Archive for the Category ◊ A spasso per Londra ◊

Author: Juana
• giovedì, marzo 05th, 2009

Volevo segnalare un link:

http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-03-05/dodicesima.shtml

L’immagine e’ stata scattata il 22 febbraio alla stazione di Glouchester Road (o Piccadilly Circus? Non ricordo!). Non e’ ancora stata inserita nella pagina delle foto del mio Windows Live, come moltissime altre, ma conto di farlo presto. Quando? Appena avro’ qualche minuto libero per me, per il blog e, soprattutto, per un backup!

Author: Juana
• mercoledì, marzo 04th, 2009

L’impatto e’ notevole: varcato il piccolo cancello affacciato su Hoop Lane ci si ritrova schiaffati di fronte a migliaia e migliaia di lapidi accatastate le une sulle altre. Stelle di Davide e pietre sono ovunque. Pochi i fiori, come vuole la tradizione ebraica: gli omaggi sulle tombe in questo caso sono i sassi.
Cercare una particolare lapide e’ praticamente impossibile. L’unico modo per riuscirci e’ chiedere informazioni a qualcuno.

Ero stata al Golders Green Crematorium gia’ ieri mattina. Arrivata poco dopo l’ora di pranzo sotto un cielo plumbeo che minacciava pioggia, me ne sono andata demoralizzata dopo aver cercato con gli occhi un’anima alla quale chiedere aiuto, invano.
Oggi, poco dopo le dodici, ero di nuovo li’, determinata a trovare cio’ che stavo cercando: la tomba di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.
L’anima alla quale chiedere aiuto stavolta c’era ed era impegnata a tagliare l’erba intorno alle tombe. Alla domanda “Sto cercando la tomba del dottor Sigmund Freud, sa dirmi dov’e'?” il suo volto s’e’ allargato in un sorriso.
“Non e’ qui”, ha risposto. “Deve attraversare la strada e andare nel crematorio. C’e’ un ufficio, entri e chieda a loro. Sigmund Freud si trova li’.”
Insomma, come se il celebre medico mi stesse aspettando seduto nell’Admissions Office accompagnato da una tazza di te’!
Sul lato opposto di Hoop Lane si estende un complesso in mattoni rossi nel quale trovano alloggio l’attuale crematorio, gli uffici, la cappella e, naturalmente, il resto del cimitero. L’aria che si respira e’ meno opprimente di quella presente a pochi passi da li’, forse complici i prati verdi, i fiori di campo e, soprattutto, l’assenza di tombe. Lungo i muri e a ridosso delle passerelle, piccole lapidi e urne ricordano il nome delle ceneri da loro custodite.
Mi guardo intorno, visibilmente spaesata. Un uomo sulla settantina dall’aria gioviale mi apostrofa con un “May I help you, honey?”. Colgo la palla al balzo e in pochi secondi mi ritrovo al fianco del mio Virgilio, diretta verso l’ufficio informazioni.

L’atmosfera nell’ufficio ammissioni e’ quieta e informale. Moquette beige slavato a terra, un tavolino e quattro sedie nell’angolo, una macchina per caffe’ e te’ a libera disposizione dei clienti – i quali, non fatico a immaginare, saranno in uno stato d’animo ben diverso dal mio.
Dietro invito del mio Cicerone mi sistemo su una sedia, rimuginando sul momentaneo sprazzo di pazzia che mi ha portata a trovarmi li’, seduta nell’ufficio clienti di un crematorio, in attesa di avere accesso al Colombarium in cui riposano le ceneri del piu’ grande psicoterapeuta di tutti i tempi. Fosse stato ancora vivo, mi avrebbe senz’altro sottoposto a un’immediata seduta per capire come diavolo mi sia saltato in mente di andare proprio li’. Di cimiteri monumentali o con persone famose ce ne sono a bizzeffe, a Londra.

Il mio accesso all’East Colombarium ha il volto di un gaio signore di sessant’anni che stringe in mano un mazzo di chiavi alla San Pietro e indossa vestiti da fattore. Mi chiede come mai voglio vedere Sigmund, se sono una psicologa. Gia’, perche’ voglio vedere Freud? Invento una motivazione sui due piedi, spiego che sono una scrittrice e che i suoi studi mi sono tornati utili. Lui sorride bonario. E dice: “Ogni tanto qualcuno viene a far visita a Sigmund. Soltanto, devono chiedere di me per vederlo poiche’, come hai visto, l’accesso al luogo in cui si trova e’ limitato.”
Il suo tono e’ affettuoso, quasi paterno. Sembra stia parlando di un vecchio amico di famiglia.
Mentre pesca dal suo mazzo sacro la chiave giusta, mi racconta di una collega (mia) che e’ venuta in visita qualche tempo fa per raccogliere materiale per il suo libro sulla famiglia Freud. Helen Fry, alla vigilia della pubblicazione del suo testo, e’ tornata a fare visita al Colombarium due settimane fa.

