sopravvive. La busta paga settimanale permettera’ sempre, adattandosi e facendo un po’ di economia, di riuscire a pagare affitto e viveri. Se, poi, si ha la fortuna di avere la cena pagata perche’ si lavora in un ristorante, tanto meglio.
In Italia non si riesce a sopravvivere neppure adattandosi. Quella che qui e’ la paga di una sola settimana in territorio italiano diventa due terzi di stipendio. Gli affitti, a Londra in linea con quelli che sono i guadagni, in Italia vanno oltre quella che e’ la paga mensile di un lavoratore con contratto a progetto. Il Paese e’ in collasso proprio perche’ su un guadagno di 500 euro se ne pagano 300/400 di affitto – se si ha la fortuna di dividere la casa con altri – escluse le bollette. Qui su una paga di 140 sterline la settimana, ad esempio, se ne pagano 80/100 per l’affitto, ma le utenze sono comprese. Tutto cio’ che avanza e’ per i viveri e gli extra, e se si ha la fortuna di svolgere un lavoro piu’ remunerativo si riesce a sopravvivere bene. Sopravvivere, certo, non vivere, ma almeno si e’ in grado di farlo senza dipendere dall’affettuoso ma per il singolo imbarazzante versamento mensile di mamma e papa’.
In Italia alla crisi dei mutui si e’ risposto con un mantenimento dei folli prezzi d’affitto. Qui, al contrario, si prevede un provvedimento che impedisca alle banche di espropriare una casa prima di tre mesi. In Italia e’ finita con una valanga di case vuote e migliaia di case invendute. Staremo a vedere cosa succedera’ qui.

Author: Juana
• sabato, novembre 29th, 2008

Dal fondo dell’autobus si leva una risata stridula, quasi satanica. E’ un’ilarita’ incontenibile, e quegli strilli esagerati ne sono la prova. Guardi con occhi stanchi l’origine di quell’inquinamento acustico e pensi che e’ l’una di notte, che hai lavorato sette ore come una pazza e che l’unica cosa che vorresti e’ un po’ di pace. Eppure la risata in stile L’Esorcista e’ ancora li’, che continua. Dal muso dell’autobus ne parte un’altra, femminile. Anche questa incontenibile, anche questa pesantemente dettata da uno stato talmente d’ebrezza da tornare sobrio. E’ venerdi’ sera, il giorno seguente sara’ uguale, e cosi’ il giorno dopo ancora. Per questo motivo ho deciso di ribattezzarlo “il weekend della risata”.
Lavorare fino all’una di notte nel weekend permette questo: conoscere aspetti della vita londinese che come turista non conoscerai mai. Come turista o sei parte dell’animosita’ delle ore piccole – magari nel classico pub da guida turistica nella sicura zona 1 – o sei nel letto. Non ti capitera’ mai di camminare sui marciapiedi della periferia ne’, tantomeno, di vedere quelle scene che accomunano la Londra bene e la Londra meno bene: sbandati, strafatti e ubriachi che caracollano per le strade, ridendo per motivi ignoti pure a loro, aggrappandosi a tutto cio’ che di stabile si ritrovano tra le mani.
Per la prima volta ti ritrovi a fissare coi tuoi occhi il fenomeno del quale hai tanto sentito parlare quando eri ancora in Italia, quando tutto cio’ ti sembrava estraneo e lontano. Per la prima volta vedi anche tu lo sfacelo al quale la quasi totalita’ della gioventu’ londinese si lascia andare passate le otto del venerdi’ sera. Sono scene a volte nauseanti – si puo’ facilmente immaginare cosa ci sia sull’asfalto – a volte scioccanti. In entrambi i casi difficilmente si possono descrivere a parole. Vedere due ragazzine minorenni saltare su un bus snodato, mettersi nel punto di giunzione “perche’ cosi’ si sente di piu’ lo sballo”, cadere alla prima curva e rialzarsi ridendo come se fossero appena scese da un’ottovolante e’ una scena patetica. Quando, invece, una delle due fa all’altra, con aria affettuosa e voce amichevole, “mi sa che tra un po’ ti vomito in faccia”, si scade nell’assurdo.

