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Author: Juana
• lunedì, dicembre 01st, 2008

“Excuse me, have you finished? May I take your plates?”
Guardi i piatti ancora colmi di cibo e nel momento stesso in cui pronunci la domanda di rito ti auguri che rispondano “We haven’t”. A volte va cosi’. Altre chiedono di mettere gli avanzi in una scatola per il take away. Altre ancora, troppo spesso, rispondono affermativamente e tu ti ritrovi a lanciare nella pattumiera una pizza quasi intatta o uno stinco da un chilo a malapena sbocconcellato.
In nove giorni di lavoro ne ho viste davvero di tutti i colori. Clienti capaci di buttare via una bistecca intera ma di chiedere di impacchettare l’insalata, clienti con un rimasuglio di spaghetti alla bolognese – una bestemmia al solo scriverlo – triturati in mille pezzi che pregano per poter portare a casa quella cucchiaiata di poltiglia informe, clienti con una manciata di pasta, un rimasuglio di pizza e un rimasuglio di insalata che chiedono di infilarli in tre scatole separate – magari dopo aver preso soltanto un primo e un antipasto in due.
Mentre butto nel cestone una quantita’ di avanzi in grado di sfamare un intero quartiere non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo, visti i prezzi dei ristoranti a Londra, i clienti non riescano a regolarsi sul cibo. E non posso fare a meno di alterarmi: focaccia, starters, pasta e main curses e a malapena riescono ad arrivare a meta’ del piatto di pasta. Mentre il loro stomaco, gia’ sazio arrivato alla fine dell’antipasto, chiede pieta’, nell’immondizia vengono lanciate decine di sterline.
Fortunatamente c’e’ chi recupera per tutti: due antipasti, tre pizze, due primi ed un secondo. Piccola nota: il tavolo era da due.

Come ho gia’ detto, essere cameriere a Londra significa dover acquisire la capacita’ di divenire invisibile. Posate e piatti sporchi devono venire sostituiti con quelli puliti silenziosamente e, agli occhi dei clienti, apparire sul loro tavolo come per magia. Di solito non si accorgono di te; di solito continuano indisturbati a discutere, scansando a malapena il braccio nel caso in cui nel tavolo non ci sia piu’ spazio e tu debba rifornirli di posate pulite. A volte ringraziano, sinceramente cordiali. Altre volte ti viene scaricato addosso un lampo talmente seccato da riuscire ad incenerirti. La tentazione di riportare loro indietro le forchette e i coltelli incrostati in quei momenti e’ forte.
Se ritrovarsi a servire adulti con la puzza sotto il naso puo’ essere seccante, non sara’ mai tanto seccante quanto ritrovarsi a servire dei bambini con la puzza sotto il naso. Se, poi, tali ragazzini sono ragazzini di buona famiglia, la situazione e’ addirittura snervante.
La prima volta che mi sono messa a preparare una tavolata da 25 per dei bambini mi sono sentita entusiasta. Adoro i bambini e pensavo – pensavo – che per una volta sarebbe stata una serata piacevole. Alle mie osservazioni positive i miei colleghi avevano risposto con borbottii di dissenso, mettendomi in guardia sul fatto che, dopo quella tavolata, la mia passione per il baby sitting ne sarebbe uscita seriamente danneggiata.
La prova non si e’ fatta attendere troppo. All’ordinazione delle bevande mi sono ritrovata strattonata a destra e sinistra con una valanga di bibite diverse sparate nelle orecchie. Inutile perfino tentare di chiedere calma: ciascuna di quelle 25 pesti voleva ordinare per prima. Solo un tavolo se ne stava in silenziosa attesa, un tavolo con sei ragazzine al massimo undicenni. Sono stata loro grata per questo, almeno finche’ non hanno deciso di movimentare la loro serata cominciando a torturare me.
Se c’e’ una cosa che mi fa sbarellare e’ non capire un’ordinazione per colpa della deliberata velocita’ con la quale questa viene pronunciata. Alla richiesta di ripeterla il cliente, con un sadismo innato e un discutibile gusto per la beffa, la pronuncia di nuovo come e piu’ incomprensibile di prima. A corto di tempo e con gli occhi del manager addosso non puoi far altro che tirare ad indovinare, nella speranza di prenderci. Di solito, per mia fortuna, ci prendo.
Le sei ragazzine del detached-table senza dubbio erano membri dell’affollato club “facciamo impazzire i camerieri”. Riuscirci e’ facile: basta chiamarne uno, ordinare due Coca Cola, poi correggersi e chiederne tre, lasciare l’amica libera di riportare il numero a due, lasciare l’altra amica libera di chiederne cinque e l’altra ancora libera di ordinare una limonata. Risultato: non ci si capisce piu’ un accidenti. Per tre volte ho chiesto, scandendo, “So, how many Cokes, at last?”. Per tre volte hanno ricominciato col giochino finche’ una di loro, una vera Emma in miniatura, non ha sventolato la mano a due centimetri dal mio naso chiedendomi, con voce pesantemente superiore: “Hello! Are you awaken? Did you understand me?” (“Ciao! Sei sveglia? Mi hai capita?”). La tentazione di risponderle “Hello! Are you impressionable? Do you care about your back?” (“Ciao! Sei suscettibile? Hai a cuore il tuo posteriore?”) e’ stata pressante, ma sono riuscita a trattenermi.
Il culmine lo hanno raggiunto quando, con spudorata sfrontatezza, mi hanno puntato addosso il telefonino e mi hanno filmata mentre toglievo i loro piatti vuoti. Il titolo del filmino? Probabilmente qualcosa come “the dulliest waitress of London”.