L’East Colombarium non e’ niente piu’, niente meno che una vasta cappella colma di urne, vasi e mini-sarcofagi in marmo. Sono allineati ovunque, occupano tutte le pareti e molti sono accompagnati da biglietti, fiori, foto o, come nel caso del piedistallo del dottor Freud, pietre.
Man mano che avanziamo, Eric da’ vita agli inquietanti lampadari di stampo medievale che pendono a distanza regolare dal soffitto a volta.
“Sigmund is there, just around the corner!” mi dice, acceso. Benche’ in quella stessa cripta riposino altri personaggi famosi – tra essi, Anna Pavlova, la ballerina, e Marc Bolan, il cantante dei T-Rex – tutte le attenzioni di Eric sono proiettate sull’esile piedistallo in marmo scuro su cui si stagliano i nomi e le date di Freud e di sua moglie Martha.
Eric va a prendere dell’acqua per i fiori e io resto sola. Oddio, sola e’ una parola errata in un condominio tanto sovraffollato come quello. Guardo il vaso antico nel quale sono contenute le ceneri del dottor Freud – ellenico o italiano, questo Eric non ha saputo dirlo – e un’onda di rispetto e ammirazione mi piove addosso, lasciandomi commossa.

Bastano pochi scambi di battute per capire che Eric conosce bene il suo lavoro di custode. In una nicchia in cui alloggia l’urna di qualche sconosciuto conserva fotocopie col riassunto della vita del dottore, foto della corona di fiori depositata li’ per il cinquantesimo anniversario e qualche volantino del libro di Helen Fry. Poi mi invita a scattare una foto, e di fronte alla mia esitazione – dovuta a quell’ambiente terribilmente deserto e maledettamente silenzioso – sorride di nuovo. “Isn’t it disrespectful to shot a picture here?”, domando. Sorride, scuote la testa: “You are full of good thoughts”, hai buone intenzioni. Tradotto in parole povere: puoi scattare una foto. “Avrai cosi’ un’immagine da guardare a ricordo di questa visita”, aggiunge. C’e’ un che di macabro nell’affermazione, ma solo io sembro notarlo.
Il mio Nokia fa il suo lavoro, ma Eric e’ piu’ avanti di me in fatto di tecnologia e cava dalla tasca una digitale. Mi invita ad affiancare la lapide, scatta tre foto. Ha una stampante, me le rilascera’ subito.
Mentre sistema dei fiori nel vaso mi racconta di come, soprattutto in estate, il Colombarium diventi meta di studiosi e turisti, creando vere e proprie resse da trenta, quaranta persone, tutte stipate in quell’angolo e tutte ansiose di scattare una foto accanto alla celebre tomba. “So… I can say I’ve been lucky. I’m alone here, today!”. Lui sorride affabilmente e annuisce.

L’ufficio di Eric si trova in una minuscola dependance nascosta in un angolo del complesso. Sembra la casetta degli elfi di Babbo Natale: piccola, con una porta e una finestrella verdi e una panchina accanto all’ingresso. Al di la’ dell’entrata, una stanza altrettanto minuscola in cui e’ stipato di tutto, ogni sorta di arnese, cianfrusaglia, strumento. Nel mezzo di quel caos, quasi invisibile, una piccola HP pronta a ricevere le mie foto e a sputarle fuori in formato cartaceo.
Intanto che la stampante fa il suo lavoro, Eric mi mostra l’album delle sue immagini preferite. Contiene scatti del prato antistante i vari Colombarium in inverno, in estate, con gli addobbi natalizi, con la neve e con la nebbia. Ci sono foto delle lapidi piu’ raffinate, dei mazzi di fiori piu’ belli e, quasi alla fine, delle bare ecologiche, bare totalmente in cartone che, mi spiega, vengono usate per i defunti ambientalisti. “Tengono molto al rispetto della natura e non vogliono che vengano abbattuti alberi per costruire una bara che verra’ poi bruciata percio’, visto che devono restarvi solo qualche ora prima di essere cremati, li mettiamo in queste bare di cartone”. Su una di esse dei bambini hanno addirittura disegnato fiori e scritto preghiere. Ne ricorda un paio a memoria.
Da come Eric parla di ogni singola foto si capisce subito che quel luogo di morte e’ la sua vita. La quantita’ di scatti da lui fatti al prato e alle tombe e’ equiparabile solo alla mole di immagini da me collezionate di Hyde Park e del suo Serpentine. Certo, un conto e’ un parco pubblico un conto e’ un cimitero ma, come si dice… de gustibus.
Le ultime quattro foto vengono anticipate da una richiesta: sei impressionabile? “Sono foto scattate nel crematorio”, aggiunge, “e non tutti vorrebbero vederle”. Acconsento con una spallucciata. Non sono cosi’ debole di stomaco, specifico. “Anche se spero tanto che non abbia fotografato davvero l’incipit della questione!”, rifletto tra me e me.
Negli scatti che mi mostra tutto cio’ che di umano resta nel montone di cenere rosseggiante e’ mezzo teschio dalla consistenza di carta velina incendiata. Per fortuna. Ascolto con un lieve brivido il funzionamento di una cremazione, i dettagli sulla temperatura, sulle tempistiche, e mi chiedo: “Ma perche’ fotografarla e conservarla in un album?”. La risposta sembra essere troppo bizzarra per prendere forma nella mia mente di imbrattacarte ignorante in fatto di inumazioni e affini.