Walthamstow e’ un quartiere situato a nordest, residenziale e tendenzialmente tranquillo. Lo si raggiunge agevolemente con la Victoria Line, anche se richiede oltre mezz’ora di viaggio dalle fermate piu’ centrali. Gli affitti sono buoni, la zona gradevole a vedersi, con le sue terraced houses e le sue viuzze in stile prettamente britannico.
Fino alle dieci di sera e’ un quartiere perfetto nel quale vivere. Se, pero’, hai la sfortuna di dover rincasare dopo la chiusura della Victoria Line – all’una – e di lavorare a chilometri di distanza, la necessita’ di votarsi a qualche santo in Paradiso si fa pressante.
L’unico bus che porta alla mia fermata, Blackhorse Road, e’ l’N73. Il quale, pero’, inizia all’una e mezza. Prima di quell’ora si puo’ prendere il 73, capolinea Seven Sisters, e cambiare col 123, che ferma a Blackhorse Road. Piccolo dettaglio: il 123 effettua la sua ultima corsa all’una. Cio’ significa che mentre tu ti trovi a bordo del 73 arriva l’una, va oltre e, con essa, se ne va anche l’ultimo autobus in grado di riportarti a casa – a meno di non voler attendere 45 minuti l’arrivo del 73 notturno.
Da due sere ho la fortuna – per dirla educata – di staccare dal lavoro esattamente a mezzanotte e mezza. Da due sere ho la fortuna di incappare nel vuoto di autobus che portano a casa mia. Al capolinea del 73, Seven Sisters, dopo sette ore passate a correre per la sala prima e a ripulire tutto poi, mi ritrovo a dover percorrere oltre quattro chilometri a piedi. Di notte, in una zona assolutamente vuota. Le maledizioni contro il mio quartiere “residenziale e tendenzialmente tranquillo” in quei momenti fioccano.

L’alcool libero che si scatena dal venerdi’ alla domenica sera sembra regalare a chiunque decida di aderire all’iniziativa un’inquietante dose di anormalita’. Prima ancora di essere ubriachi, i seguaci del “weekend della risata” si ritrovano a lanciare pezzi di pizza alle auto in transito, a versare birra sui piedi dei passanti o a fregarsi l’ombrello di una povera malcapitata che deve farsi quattro chilometri a piedi – ancora devo riuscire a capire come diavolo sono riusciti a sfilarmelo dalla borsa.
Chi assiste alla scena, o si aggrega alla risata o tira dritto. Il motto “si vive insieme, si muore soli” divenuto famoso con la serie tv Lost qui non sembra avere alcuna valenza: si vive per se stessi e si va avanti per fatti propri. In una citta’ sovraffollata come questa si rischia di venire circuiti e non soccorsi pure se si e’ in mezzo ad un mare di persone. L’egoismo scaturito dalla paura rende prudenti al punto di far finta di non vedere. Mentre ti ritrovi ad assistere a simili scene di indifferenza, per un istante la tua mente e’ attraversata dallo stesso pensiero: stavolta non e’ toccato a me.

Author: Juana
• venerdì, novembre 28th, 2008

La scala mobile della stazione metropolitana di Angel e’ la piu’ lunga scala mobile del Regno Unito: 54 metri di elevazione, quasi cento scalini, un minuto e ventidue di viaggio.
La prima volta che la si vede si resta attoniti; la seconda volta si tira fuori la macchinetta, le si scatta qualche foto e si cronometra il tempo in attesa che essa porti a destinazione. Quando, pero’, ti ritrovi a farla ogni santo giorno di corsa in stile Varenne, quegli ottantotto gradini completi in salita diventano infiniti. Angel perde ogni sua attrattiva e le uniche cose che ti vengono in mente mentre arranchi come un disperato guardando impensierito l’orologio non sono piu’ elogi sulle potenzialita’ di quella scala mobile bensi’ epiteti edulcorati su chi l’ha progettata e piazzata li’ al posto di un comunissimo ascensore.

