Author: Juana
• domenica, gennaio 04th, 2009


La domenica londinese e’ generalmente caratterizzata dal relax. Dopo un’intera settimana passata a correre da un posto all’altro, lavoro compreso, si richiede e si pretende una giornata di stop.
Nelle zone residenziali lontane dal caos del centro, la domenica mattina le vie si svegliano quando e’ ormai l’ora di pranzo. Alcuni solitari passeggiatori fanno capolino dai propri cortili con il cane al guinzaglio, mentre qualche bambino sfida la strada ghiacciata a bordo del suo monopattino. Il silenzio regna sovrano, interrotto ogni tanto dal rombo sommesso delle auto di passaggio sulla strada principale. In simili condizioni neppure spalancare una finestra che da’ direttamente sul marciapiede viene visto come un attentato alla propria privacy.

Il pomeriggio domenicale e’ caratterizzato da passeggiate chilometriche nei parchi. Se il clima e’ tanto clemente da regalare uno spiraglio di sole, si puo’ perfino tentare l’avventura picnic nel prato, a dispetto della temperatura rasente lo zero. Se, al contrario, il cielo incombe con nuvole grigie, ci si accontenta dei sentieri e dei chilometri di passeggiata che possono offrire. La chiusura tarda di molti parchi londinesi, inoltre, permette un girovagare indisturbato fino all’ora di cena.
I parchi non sono l’unico punto di raccolta e di svago. C’e’ chi, incurante dello stress vissuto durante la settimana, preferisce continuare ad immergersi nella frenesia lanciandosi lungo i marciapiedi di Oxford Street, Regent Street o Piccadilly Circus; altri optano per qualche ora di cultura.
La maggior parte dei musei londinesi non richiede alcun pagamento all’ingresso. L’offerta e’ libera, se e quando la si vuole elargire, la qualita’ del servizio offerto tanto alta quanto quella di qualunque altro museo a pagamento del mondo.
La meta preferita dei turisti e’, generalmente, il Natural History Museum, seguito a ruota dal vicino Science Museum. Dinosauri, animali impagliati e navette spaziali attirano come calamite le orde di persone ansiose di farsi una bevuta di sapere. Nelle ore e nei giorni busy il caos presente in questi due musei e’ quasi equiparabile a quello riscontrabile nelle vie piu’ centrali. Migliaia di flash accompagnati da una calca di corpi pressati rendono l’esperienza museo snervante quasi quanto il buttarsi nel fiume di persone presente in Oxford Street.
Piu’ tranquilla e ordinata e’, per contro, la situazione alla National Gallery. Il rispettoso silenzio presente nelle sue vaste sale antiche genera relax e permette di godersi appieno la visita. Un pomeriggio domenicale all’interno della galleria nazionale dei dipinti puo’ essere, dunque, una valida alternativa alla passeggiata nei parchi.

La National Gallery e’ un groviglio di sale, punti di giuntura e corridoi infinito. L’imponenza dei suoi locali, la massiccia presenza di dipinti gli uni accanto agli altri, il continuo camminare senza sosta senza seguire un percorso preciso puo’ generare disorientamento. Le opere si susseguono una dietro l’altra, e non e’ difficile ritrovarsi a fissare un Van Gogh dopo aver appena visionato un Raffaello: basta imboccare la porta sbagliata per ritrovarsi improvvisamente dal ’400 al ’900.
Cio’ che genera disappunto e sconforto nei visitatori italiani e’ la massiccia presenza di dipinti realizzati da pittori nostrani. Ci sono piu’ Canaletto nella National Gallery londinese che a Venezia, piu’ Caravaggio che nella Galleria degli Uffizi fiorentina. Tuttavia, sono conservati ottimamente. Il possesso di una siffatta mole di opere dal valore incalcolabile rende gli inglesi accorti e diligenti verso il patrimonio rinchiuso tra le mura del museo. Non un segno di cedimento, non una crepa nelle centinaia di tele appese all’interno della galleria.
L’ingresso nel museo e’ libero ma altrettanto non si puo’ dire delle audioguide o dei leaflet con la mappa. Per chi non si accontenta di visionare semplicemente una tela, con pochi pound si puo’ ottenere un lettore e un paio di cuffie che accompagneranno l’ospite per tutta la durata della visita illustrando, raccontando e spiegando ogni piu’ piccolo dettaglio del dipinto in esame. Per chi non vuole passare la giornata davanti ad una tela in attesa che la voce vellutata della guida racconti ogni minimo segreto della stessa, ci sono le mappe. Un aiuto, ma di scarsa rilevanza: l’intreccio delle sale e la loro connessione e vicinanza sono tali da rendere superflua qualunque cartina. Impossibile raggiungere una determinata area semplicemente leggendo la pianta, e il rischio di dimenticare qualcosa resta piuttosto alto.