La piccola HP nel frattempo ha fatto il suo lavoro e le mie foto sono pronte. Con orgoglio, Eric mi mostra quelle scattate con altre visitatrici – non mi sfugge che siano tutte donne – che sono state li’ e hanno usufruito della sua gentile guida. C’e’ perfino una malandata signora russa di 84 anni: e’ passata la scorsa estate per rendere omaggio all’urna della celebre ballerina Anna Pavlova.
Le foto delle visitatrici, molte delle quali tornate poi a far visita al Crematorium, sono affisse ovunque. Sono sulle pareti, sugli sportelli degli armadietti, perfino attaccate al soffitto. Eric ha fotografato di tutto, dalle lettere scrittegli da due americane alle sezioni del libro in uscita sulla famiglia Freud, alla cui presentazione lui e’ stato invitato.
Poco prima di congedarmi mi chiede di scattarci una foto insieme da appendere accanto alle altre. Richiesta alla quale non mi oppongo, dal momento in cui non sa il mio nome, la mia eta’ e neppure la mia nazionalita’. In questa citta’ ho imparato infatti che perfino la domanda piu’ semplice puo’ appiccicarti addosso la piu’ tenace delle piovre. Per Eric, pero’, esiste solo il Colombarium e io sono tra quelli che ha reso omaggio all’amico Sigmund. E, di rimando, degna di essere ricordata – per fortuna, in una foto da viva!

La mia visita al Golders Green Crematorium si conclude sulla soglia dell’ufficio del custode con una stretta di mano e la promessa – abbastanza improbabile – di una nuova visita futura. Con le foto chiuse in una busta da lettera e il biglietto da visita del custode in tasca mi allontano, osservando di nuovo con stupore le casette alla Little Whinging disseminate lungo quel tratto di Finchley Road, felice dell’escursione eppure, in qualche modo, inspiegabilmente turbata.

Author: Juana
• domenica, marzo 01st, 2009

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Che il Victoria and Albert Museum sia un museo di classe lo si avverte fin dall’ingresso: non il solito disimpegno con le classiche scrivanie dietro cui gli addetti ispezionano zaini e borse – in stile Natural History Museum – ne’ il soffocante scalone che accoglie i visitatori della National Gallery. No: al Victoria&Albert Museum a dare il benvenuto a chi entra e’ una hall vasta, luminosa e raffinata sulla quale capeggia un enorme lampadario multicolore in vetro di murano. Le sale del pianterreno, come la maggior parte delle sale del museo, sono silenziose, spaziose e dominate dalla penombra. Sono cosi’ scure che non e’ raro avere difficolta’ a leggere cio’ che e’ scritto nelle didascalie o, addirittura, riuscire a vedere cio’ che e’ affisso alle pareti. Una collezione scelta accuratamente, pezzi ricercati che ricordano i reperti in mostra al British Museum ma che in qualche modo sfoderano una classe e un valore superiori.

