Del clima britannico se ne e’ scritto, parlato e disquisito per secoli: sarebbe inutile scriverne qui. Accetterete pero’ la mia perplessita’ di oggi pomeriggio quando, seduta su una panchina con la faccia beata davanti al tepore del sole, mi sono ritrovata a fuggire dal parco perche’ assediata da una copiosa pioggia di chicchi di neve ghiacciati. L’origine? Un solitario nuvolone bigio dietro il quale il sole si era temporaneamente nascosto. L’unica nuvola nel raggio di chilometri, vorrei precisare.
Archive for marzo 4th, 2009
L’impatto e’ notevole: varcato il piccolo cancello affacciato su Hoop Lane ci si ritrova schiaffati di fronte a migliaia e migliaia di lapidi accatastate le une sulle altre. Stelle di Davide e pietre sono ovunque. Pochi i fiori, come vuole la tradizione ebraica: gli omaggi sulle tombe in questo caso sono i sassi.
Cercare una particolare lapide e’ praticamente impossibile. L’unico modo per riuscirci e’ chiedere informazioni a qualcuno.
Ero stata al Golders Green Crematorium gia’ ieri mattina. Arrivata poco dopo l’ora di pranzo sotto un cielo plumbeo che minacciava pioggia, me ne sono andata demoralizzata dopo aver cercato con gli occhi un’anima alla quale chiedere aiuto, invano.
Oggi, poco dopo le dodici, ero di nuovo li’, determinata a trovare cio’ che stavo cercando: la tomba di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.
L’anima alla quale chiedere aiuto stavolta c’era ed era impegnata a tagliare l’erba intorno alle tombe. Alla domanda “Sto cercando la tomba del dottor Sigmund Freud, sa dirmi dov’e'?” il suo volto s’e’ allargato in un sorriso.
“Non e’ qui”, ha risposto. “Deve attraversare la strada e andare nel crematorio. C’e’ un ufficio, entri e chieda a loro. Sigmund Freud si trova li’.”
Insomma, come se il celebre medico mi stesse aspettando seduto nell’Admissions Office accompagnato da una tazza di te’!
Sul lato opposto di Hoop Lane si estende un complesso in mattoni rossi nel quale trovano alloggio l’attuale crematorio, gli uffici, la cappella e, naturalmente, il resto del cimitero. L’aria che si respira e’ meno opprimente di quella presente a pochi passi da li’, forse complici i prati verdi, i fiori di campo e, soprattutto, l’assenza di tombe. Lungo i muri e a ridosso delle passerelle, piccole lapidi e urne ricordano il nome delle ceneri da loro custodite.
Mi guardo intorno, visibilmente spaesata. Un uomo sulla settantina dall’aria gioviale mi apostrofa con un “May I help you, honey?”. Colgo la palla al balzo e in pochi secondi mi ritrovo al fianco del mio Virgilio, diretta verso l’ufficio informazioni.
L’atmosfera nell’ufficio ammissioni e’ quieta e informale. Moquette beige slavato a terra, un tavolino e quattro sedie nell’angolo, una macchina per caffe’ e te’ a libera disposizione dei clienti – i quali, non fatico a immaginare, saranno in uno stato d’animo ben diverso dal mio.
Dietro invito del mio Cicerone mi sistemo su una sedia, rimuginando sul momentaneo sprazzo di pazzia che mi ha portata a trovarmi li’, seduta nell’ufficio clienti di un crematorio, in attesa di avere accesso al Colombarium in cui riposano le ceneri del piu’ grande psicoterapeuta di tutti i tempi. Fosse stato ancora vivo, mi avrebbe senz’altro sottoposto a un’immediata seduta per capire come diavolo mi sia saltato in mente di andare proprio li’. Di cimiteri monumentali o con persone famose ce ne sono a bizzeffe, a Londra.
