Chi si aspettava dagli inglesi qualcosa di piu’ di quanto non offrano solitamente i loro vicini francesi a Capodanno non e’ rimasto deluso: l’organizzazione certosina dell’evento, dei suoi milioni di partecipanti, dello spettacolo pirotecnico e quantaltro ha meritato un plauso. Niente orde di abitanti delle banlieues impazziti che correvano da una parte all’altra degli Champs-Elysées, niente bottiglie volanti, colpi di arma da fuoco, polizia impotente: il 31 britannico si e’ svolto, come prevedibile, nell’ordine piu’ assoluto. I poliziotti, in schiere di dieci o venti, si sono mescolati alla folla festeggiando con essa, partecipando agli scatti fotografici e, addirittura, permettendo alle turiste di salire sulle loro moto e di indossare i loro elmetti. Il nemico del divertimento per eccellenza si e’ alleato con esso al fine di tenere meglio sotto controllo la situazione… con successo.
Ore 23, Westminster Abbey. Una lunga palizzata di ferro impedisce ai nuovi arrivati di andare oltre e raggiungere il Big Ben e il Westminster Bridge. Turisti spaesati guardano con occhi timidi i cartelli luminosi affissi alla destra e alla sinistra della strada: per la vista panoramica dei giochi pirotecnici, per di qua. Fiduciosi, i gruppi si dividono per seguire il flusso di persone gia’ in moto. Una meta’ di essi, quelli che hanno scelto di andare a destra, finira’ chiusa nell’area del Millibank e, chissa’, con un po’ di fortuna riuscira’ anche a vedere il Tamigi; l’altra meta’, quella che ha scelto di andare a sinistra, si ritrovera’ invece lungo Horse Guards Street, a ridosso delle transenne di delimitazione dell’Horse Guards Parade. Il London Eye, possente, riuscira’ a sovrastare i tetti antichi del vecchio maneggio per meta’.
La mezz’ora successiva e’ caratterizzata da migliaia di nasi puntati all’insu’, verso la ruota panoramica che, coi suoi mille giochi di luci, attende paziente l’arrivo del nuovo anno. Nessuna musica, nessuna animazione: gli unici rumori percepibili in quel tumulto di corpi ansiosi sono gli schiamazzi di coloro gia’ avanti con l’alcool e gli strilli impazienti dei bambini. L’orologio sulla torre che sovrasta il grande spiazzo segnala l’avanzare dei minuti, paziente.
Alle 23.58 e’ ormai praticamente impossibile distinguere l’incedere della lancetta dell’antico marchingegno. Si guardano orologi da polso, cellulari, si lanciano auguri al cielo, incapaci di credere che in uno spazio tanto grande abbiano dimenticato di installare un banalissimo contasecondi.
L’esplosione del London Eye in centinaia di luci infuocate annuncia ai diligenti spettatori confinati nell’area dell’Horse Guards che il 2009 e’ infine arrivato. Da sopra i tetti lo spicchio di ruota continua impazzito il suo gioco pirotecnico, consolando i piu’ e irritando i meno, che si erano aspettati forse maggiore animosita’, specie dopo essere stati relegati in una zona tanto periferica.
La divisione dei milioni di partecipanti e’ stata metodica. Il centro di Londra, previamente tagliato in quadri da transenne volte a creare decine di punti di raccolta, ha iniziato a chiudersi con l’avanzare della mezzanotte. Aree in grado di contenere almeno il doppio delle persone venivano transennate prima di sfociare nel sovraffollamento, cosi’ da garantire a chi era ormai dentro uno spazio agevole per muoversi. La chiusura una dopo l’altra delle aree di sosta ha garantito agli ultimi arrivati una sistemazione pessima, nel mezzo di qualche strada principale, sovrastati da palazzi e grattacieli e impossibilitati a vedere anche un solo briciolo di fuoco d’artificio. Io sono capitata nel giusto mezzo: non nella privilegiata e ottima Parliament Square, naturalmente, ma almeno l’avermi direzionata fino all’Horse Guards Parade mi ha garantito cio’ che a coloro schiaffati lungo Whitehall e’ stato negato: un minimo di visuale dei giochi pirotecnici sul London Eye. Certo, avrebbero potuto movimentare quell’ora di attesa con musica, animazione o altro o, almeno, regalarci il piacere di un conto alla rovescia installando un banale maxischermo anche li’ proprio come avevano fatto negli altri punti di raccolta, ma… mi ritengo gia’ abbastanza soddisfatta di non essermi ritrovata a fuggire insieme ad un altro migliaio di persone da orde di immigrati impazziti con tubi di razzi accesi in mano puntati sulla folla, come accadde a Parigi la notte del 31 di tre anni fa.
I milioni di persone stipati in decine di recinti come pecore diligenti passata la mezzanotte si dirigono laddove gli agenti dicono loro di andare. Un fiume impressionante di persone esce dallo sbarramento di Whitehall e si riversa in Trafalgar Square rendendo inavvicinabile il Big Ben e il Parlamento. Impossibile andare contro corrente: la forza lenta ed inesorabile della massa di corpi pressati – nonche’ l’inquinamento acustico dei megafoni dei poliziotti – invitano a seguire la scia e a non fare di testa propria. Solo una discreta conoscenza delle vie secondarie puo’ permettere di raggiungere l’inizio di Whitehall e il Parlamento senza venire travolti dal milione di corpi in fuga. Paradossalmente, c’e’ quasi silenzio. Nella quiete congelata di quei primi minuti del 2009 l’unico rumore che accompagna gli ordini imperiosi sputati dai megafoni sono i nitriti spazientiti dei cavalli, piazzati in mezzo alla folla coi loro cavalieri a gruppi di quattro o cinque per intimorire i pochi restii a seguire i comandi dell’autorita’ a piedi.
Londra, la citta’ in perenne movimento, la citta’ in esplosione, la citta’ che non riposa mai e’ riuscita a regalare ai suoi visitatori un 31 quasi deludente. Eccezion fatta per i costosissimi – e calcolati al millimetro – giochi pirotecnici, nient’altro. Perfino lo storico rintocco del Big Ben e’ riuscito quasi inudibile a decine di migliaia di persone.
Qualcuno che si e’ divertito davvero, tuttavia, c’e’. Basta seguire l’esempio per rendere un capodanno piatto un vero sballo: una decina di birre, qualche superalcolico, scarpe lanciate non si sa perche’ nel primo cassonetto e poi via per le strade della citta’ a piedi nudi, equilibrio precario, ridendo se il vetro di una bottiglia rotta si pianta in maniera decisa tra l’alluce e l’indice. Il sangue ribolle, il cervello e’ andato, il dolore non si avverte. In questo modo il 31 diventa uno sballo. Soltanto, viene da chiedersi se tale gente sappia che cosa sta festeggiando e perche’.


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