Era accaduto altrove, e’ accaduto infine anche qui. Era inevitabile che accadesse: la crisi ha raggiunto Londra. I possibili rimedi paventati da Gordon Brown hanno occupato le pagine dei quotidiani per giorni, con commenti controversi e decine di opinioni diverse. Gordon Brown afferma: occorre prendere delle misure straordinarie per fronteggiarla. Percio’ via al taglio delle tasse: riduzione dell’iva dal 17.5% al 15%. Troppo poco per riparare al boom di spese richiesto dal crollo dell’economia, dicono gli esperti. Alcune catene di negozi, soprattutto alimentari, hanno gia’ abbassato i loro listini nella speranza di invogliare gli acquirenti in vista del Natale, ma non basta. Neppure l’innalzamento delle pensioni e della tassa sulle emissioni per i veicoli sembrano, a giudizio degli esperti, sufficienti.
L’annuncio di Brown scatena il solitamente moderato sindaco Johnson: Brown e’ come un ubriaco che, dopo essersi giocato tutti i soldi alla roulette, scommette anche la casa per tentare di risolvere la perdita. Per contro Darling, tenendo fede al suo cognome, difende pacato la soluzione proposta dal governo, che viene vista alla stregua di una scialuppa di salvataggio in un mare (la crisi finanziaria) in cui il mondo sta affogando. Se questi due signori fossero scrittori, anziche’ sindaco e cancelliere, si aggiudicherebbero senz’altro il premio Pulitzer per la loro strabiliante abilita’ di discutere la politica tramite metafore.
Cio’ che resta da capire e’ quanto questa crisi fosse annunciata. In Italia la si era avvertita con almeno sei mesi di anticipo: il crollo dei mutui e la crisi Alitalia non sono stati altro che la punta dell’iceberg.
Dai titoli dei giornali e dal modo in cui se ne parla sembra che in Gran Bretagna essa sia invece caduta dal cielo, inaspettata. Laddove in Italia a farne le spese sono state per lo piu’ le piccole imprese – oltre a milioni di lavoratori senza contratto o con contratto a tempo determinato – qui il settore piu’ colpito sembra essere quello della ristorazione. Ad Islington, ad esempio, si prevede la chiusura di decine di ristoranti prima della fine dell’anno e il licenziamento di un numero indefinito di dipendenti del settore, tra camerieri, baristi e lavapiatti.
Io lavoro ad Islington e, personalmente, non ho notato questa crisi nel settore di cui faccio parte. Se ci fosse tornerei a casa fresca e riposata e non con la schiena a pezzi e i piedi doloranti. Forse dipende anche dai singoli casi e dalle condizioni economiche dei singoli posti di lavoro. Non credo, infatti, che col minimo sindacale in busta paga si corra il rischio di fallire.
Chi puo’ torna a casa. Se la vita nel Paese in cui si e’ nati offre opportunita’ migliori di quelle al momento disponibili in UK, si sale sul primo aereo e si volta le spalle alla patria alla quale si aveva chiesto asilo – soprattutto economico. In Australia, ad esempio, stanno rientrando quasi tremila autoctoni al mese dopo la perdita del proprio posto di lavoro in GB. Solo chi e’ piu’ disperato degli inglesi puo’ decidere di tentare comunque un trasferimento oltremanica. Gli italiani, al momento, si annoverano con orgoglio tra i disperati. Peggio di noi, forse, solo gli americani. Ma loro hanno Obama, il quale si e’ gia’ messo in moto insieme al suo team di esperti per risolvere “una crisi economica di proporzioni storiche” poiche’ “non c’e’ un minuto da perdere”. Great Barack, ha capito bene la situazione. Aiutato da un team di menti scelte tra le piu’ capaci d’America ha focalizzato subito il punto: o si fa qualcosa, o milioni di persone tra sei mesi andranno a spasso.
La scena ricorrente in Italia dei cartelli variopinti “Affittasi” e “Vendesi” affissi a vetrine e portoni di palazzi si sta duplicando anche qui. Vie famose per i loro negozi di lusso di vecchia data sono diventate all’improvviso la fabbrica del “To let”. L’area intorno a King’s Road si e’ drasticamente spopolata di botteghe famose nel giro di una sola settimana e anche a South Kensington i negozianti lamentano perdite economiche mai viste prima. Pero’ sono ancora li’, e’ questa la differenza. Evidentemente, anche con tre sole Lamborghini al mese si riesce a sopravvivere.
Nonostante la crisi stia proseguendo per la sua strada e a farne le spese siano un po’ tutti, dal cameriere alla boutique, a Londra si va avanti. Non ci sono piu’ i lavori remunerativi di una volta e trovare mansioni che vadano oltre la ristorazione o il volantinaggio e affini e’ difficile, ma si sopravvive. La busta paga settimanale permettera’ sempre, adattandosi e facendo un po’ di economia, di riuscire a pagare affitto e viveri. Se, poi, si ha la fortuna di avere la cena pagata perche’ si lavora in un ristorante, tanto meglio.
In Italia non si riesce a sopravvivere neppure adattandosi. Quella che qui e’ la paga di una sola settimana in territorio italiano diventa due terzi di stipendio. Gli affitti, a Londra in linea con quelli che sono i guadagni, in Italia vanno oltre quella che e’ la paga mensile di un lavoratore con contratto a progetto. Il Paese e’ in collasso proprio perche’ su un guadagno di 500 euro se ne pagano 300/400 di affitto – se si ha la fortuna di dividere la casa con altri – escluse le bollette. Qui su una paga di 140 sterline la settimana, ad esempio, se ne pagano 80/100 per l’affitto, ma le utenze sono comprese. Tutto cio’ che avanza e’ per i viveri e gli extra, e se si ha la fortuna di svolgere un lavoro piu’ remunerativo si riesce a sopravvivere bene. Sopravvivere, certo, non vivere, ma almeno si e’ in grado di farlo senza dipendere dall’affettuoso ma per il singolo imbarazzante versamento mensile di mamma e papa’.
In Italia alla crisi dei mutui si e’ risposto con un mantenimento dei folli prezzi d’affitto. Qui, al contrario, si prevede un provvedimento che impedisca alle banche di espropriare una casa prima di tre mesi. In Italia e’ finita con una valanga di case vuote e migliaia di case invendute. Staremo a vedere cosa succedera’ qui.

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