Il mio accesso all’East Colombarium ha il volto di un gaio signore di sessant’anni che stringe in mano un mazzo di chiavi alla San Pietro e indossa vestiti da fattore. Mi chiede come mai voglio vedere Sigmund, se sono una psicologa. Gia’, perche’ voglio vedere Freud? Invento una motivazione sui due piedi, spiego che sono una scrittrice e che i suoi studi mi sono tornati utili. Lui sorride bonario. E dice: “Ogni tanto qualcuno viene a far visita a Sigmund. Soltanto, devono chiedere di me per vederlo poiche’, come hai visto, l’accesso al luogo in cui si trova e’ limitato.”
Il suo tono e’ affettuoso, quasi paterno. Sembra stia parlando di un vecchio amico di famiglia.
Mentre pesca dal suo mazzo sacro la chiave giusta, mi racconta di una collega (mia) che e’ venuta in visita qualche tempo fa per raccogliere materiale per il suo libro sulla famiglia Freud. Helen Fry, alla vigilia della pubblicazione del suo testo, e’ tornata a fare visita al Colombarium due settimane fa.
L’East Colombarium non e’ niente piu’, niente meno che una vasta cappella colma di urne, vasi e mini-sarcofagi in marmo. Sono allineati ovunque, occupano tutte le pareti e molti sono accompagnati da biglietti, fiori, foto o, come nel caso del piedistallo del dottor Freud, pietre.
Man mano che avanziamo, Eric da’ vita agli inquietanti lampadari di stampo medievale che pendono a distanza regolare dal soffitto a volta.
“Sigmund is there, just around the corner!” mi dice, acceso. Benche’ in quella stessa cripta riposino altri personaggi famosi – tra essi, Anna Pavlova, la ballerina, e Marc Bolan, il cantante dei T-Rex – tutte le attenzioni di Eric sono proiettate sull’esile piedistallo in marmo scuro su cui si stagliano i nomi e le date di Freud e di sua moglie Martha.
Eric va a prendere dell’acqua per i fiori e io resto sola. Oddio, sola e’ una parola errata in un condominio tanto sovraffollato come quello. Guardo il vaso antico nel quale sono contenute le ceneri del dottor Freud – ellenico o italiano, questo Eric non ha saputo dirlo – e un’onda di rispetto e ammirazione mi piove addosso, lasciandomi commossa.
Bastano pochi scambi di battute per capire che Eric conosce bene il suo lavoro di custode. In una nicchia in cui alloggia l’urna di qualche sconosciuto conserva fotocopie col riassunto della vita del dottore, foto della corona di fiori depositata li’ per il cinquantesimo anniversario e qualche volantino del libro di Helen Fry. Poi mi invita a scattare una foto, e di fronte alla mia esitazione – dovuta a quell’ambiente terribilmente deserto e maledettamente silenzioso – sorride di nuovo. “Isn’t it disrespectful to shot a picture here?”, domando. Sorride, scuote la testa: “You are full of good thoughts”, hai buone intenzioni. Tradotto in parole povere: puoi scattare una foto. “Avrai cosi’ un’immagine da guardare a ricordo di questa visita”, aggiunge. C’e’ un che di macabro nell’affermazione, ma solo io sembro notarlo.
Il mio Nokia fa il suo lavoro, ma Eric e’ piu’ avanti di me in fatto di tecnologia e cava dalla tasca una digitale. Mi invita ad affiancare la lapide, scatta tre foto. Ha una stampante, me le rilascera’ subito.
Mentre sistema dei fiori nel vaso mi racconta di come, soprattutto in estate, il Colombarium diventi meta di studiosi e turisti, creando vere e proprie resse da trenta, quaranta persone, tutte stipate in quell’angolo e tutte ansiose di scattare una foto accanto alla celebre tomba. “So… I can say I’ve been lucky. I’m alone here, today!”. Lui sorride affabilmente e annuisce.
L’ufficio di Eric si trova in una minuscola dependance nascosta in un angolo del complesso. Sembra la casetta degli elfi di Babbo Natale: piccola, con una porta e una finestrella verdi e una panchina accanto all’ingresso. Al di la’ dell’entrata, una stanza altrettanto minuscola in cui e’ stipato di tutto, ogni sorta di arnese, cianfrusaglia, strumento. Nel mezzo di quel caos, quasi invisibile, una piccola HP pronta a ricevere le mie foto e a sputarle fuori in formato cartaceo.
