Ci sono alcune linee della metropolitana usate da pochi e sconosciute ai piu’. Io stessa posso contare sulle dita di una sola mano il numero di volte in cui mi sono ritrovata a bordo di un loro treno. La Bakerloo, la Jubilee e la Hammersmith&City sono tra le linee piu’ lunghe e centrali eppure, paradossalmente, tra le meno caotiche. Un viaggio tra Charing Cross e Marleybone a bordo di un treno marrone puo’ essere fatto senza che nessuno salga o scenda dal vagone.
Altre linee, invece, sono perennemente prese d’assalto. In testa c’e’ la Piccadilly, subito seguita dalla Central e dalla Circle Line. Perennemente stracolme, per riuscire a salire sul treno nelle ore di punta occorre avere uno scatto felino o molto tempo a disposizione per attendere i successivi convogli.
Se una linea come la Bakerloo subisse ritardi, i disagi per i passeggeri sarebbero minori proprio in considerazione del loro numero ridotto – sempre in rapporto ai milioni di viaggiatori che quotidianamente si riversano nella Tube. Se, al contrario, a subire un blocco e’ una linea come la Victoria… allora si scatena il panico. Ordinato, silenzioso, ma inquieto. Centinaia di passeggeri scaraventati all’improvviso su una banchina ad attendere un bus che non conoscono in una zona diversa da quella di destinazione: da dare di matto. In Italia scatterebbero le marce di protesta alla volta della biglietteria; qui, invece, semplicemente si aspetta. Presto o tardi la situazione si risolvera’ e si arrivera’ comunque dove si stava andando con la metro ora ferma.
Gli imbecilli sono ovunque, ma quando si vive in una citta’ da sei milioni di persone le probabilita’ di incontrarne quadruplicano.
Trovarsi in una fermata dell’autobus isolata in piena notte puo’ comportare tre cose: silenzio e deserto intorno, il molestatore di turno o il finto giullare che cerca il divertimento sulla pelle altrui. Sarebbe preferibile non incappare in nessuno degli ultimi due casi, ma purtroppo quando accade non c’e’ scelta: si resta impassibili al proprio posto, fingendo che intorno ci sia ancora il silenzio ed il deserto di qualche istante prima. Il molestatore puo’ accontentarsi di ripetere le sue frasi sconclusionate passando e ripassando di fronte alla fermata. Il giullare, invece, nella sua ricerca della risata del momento puo’ arrivare a sfilare accanto alla fermata con la sua auto e lanciare dal finestrino tutto cio’ che trova sul cruscotto, dalla bottiglietta d’acqua al sacchetto accartocciato del McDonald, nella speranza di centrare il bersaglio. I racconti in merito di chi e’ incappato in tali bontemponi disgraziati non sono rassicuranti: si potrebbe rischiare di ascoltare il rassegnato aneddoto di chi, anziche’ una bottiglietta semivuota d’acqua, si e’ ritrovato a grondare di tuorlo dopo un lancio mirato di uova.
I cretini alla ricerca del sorriso facile sembrano avere una particolare predilezione per i mezzi pubblici. Non la metro, che con le sue telecamere e i suoi vigilantes ad ogni ingresso pretendono e ottengono disciplina; i mezzi preferiti restano i bus dove, eccetto la zona intorno al box del conducente, vige la totale anarchia. Spintoni violenti, gomitate, pestate, tutto pur di riuscire a salire e crearsi uno spazio. Nessun “Excuse-me, please?”, nessun “Sorry!”. Il loro modo di chiedere spazio e’ affondarti i palmi nella schiena scaraventandoti quel mezzo passo piu’ avanti che permetta loro di sistemare i piedi laddove un attimo prima c’erano i tuoi. Gli sguardi di chi assiste alla scena o si ritrova con te catapultato addosso per colpa della cortesia del nuovo arrivato sono silenziosamente omicidi. L’imbecille, per contro, sorride beato all’indirizzo dell’amico il quale, seguendo lo stesso metodo di alta cortesia britannica, s’e’ fatto spazio spintonando un altro malcapitato come te. Alla vista di quei trentadue dentoni smaglianti che sprigionano soddisfazione e superiorita’, il prurito alle mani diventa davvero molto forte. Non deve stupire se, guardando fuori dal finestrino con il braccio dello spintonatore appoggiato sulla testa, ci si accorge di trovarsi in una squallida periferia. In qualunque altro quartiere delle zone centrali non sarebbe mai successo.
La frenesia che agita le acque della vita in strada si riflette anche nei piu’ piccoli comportamenti quotidiani. Ricordo ancora la mia sorpresa quando, ferma sul binario stracolmo in attesa dell’arrivo di un treno in esplosione, notai come chi doveva salire attendesse paziente che tutti fossero scesi prima di saltare dentro. Acquisito questo tipo di coscienza cosi’ opposto a quello italiano – in Italia all’arrivo del pullman sembra di assistere ad un incontro di boxe: ci si spintona nella speranza di riuscire a salire per primi e accaparrarsi cosi’ un eventuale sedile libero – l’ho conservata e portata con me a Londra. Mi sono bastati un paio di viaggi in metro per capire che potevo anche accartocciarla e buttarla nel cestino: all’arrivo del treno ora si salta dentro senza quasi dare modo a chi e’ dentro di uscirne. Accade soprattutto nelle ore di punta e soprattutto nelle linee piu’ affollate, ma accade: la pazienza ed educazione britanniche vanno a farsi benedire quando il convoglio compare e ci si rende conto che e’ pieno fino all’ultimo centimetro.
Per chi e’ abituato a vedere inglesi sempre in coda ordinatamente, assistere a simili assalti e’ un piccolo choc. Poi scatta la nostalgia: per l’infinitesimale istante in cui la scena si svolge, non si puo’ fare a meno di sentirsi in Italia.
Trovarsi catapultati in una realta’ caotica, affollata e nevrastenica come Londra risulta spossante soprattutto per chi, come me, e’ abituato alla quieta insofferenza italiana.
I primi passi mossi verso il target “ambientarsi a Londra” generalmente riguardano il tentare di marciare lungo strade e tunnel della metro alla loro stessa velocita’, cercando di non restare travolti. Poi, giorno per giorno, complice la determinazione e la necessita’ di riuscire nell’impresa, impercettibilmente ed incredibilmente si inizia a sprofondare nel tessuto sociale della citta’, nella sua vita, nella sua anima. Ti rendi conto di essere sulla buona strada della perfetta integrazione quando ti ritrovi ad infilare un libro in borsa e a leggerlo nella metro, a camminare per strada con un quotidiano aperto, a tradurre in tempo reale il 99% di cio’ che le tue orecchie captano, riuscendo finalmente a capirlo come se fosse italiano. Il guscio in cui eri chiuso fino a pochi giorni prima, un involucro fatto di incomprensione all’esterno del quale c’erano una realta’ e una lingua a te sconosciute, d’improvviso si dissolve e tu diventi parte dell’ambiente alla stregua di tutti gli altri.
E’ una sensazione meravigliosa.




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