Alessio ha ventitre’ anni, e’ palermitano, e’ laureando in Economia e sta trascorrendo tre mesi a Londra per approfondire il suo inglese e riuscire a superare cosi’ lo scoglio dell’ultimo esame. Sin da quando lo si incontra non puo’ restare antipatico: i suoi modi di fare amichevoli e schietti hanno la straordinaria capacita’ di mettere le persone subito a proprio agio.
La prima volta che ho incontrato Alessio aveva un mocho in mano. Quando gli chiesi di poter parlare col titolare ancora non sapevo che di li’ a dodici ore sarebbe stato il mio collega e la mia salvezza. Nella mia prima sera di prova mi ha istruita, soccorsa e aiutata in ogni modo. Col passare dei giorni le cose non sono cambiate e io sono diventata la sua ombra e la sua tortura: per ogni informazione, richiesta di aiuto o istruzione facevo riferimento soprattutto a lui. Con una pazienza infinita – e spesso accollandosi mansioni che avrei potuto svolgere io se fossi stata un po’ piu’ svelta – e senza mai perdere buonumore e sorriso mi ha aiutata. Perfino quando mi sono ritrovata a mezzanotte da sola a prendere un autobus in una zona a me totalmente sconosciuta non mi ha abbandonata.
Per il profondo senso di gratitudine che nutro e per la mia profonda riconoscenza, ho deciso di redigere queste righe di ringraziamento. Se potessi, lo adotterei come fratello minore.

Se un’abbondante dose di ringraziamenti va ad Alessio, non meno sentito e’ il mio grazie al mitico Emanuele. Eta’ a me sconosciuta – ipotizzo coetaneo, ma non saprei – aria tutta d’un pezzo, comportamento serio e istinto professionale, Emanuele e’ stato il mio secondo soccorritore nei miei primi giorni da cameriera. Ordinazioni, pagamenti, richieste dei clienti, quasi sempre accorreva al posto mio. Non mi ha mai risposto in malo modo, non mi ha mai rimproverata. Mi ha aiutata, percio’ un grosso grazie anche a lui.

Se in Italia i poveri camerieri sono nella maggior parte dei casi trattati alla stregua di servitori – specie da gente in la’ con l’eta’ e con una mentalita’ scaduta – qui diventano esseri invisibili. Meno lasciano percepire la loro presenza mentre fanno il loro lavoro, meglio e’ per il cliente. Se ti vedono in difficolta’ con la lingua a volte ti aiutano, ma molto spesso mettono su un sorrisino di circostanza, si voltano e chiamano il primo tuo collega che sta passando di li’, lasciandoti imbabita come un pupazzo.
Ho avuto la sfortuna di servire una tavolata di diciotto persone e di incappare in una signora di mezza eta’ con la puzza sotto il naso che nel corso della serata e’ divenuta la mia disperazione – o io la sua, a seconda del punto di vista. Primo inghippo: mi ha chiesto del vino in bottiglia, senza specificare quale. La carta dei vini per la signora doveva essere solo una cianfrusaglia capitata per caso al centro del suo tavolo, perche’ chiedeva vino bianco e lo chiedeva in bottiglia, senza dirmi quale. Alla fine ho lasciato che gli altri colleghi se la vedessero con lei.
Le ho portato il vino al tavolo. Tappo a rotazione, facile da aprire. Come da copione, ho lasciato l’ospite d’onore libero di assaggiare mezzo sorso prima di riempire il bicchiere. La mia ossessione dai capelli color Barbie e consistenza di saggina s’e’ rifatta avanti: please, versane ancora fino ad arrivare ad un dito dall’orlo. Ho obbedito e le ho versato il vino nel bicchiere – vuoto – da lei indicato. Peccato che la signora intendesse il bicchiere dell’ospite. Me ne sono accorta quando ha messo su una faccia incredula, e’ scoppiata nella solita risatina di circostanza coperta da copyright e ha detto al marito che le era accanto “Oh, my God, I can’t believe it!”. Neppure io potevo credere che fosse stata cosi’ scema da non specificare in quale dei diciotto bicchieri presenti in tavola versare il vino. Sono andata dall’ospite di riguardo e ho rimediato all’errore, mentre il marito di quella signora trangugiava il vino in eccesso senza farsi vedere da tale festeggiato – evidentemente deve essere una sorta di mancanza di rispetto, qui, bere tanto e per primi in simili occasioni.
Il secondo round con la signora e’ avvenuto per colpa di una forchetta. Terminati gli antipasti siamo soliti cambiare le posate a chi non le ha piu’ o a chi le ha troppo sporche per continuare a mangiarci. Armata della mia tonnellata d’acciaio ho cominciato a restituire forchette e coltelli ai diciotto clienti. La testa della signora fatidica, in una risata esplosiva, e’ scattata all’indietro proprio mentre estraevo la forchetta per lei, facendo impigliare i rebbi nella sua parrucca da duemila sterline fresca di parrucchiere da almeno cinquecento.
Il terzo round con la signora non e’ mai avvenuto poiche’ ho deliberatamente ignorato il suo richiamo al momento di pagare il conto. Ha reindossato per l’ennesima volta il suo sorrisino e borbottato qualcosa a me incomprensibile. Il suo stupore, probabilmente.
La signora Mattel non e’ stata la sola a manifestare un atteggiamento ai limiti del tollerabile con noi. Un po’ l’intera tavolata ha mostrato dissenso quando mi presentavo per prelevare i piatti o quando tentavo di farmi strada tra cappotti, borse e teste per depositare piatti colmi di cibo senza versarne addosso a nessuno.
I miei colleghi ormai non ci fanno piu’ caso ma io, ancora nuova nell’ambiente, non posso fare a meno di restare di stucco di fronte a tanta deliberata indifferenza.
Va meglio con i giovani. I ragazzi sono sempre disponibili, allegri e sorridenti. Non si alterano se non capisci qualcosa, non perdono il sorriso se ti presenti al loro tavolo con una pasta diversa per colpa di un errore del cuoco. Sono comprensivi. Il problema sono i loro genitori: non ti degnano di uno sguardo. Devi essere una presenza invisibile che magicamente, senza che loro se ne rendano conto, fa apparire piatti pieni, sparire quelli vuoti e rimette posate pulite. Per il resto puoi anche non esistere.