Intanto che la stampante fa il suo lavoro, Eric mi mostra l’album delle sue immagini preferite. Contiene scatti del prato antistante i vari Colombarium in inverno, in estate, con gli addobbi natalizi, con la neve e con la nebbia. Ci sono foto delle lapidi piu’ raffinate, dei mazzi di fiori piu’ belli e, quasi alla fine, delle bare ecologiche, bare totalmente in cartone che, mi spiega, vengono usate per i defunti ambientalisti. “Tengono molto al rispetto della natura e non vogliono che vengano abbattuti alberi per costruire una bara che verra’ poi bruciata percio’, visto che devono restarvi solo qualche ora prima di essere cremati, li mettiamo in queste bare di cartone”. Su una di esse dei bambini hanno addirittura disegnato fiori e scritto preghiere. Ne ricorda un paio a memoria.
Da come Eric parla di ogni singola foto si capisce subito che quel luogo di morte e’ la sua vita. La quantita’ di scatti da lui fatti al prato e alle tombe e’ equiparabile solo alla mole di immagini da me collezionate di Hyde Park e del suo Serpentine. Certo, un conto e’ un parco pubblico un conto e’ un cimitero ma, come si dice… de gustibus.
Le ultime quattro foto vengono anticipate da una richiesta: sei impressionabile? “Sono foto scattate nel crematorio”, aggiunge, “e non tutti vorrebbero vederle”. Acconsento con una spallucciata. Non sono cosi’ debole di stomaco, specifico. “Anche se spero tanto che non abbia fotografato davvero l’incipit della questione!”, rifletto tra me e me.
Negli scatti che mi mostra tutto cio’ che di umano resta nel montone di cenere rosseggiante e’ mezzo teschio dalla consistenza di carta velina incendiata. Per fortuna. Ascolto con un lieve brivido il funzionamento di una cremazione, i dettagli sulla temperatura, sulle tempistiche, e mi chiedo: “Ma perche’ fotografarla e conservarla in un album?”. La risposta sembra essere troppo bizzarra per prendere forma nella mia mente di imbrattacarte ignorante in fatto di inumazioni e affini.
La piccola HP nel frattempo ha fatto il suo lavoro e le mie foto sono pronte. Con orgoglio, Eric mi mostra quelle scattate con altre visitatrici – non mi sfugge che siano tutte donne – che sono state li’ e hanno usufruito della sua gentile guida. C’e’ perfino una malandata signora russa di 84 anni: e’ passata la scorsa estate per rendere omaggio all’urna della celebre ballerina Anna Pavlova.
Le foto delle visitatrici, molte delle quali tornate poi a far visita al Crematorium, sono affisse ovunque. Sono sulle pareti, sugli sportelli degli armadietti, perfino attaccate al soffitto. Eric ha fotografato di tutto, dalle lettere scrittegli da due americane alle sezioni del libro in uscita sulla famiglia Freud, alla cui presentazione lui e’ stato invitato.
Poco prima di congedarmi mi chiede di scattarci una foto insieme da appendere accanto alle altre. Richiesta alla quale non mi oppongo, dal momento in cui non sa il mio nome, la mia eta’ e neppure la mia nazionalita’. In questa citta’ ho imparato infatti che perfino la domanda piu’ semplice puo’ appiccicarti addosso la piu’ tenace delle piovre. Per Eric, pero’, esiste solo il Colombarium e io sono tra quelli che ha reso omaggio all’amico Sigmund. E, di rimando, degna di essere ricordata – per fortuna, in una foto da viva!
La mia visita al Golders Green Crematorium si conclude sulla soglia dell’ufficio del custode con una stretta di mano e la promessa – abbastanza improbabile – di una nuova visita futura. Con le foto chiuse in una busta da lettera e il biglietto da visita del custode in tasca mi allontano, osservando di nuovo con stupore le casette alla Little Whinging disseminate lungo quel tratto di Finchley Road, felice dell’escursione eppure, in qualche modo, inspiegabilmente turbata.


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