Volendo fare un paragone immediato, il Victoria&Albert Museum e’ un British Museum d’élite. Pur non essendo esperti in fatto di archeologia o storia non si puo’ non notare come oro, argento e pietre preziose abbondino. Forse e’ solo una questione d’impatto visivo – anche il British Museum vanta la sua ala dedicata ai preziosi, e molti dei suoi reperti valgono quanto e piu’ di dieci tiare del V&A messe insieme – ma la sensazione che ne deriva e’ questa: si e’ di fronte al museo della classe ricca.
A favorire questa visione non sono solo i reperti in mostra, molti dei quali appartenuti a re e regine di tutto il mondo, ma anche la disposizione degli stessi: a differenza del suo fratello piu’ popolare – la coda domenicale che c’e’ al British Museum non e’ neppure lontanamente paragonabile al gruppetto di turisti che si aggira per le sale del V&A – per riempire questo museo nessuno ha staccato e ricomposto interi palazzi alla stregua di un gigantesco puzzle. Al massimo, si sono limitati a ricostruire alcuni ambienti.

Fino a non troppo tempo fa a pagamento, il Victoria&Albert Museum e’ oggi, come la maggior parte dei musei londinesi, ad entrata libera. E, come nella maggior parte dei musei londinesi, tutto cio’ che il museo chiede e’ una donazione simbolica di 3£ – o piu’, a scelta – o di 1£ per la mappa. Nessun obbligo, naturalmente: e’ il visitatore a scegliere se e quanto donare. Nel caso in cui decidera’ di dare al museo una sterlina per la mappa, avra’ dunque ogni ragione di sibilare tra i denti epiteti degni di un’osteria romana quando, svoltato l’angolo e convinto di trovarsi alla sala X, si rendera’ conto di essere invece finito nell’androne XY. E’ un classico: nonostante le mappe, nei musei londinesi ci si perde sempre. Il susseguirsi di sale enormi l’una dietro l’altra e i continui passaggi di intercomunicazione porta le persone a zigzagare senza sosta da un punto all’altro, perdendo del tutto il senso dell’orientamento. A volte i numeri affissi accanto ai varchi o alle porte sono utili. A volte.

Il bello del visitare un museo dedicato per lo piu’ alla nobilta’ o, comunque, contenente reperti di un certo valore simbolico – oltre che economico – aiuta ad apprendere molte cose. Ad esempio, fa vedere da vicino quanto le persone fossero piccole di statura fino ad appena cento anni fa. Perfino nella grande Russia, da sempre patria degli spilungoni biondi, atletici e dagli occhi di ghiaccio, una donna o un uomo potevano aspirare al massimo al metro e settanta. O, almeno, questo e’ cio’ che si evince contemplando i vestiti della mostra The magnificence of Tsars.
Il vestito che attira tutti gli sguardi? Quello disegnato da Catherine Walker per Lady Diana nel 1989.

Il Victoria&Albert Museum e’ il luogo dei sogni, lo scrigno del tempo che fu, un piccolo angolo di eleganza. E di illusione: come non spalancare la bocca di fronte alla sterminata – e gigantesca in quanto a dimensioni fisiche – collezione della sala dei Cast Courts al livello 1? Tombe, tempietti, statue e per finire due gigantesche colonne alte fino al soffitto. Vere? Macche’! In realta’ tutto cio’ che e’ contenuto nella sala 46A e’ finto. Sono plasters, ovvero riproduzioni in stucco di monumenti e opere famose e le due gigantesche colonne, che peseranno al massimo qualche centinaio di chili con tanto di struttura, sono le due parti, inferiore e superiore, della nostra Colonna Traiana. Nient’altro che stucco, dunque, motivo per cui gli inviti a non toccare nulla sono affissi in ogni superficie libera possibile.
La riproduzione a grandezza naturale del Portico della Gloria di Santiago de Compostela e’ un artefatto fasullo che si puo’ contemplare da vicino senza dover arrivare in Spagna. Con tanto di visitatrice sfuggita ai guardiani dopo aver rubato un vestito al reparto Fashion del livello 1.

