…ma non e’ sempre vero.
Da quando la sterlina e’ scesa – vergognosamente, per gli inglesi – ai livelli dell’euro, la netta differenza di prezzi da sempre avvertibile si e’ letteralmente azzerata. Ne e’ una dimostrazione l’invasione di turisti della “zona Euro” alla quale si e’ assistito durante il periodo natalizio e alla quale si sta assistendo ancora ora.
Cambiare da euro a sterlina fino ad un anno fa costava caro. Il rapporto era 1:1,40 e il peso della traduzione dei prezzi letti nei cartellini si faceva sentire. Oggi calcolare la cifra esatta e’ una procedura quasi automatica e ridicola: al prezzo letto basta aggiungere qualche manciata di spiccioli.
Questo tipo di calcolo naturalmente non riguarda chi lavora in GB e prende il suo stipendio in pound. Anche per una abituata all’euro come me riesce difficile, ormai, fare conversioni. Cio’ che ho in mano sono pound e la mia spesa, pertanto, deve essere fatta tenendo conto solo di cio’ che ho e di cio’ che mi rimane, senza conversioni di sorta. Un po’ il tipo di ragionamento che si fece – ma che molti, testardi, non fecero – al momento dell’ingresso dell’euro al posto della lira.
Etichettata da sempre come la citta’ cara per eccellenza, anche in un periodo di forte crisi e di recessione come questo Londra mostra di saper offrire di piu’ ai suoi abitanti. Stipendi che in Italia sono mensili qui diventano settimanali: 300£ la settimana e’ quasi la cifra che prende un qualunque lavoratore a progetto italiano. Per chi ha la fortuna di lavorare in un ufficio, poi, la cifra settimanale puo’ aggirarsi anche intorno alle 500 sterline. Una cifra generosa, adeguata al costo della vita e che permette anche qualche extra. Si riesce a pagare l’affitto, l’abbonamento della Oyster e a far avanzare comodamente qualcosa. I prezzi dei beni di prima necessita’ – ad eccezione di alcuni prodotti, tra i quali la carne – sono adeguati ai salari.
Per garantire guadagni adeguati ai lavoratori esiste una paga minima sotto la quale i datori di lavoro non possono scendere: 5,75 l’ora. Naturalmente i furboni sono ovunque, anche a Londra, e puo’ capitare di ritirare la propria busta paga, trovare ore e soldi non corrispondenti, fare due conti e scoprire di essere stati pagati 4 sterline l’ora. A richiesta di spiegazioni si riceve una spallucciata, finche’ un sussurro ufficioso spiega che sono riusciti ad effettuare giochi di prestigio tali da registrare una cifra e dartene un’altra.
In linea di massima, comunque, anche i prezzi dei prodotti non di prima necessita’ sono adeguati se non, a volte, assurdamente bassi. Per la vita di tutti i giorni ci sono a disposizione centinaia di tipologie di negozi diverse nelle quali rifornirsi senza perdere tutto lo stipendio, e questo vale anche per coloro che pagano in euro. Certo, se si va a comprare un paio di scarpe da Bromley esse costeranno come e piu’ che in Italia – eccetto in periodo di saldi i quali, qui, sono saldi veri – ma, fortunatamente, ci sono decine e decine di alternative al negozio costoso. Se ci si accontenta, per restare nell’ambito scarpe, di un paio piacente ma di qualita’ non eccellente, i negozi in cui cercarle fioccano. Un mare di alternative che in Italia, per contro, manca. In Italia perfino il negozio dalla qualita’ piu’ vergognosa oggi pretende un prezzo fino a qualche anno fa degno di negozi di altro calibro. Pittarello, Globo, Scarpamondo e altre catene simili una volta erano famose – e frequentate – per la loro merce di qualita’ mediobassa dai prezzi ridicoli. Oggi neppure queste catene ci hanno risparmiato dall’incremento vergognoso dei prezzi.