I dipinti appesi alle pareti sono ad un soffio dal viso dei visitatori. Nessun vetro, nessuna transenna, solo blande corde all’altezza delle ginocchia per impedire agli ospiti di rovinare addosso ai quadri in un momento di disattenzione. L’occhio vigile dei guardiani di stanza ad ogni porta garantisce l’incolumita’ delle opere, ma tale vicinanza permette a chi guarda di assaporare ogni piu’ piccolo dettaglio. La delicatezza di Monet, le sfumature di Manet, la fantastica maniacalita’ per i dettagli del Canaletto, la violenza di Van Gogh, la perfezione del Caravaggio, la calda opprimenza degli artisti fiamminghi, i colori catarifrangenti di Garofalo – che, tra l’altro, fa venire voglia di spaghetti al solo leggerne il nome – sono ad un passo dal proprio naso.
Laddove molti dipinti suscitano ammirazione, altri non possono fare a meno di scatenare ilarita’. In una delle sale piu’ antiche, dedicata al ’700 britannico, puo’ accadere di imbattersi nel ritratto di una nobildonna inglese, tale regina Charlotte, che con molta probabilita’ venne buttata giu’ dal letto alle cinque del mattino prima di essere schiaffata di fronte alla tela. L’effetto e’ esilarante e il dipinto parla da se’, con tutto il rispetto per Sir Thomas Lawrence.

La presenza degli addetti ad ogni porta e’ discreta e quasi invisibile. Seduti sulla loro sedia o in piedi a braccia incrociate, sorvegliano il flusso ordinato dei visitatori, attenti che nessuno di loro si avvicini troppo ai dipinti e finisca col fare danni. L’incredibile noia derivata dalla loro mansione priva di stimoli rende la maggior parte di tali addetti brusca. Alla domanda “Excuse me, at what time will the gallery close?” (“Scusi, a che ora chiudera’ il museo?”) non e’ raro ricevere una risposta del tipo “Five minutes before six everybody has to be out!” (“Cinque minuti prima delle sei devono essere tutti fuori!”). Piu’ una minaccia che un’informazione.

Due ore trascorse nella quiete e nel tepore della National Gallery fanno dimenticare quanto freddo possa esserci fuori in queste giornate di inizio anno. Il gelo, secco e pungente, si insinua prepotentemente nel naso, portandolo a bruciare come se avesse sniffato aceto. Nelle fontane di Trafalgar Square il ghiaccio regna sovrano, per la gioia dei turisti che vedono in esso un’opportunita’ per fare uno scatto fotografico insolito. A Walthamstow, quartiere di collina, dopo le cinque i residenti sono costretti a rientrare in casa scivolando. Un paio di pattini per ghiaccio sarebbe senz’altro piu’ indicato, vista la superficie completamente bianca delle strade. Le auto, ricoperte di uno strato notevole di ghiaccio che sulle maniglie si e’ trasformato in minuscole stalattiti, sembrano un rimasuglio del set di “The day after tomorrow”.

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