Alla fine di una serata sul pavimento del ristorante si potrebbe aprire una discarica. Sollevando le sedie da terra e prendendo a spazzare si rinviene davvero di tutto: carte di chewing-gum, chewing-gum, pacchetti di sigarette vuoti, scontrini, a volte perfino giornali. Da inesperto pensi che siano caduti per sbaglio, poi ti rendi conto che ce ne sono un po’ troppi.
Chi siede al tavolo e consuma la sua cena molto probabilmente non sa – o non gliene frega un accidente di sapere – che tutto cio’ che sporchera’ dovra’ poi essere ripulito da qualcuno, e che quel qualcuno e’ la stessa persona che gli sta porgendo il piatto pieno e portando via quello vuoto. L’incivilta’ riscontrabile in strada si ripete anche entro le mura dei ristoranti, e in cio’ non vi sono differenze tra Italia e GB. Alle strade ci pensano gli operatori ecologici, ai ristoranti dobbiamo pensarci noi camerieri. In un caso come nell’altro, se a monte ci fossero un po’ piu’ di educazione e rispetto saremmo tutti piu’ contenti.

Amare un piatto e ritrovarsi a lavorare in un ristorante in cui esso va per la maggiore e’ meglio del ritrovarsi a portare ai tavoli piatti di cui si odia il contenuto. In mera teoria sarebbe cosi’. In pratica, pero’, a volte e’ molto meglio trovarsi tra le mani contenitori zeppi di un cibo che si aborra piuttosto che di un cibo che si adora.
Io amo la pizza. Margherita, soprattutto, ma anche condita. Vivendo in una zona fornita di numerose, ottime pizzerie e’ inevitabile che ne mangi almeno una alla settimana. Da quando ho lasciato l’Italia non ne ho mangiata piu’ neppure una – no, quelle focacce untuose e supercondite che qui chiamano pizza non contano.
Ne sento la mancanza, come e piu’ della pasta al ragu’ o dei tortellini in brodo. E’ facile capire, percio’, quale tortura possa essere per me lavorare in una pizzeria e dover portare ogni sera ai tavoli delle pizze dall’aria ottima – o buttarne tre quarti nel cestone – senza poterne assaggiare neppure un pezzettino. Potrei aggregarmi ai miei colleghi e mangiarne, quando dai tavoli ne torna una quasi intatta. Purtroppo sono troppo di palato fine per accontentarmi di una pizza ghiacciata – e, per di piu’, sbocconcellata da altri.

Uno dei misteri che non capiro’ mai del posto in cui lavoro riguarda l’inspiegabile scomparsa di tovaglioli e posate. I clienti, a volte, si rivelano essere dei piccoli Houdini: un attimo prima il tavolo accanto al loro e’ apparecchiato, l’attimo dopo e’ scomparso qualcosa. Una forchetta, un coltello, un tovagliolo, oppure tutti e tre. La cosa strabiliante e’ che riescono a farlo nell’infimo attimo in cui tu volti la testa per sistemare il tavolo dalla parte opposta.
Noi camerieri siamo tenuti a tenere d’occhio i tavoli affinche’ a nessuno degli ospiti manchino mai forchetta e coltello. Spesso li conservano, anche se sporchi, ma altrettanto di frequente li lasciano portare via insieme ai piatti vuoti, e a quel punto bisogna correre a rimpiazzarli. E’ una politica del ristorante in se’ e i clienti lo sanno. Proprio per questo motivo mi riesce dannatamente incomprensibile il motivo per cui debbano disfare un tavolo vuoto appena riapparecchiato, privandolo di tutto, anziche’ aspettare che arriviamo noi con la roba pulita. Ci risparmierebbero la meta’ del lavoro ma, come ho detto, a molti non frega un accidente di cosa facciamo noi o di cosa siamo. Grazie a questa premura nei nostri riguardi i tavoli vuoti non sono mai in ordine e noi continuiamo a rifarli e rassettarli, all’infinito.