Londra e’ una citta’ cara – piu’ cara – ma offre infinite possibilita’ agli acquirenti. Un esempio? Prima di partire ho dovuto rifornire la mia valigia di diverse piccole cose che mi mancavano. Quando sono arrivata qui mi sono resa conto che avrei potuto benissimo non comprare nulla e attendere di visitare il centro di Londra per trovare quegli stessi prodotti a prezzi piu’ che dimezzati. Un esempio? Ho acquistato una pinza per capelli in un negozio di orientali pagandola, per gli standard bolognesi, molto poco: un euro. Sono arrivata qui, sono entrata da Primark: set di quattro pinze per capelli, una sterlina. Per non parlare dell’abbigliamento: un cappotto in finto scamosciato, imbottito in pelo, nove sterline. Giacche in pelle di qualita’ media: trenta sterline. Sciarpe, guanti, cappelli e accessori vari: da una sterlina in su, a volte anche meno.
In Italia questo non sarebbe possibile. Proprio come i negozi di calzature, anche quelli di abbigliamento si sono presto adeguati a due fattori: l’aumento dei prezzi e la passione smodata che noi italiani abbiamo per la magliettina, la giacchina e il pantaloncino nuovo – ovviamente il tono e’ fortemente spregiativo. Siamo disposti a spendere piu’ del dovuto pur di avere nel nostro armadio un capo di abbigliamento fresco. E, naturalmente, il capo deve essere alla moda e, possibilmente, firmato.
Negozi dalla qualita’ ridicola ora sfoderano cartellini un tempo degni di catene medie come Benetton o Sisley. Fu clamoroso il repentino cambio di prezzo di un maglione che acquistai a dicembre 2001 proprio da Benetton: pagato 65.000 lire, allo scoccare di gennaio del 2002 – e, quindi, all’arrivo dell’euro – lo vidi sugli scaffali a 60€.
La cosa fantastica del vivere in una capitale da sette milioni di persone e’ che ognuno fa quel che si pare e, di conseguenza, ognuno puo’ andare in giro come si pare. Purche’ rispetti gli standard di decenza ed igiene previsti e pretesi dalla societa’ britannica, ovviamente.
In giro si vede di tutto. Ragazze che alla fermata del bus scambiano le loro scarpe dal tacco a spillo con comode scarpe da tennis, uomini in giacca e cravatta che nella metro sostituiscono entrambe con una felpa, signore che tirano fuori dalla borsa un intero kit di cosmetici – tanto da far chiedere se non abbiano per caso rubato la valigia a Mary Poppins – e dieci minuti dopo sono truccate come modelle.
In questa liberta’ totale rientra anche l’abbigliamento. Confesso che, di solito, cio’ che la gente indossa non e’ male. Certo, i colori non sono calcolati alla perfezione come in Italia, ne’ ci si cura troppo di verificare che una data scarpa possa stare bene con quella data gonna, ma in generale gli inglesi sfoggiano un abbigliamento sobrio e curato. In generale, non in assoluto.
A piacermi di piu’ sono le donne dai trenta in su. Non e’ raro vederne bardate di cappotto attillato, pantaloni eleganti e scarpe in tinta che si aggirano per le strade con aria seria e professionale.
Anche l’abbigliamento giovanile, escluse le eccentricita’, non e’ male. Come dicevo, nel complesso cio’ che si vede in giro non e’ troppo diverso da cio’ che si vede in qualunque piazza italiana. Anzi, in determinati casi e’ addirittura meglio: le esplosioni di vestiti ridicoli dal gusto rustico alle quali si assiste in alcuni centri di provincia il sabato sera, qui, almeno, non avvengono.


Grazie, molto interessante.
In effetti ho pure io il sospetto che quello di Londra=città cara stia diventando un luogo comunque. O perlomeno abitandoci non è proprio così cara…
volevo dire “luogo comune” :p