Dopo oltre una settimana trascorsa a notare, elencare e discutere le differenze tra Londra e Italia finalmente ho trovato un punto in comune tra le due realta’: l’immancabile arte di rompere le palle alle cameriere.
Tuttavia, anche in questo c’e’ una differenza. In Italia in genere i maschi molestatori si distinguono in due categorie: quelli della famosa mano morta e quelli dell’approccio alla larga. I primi sono i maestri delle manate nel retro, i secondi sarebbero capaci di far partire un discorso da Roma, farlo passare per Milano e terminare a Napoli, dove Roma e’ un “Ciao, come ti chiami?”, Milano e’ un “Sei di zona? Perche’ anch’io lavoro qui, sai?” (e giu’ coi fatti propri) e Napoli e’ “Ti andrebbe di berci una birra, piu’ tardi/di darmi il tuo numero di cellulare?”.
Qui e’ diverso. Finora ho assistito a tentativi eterogenei, tutti abbastanza scialbi ed inoffensivi per una abituata all’Italia e agli italiani. Puo’ capitare il romanticone che dice: “The pizza was wonderful! Maybe as beautiful as you!”. Bella tanto quanto una pizza con peperoni e aglio? Da cadere ai suoi piedi. Puo’ capitare il quasi-evirato che, per rassicurarti dopo che un coltello gli e’ accidentalmente volato a piombo proprio nel punto sbagliato, tenta una strizzata sui fianchi ma si ritrova a palpare l’aria. Oppure c’e’ il finto culturista, che mentre gli trituri il pepe sul piatto ne approfitta per tastare il tuo braccio sotto sforzo e sfoderare complimenti che col pepe non hanno niente a che vedere.
Contatti fatti con noncuranza e tranquillita’ che, pero’, hanno poco a che vedere col distacco cordiale tipico degli inglesi. Il massimo di contatto tra estranei, di solito, e’ una stretta di mano quando necessaria.
Almeno, pero’, qui non sembrano girare tipi da pacche nei posti sbagliati. Finora.

Se chi di solito siede ai tavoli vedesse cosa c’e’ spesso oltre la porta con su scritto “Staff only” probabilmente ci penserebbe su due volte prima di proporre una cena fuori casa.
Devo dire la verita’: il ristorante in cui lavoro non e’ sporco, per essere in un Paese con norme igieniche meno restrittive di quelle presenti in Italia. Gli inglesi sono soliti tenere i luoghi pubblici tendenzialmente puliti e il posto in cui opero non e’ da meno. Certo, al posto delle tovaglie ci sono tovagliette di carta e i tavoli vengono ripuliti da briciole e sporco con una spugnetta, ma almeno vengono puliti. Ai clienti non accadra’ mai di dover cenare su una tovaglia piena di patacche unte lasciate da altri come successe a me a Vienna.
Tuttavia, pensare di aver passato in bagno, sotto vespasiani e water, lo stesso mocho che poco prima il cuoco aveva passato nei corridoi delle cucine mi ha procurato un piccolo infarto. Occhio non vede, cuore non duole, si suol dire. Cio’ che accade al di la’ della fatidica porta che separa staff da ospiti e’ meglio che resti affare dello staff.