Nei sotterranei del V&A e’ possibile respirare l’odore del vecchio maniero settecentesco. L’aria, pregna di un aroma che racchiude l’olezzo dell’umidita’, del legno antico e del ferro, e’ subito seguita da oggetti, mobili e vestiti appartenenti al XVII-XVIII secolo. Le ricostruzioni a grandezza naturale di gabinetti settecenteschi, unita a tale odore, fa smarrire il senso di spazio e tempo: per un istante sembra davvero di trovarsi all’interno di un vecchio castello.
L’attenzione con cui e’ stata raccolta, selezionata e disposta la collezione del V&A trova la sua consacrazione nella sala dei gioielli: tiare, collane, anelli, ciondoli, accessori dal valore inestimabile fanno bella mostra di se’ dietro teche in vetro spesse due dita. Appartengono ad ogni epoca e ad ogni popolo: egizi, greci, romani, inglesi. In oro o argento, con pietre o materiali alternativi, i gioielli conservati al V&A offrono al visitatore uno spettacolo piu’ interessante e, sotto certi aspetti, piu’ gratificante della collezione in mostra alla Torre di Londra. Inoltre, cosa non da poco, puo’ sostare davanti ad una certa vetrina quanto vuole: nessuna pedana mobile lo trascinera’ via, inesorabile, impedendogli di dare alla corona della Regina Vittoria piu’ di una misera, sfuggevole occhiata. Soltanto un particolare accomuna le due sale dei preziosi: il divieto di scattare foto. Benche’ non sia scritto da nessuna parte – neppure nella mappa: uno di quei rari casi in cui la precisione inglese fa cilecca – immortalare il contenuto delle Jewellery rooms e’ proibito.
Il divieto per me e’ arrivato sotto forma di una giovane addetta la quale, con tutta la politeness della Gran Bretagna racchiusa in un sorriso, mi ha avvisata che in quella sezione non potevo scattare foto. Decisamente una grossa differenza dal “Non si puo’ fotografare qui!” urlato a mia sorella da una dipendente del Museo Nazionale d’Abruzzo (L’Aquila). In realta’ stava solo rispondendo ad un sms, non cercando di immortalare quelle quattro ossa ammuffite di mammuth. Ma, come dire, l’Abruzzo e’ l’Abruzzo, e qui siamo in Gran Bretagna.
La giapponese incappata nel mio stesso errore pochi secondi dopo di me non e’ stata altrettanto fortunata: a lei e’ toccato uno zelante – e incazzato – addetto che le ha tuonato, livido: “No photos, no photos! Take your pictures outside, not here!”. E’ stupefacente come la sala sia ancora li’ e ancora in piedi.

La seriosita’ e il livello elevato del museo si riflette, incredibilmente, nel comportamento accorto e disciplinato dei suoi visitatori. Quasi intimoriti da un ambiente in penombra che sembra voler invitare al rispetto, essi si aggirano per le sale silenziosi, quasi sfiorando il pavimento, attenti a non causare il minimo rumore e rendendo gli spazi dei giganti sonnolenti. Giunta alla sezione dei dipinti del terzo piano mi sono arresa: ho cavato dalla tasca l’iPod e l’ho acceso al massimo volume. Ho evitato cosi’ di finire tra le attrazioni del museo etichettata come “la prima persona capace di addormentarsi in piedi di fronte ad un quadro di Turner”.

Visitare il Victoria&Albert Museum permette di comprendere meglio i ritmi, gli stili, i vizi e gli eccessi della nobilta’ di ieri e di oggi. Insieme ad una postilla ai piu’ sconosciuta: non sempre i discendenti delle nobili casate se la passano bene. E’ il caso di Edward Cavendish, decimo duca di Devonshire, il quale ha preferito pagare parte delle tasse donando al museo alcuni tra i piu’ preziosi arazzi oggi in mostra nella sezione apposita. Insomma, per l’establishment britannico a volte c’e’ il ritorno al baratto. Dopotutto, in qualche modo dovranno pur pagare il dispendioso mantenimento dei possedimenti lasciati loro dai padri e dai nonni, e allora perche’ non usufruire di alcuni dei gingilli che da secoli prendono polvere in soffitta? Oppure far ricorso all’espediente del barone di Montagu di Beaulieu, che ogni anno accoglie nel suo castello e nel suo museo di auto antiche oltre mezzo milione di visitatori, ottenendo entrate sufficienti a conservare la sua tenuta in perfette condizioni*. Dopotutto, anche lui deve pur pagare il dispendioso mantenimento dei possedimenti di famiglia, per l’appunto.

Se nella gran parte dei musei visitare lo shop ad essi annesso e’ solo una perdita di tempo, nel caso del V&A un’occhiata e’ obbligatoria: esso e’, infatti, una vera e propria manifestazione di stravaganza dove vestiti dai colori orrendi si alternano ad orridi cappelli astratti e ad ancora piu’ terrificanti sciarpe dai materiali alternativi e costi affrontabili solo a rate. Collane in finte perle o anelli in plastica a dir poco pacchiani sfoggiano un cartellino degno di un’oreficeria Cartier.
Sicuramente un ottimo punto di rifornimento per il Carnevale, tale shop. Per chi se li puo’ permettere, ovviamente.

* “Dio ci salvi dagli inglesi… o no?”, Antonio Caprarica, cap. 6