Archive for the Category ◊ A spasso per Londra ◊

Author: Juana
• giovedì, marzo 05th, 2009

Volevo segnalare un link:

http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-03-05/dodicesima.shtml

L’immagine e’ stata scattata il 22 febbraio alla stazione di Glouchester Road (o Piccadilly Circus? Non ricordo!). Non e’ ancora stata inserita nella pagina delle foto del mio Windows Live, come moltissime altre, ma conto di farlo presto. Quando? Appena avro’ qualche minuto libero per me, per il blog e, soprattutto, per un backup!

Author: Juana
• domenica, marzo 01st, 2009

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Che il Victoria and Albert Museum sia un museo di classe lo si avverte fin dall’ingresso: non il solito disimpegno con le classiche scrivanie dietro cui gli addetti ispezionano zaini e borse – in stile Natural History Museum – ne’ il soffocante scalone che accoglie i visitatori della National Gallery. No: al Victoria&Albert Museum a dare il benvenuto a chi entra e’ una hall vasta, luminosa e raffinata sulla quale capeggia un enorme lampadario multicolore in vetro di murano. Le sale del pianterreno, come la maggior parte delle sale del museo, sono silenziose, spaziose e dominate dalla penombra. Sono cosi’ scure che non e’ raro avere difficolta’ a leggere cio’ che e’ scritto nelle didascalie o, addirittura, riuscire a vedere cio’ che e’ affisso alle pareti. Una collezione scelta accuratamente, pezzi ricercati che ricordano i reperti in mostra al British Museum ma che in qualche modo sfoderano una classe e un valore superiori.

Volendo fare un paragone immediato, il Victoria&Albert Museum e’ un British Museum d’élite. Pur non essendo esperti in fatto di archeologia o storia non si puo’ non notare come oro, argento e pietre preziose abbondino. Forse e’ solo una questione d’impatto visivo – anche il British Museum vanta la sua ala dedicata ai preziosi, e molti dei suoi reperti valgono quanto e piu’ di dieci tiare del V&A messe insieme – ma la sensazione che ne deriva e’ questa: si e’ di fronte al museo della classe ricca.
A favorire questa visione non sono solo i reperti in mostra, molti dei quali appartenuti a re e regine di tutto il mondo, ma anche la disposizione degli stessi: a differenza del suo fratello piu’ popolare – la coda domenicale che c’e’ al British Museum non e’ neppure lontanamente paragonabile al gruppetto di turisti che si aggira per le sale del V&A – per riempire questo museo nessuno ha staccato e ricomposto interi palazzi alla stregua di un gigantesco puzzle. Al massimo, si sono limitati a ricostruire alcuni ambienti.

Fino a non troppo tempo fa a pagamento, il Victoria&Albert Museum e’ oggi, come la maggior parte dei musei londinesi, ad entrata libera. E, come nella maggior parte dei musei londinesi, tutto cio’ che il museo chiede e’ una donazione simbolica di 3£ – o piu’, a scelta – o di 1£ per la mappa. Nessun obbligo, naturalmente: e’ il visitatore a scegliere se e quanto donare. Nel caso in cui decidera’ di dare al museo una sterlina per la mappa, avra’ dunque ogni ragione di sibilare tra i denti epiteti degni di un’osteria romana quando, svoltato l’angolo e convinto di trovarsi alla sala X, si rendera’ conto di essere invece finito nell’androne XY. E’ un classico: nonostante le mappe, nei musei londinesi ci si perde sempre. Il susseguirsi di sale enormi l’una dietro l’altra e i continui passaggi di intercomunicazione porta le persone a zigzagare senza sosta da un punto all’altro, perdendo del tutto il senso dell’orientamento. A volte i numeri affissi accanto ai varchi o alle porte sono utili. A volte.

Il bello del visitare un museo dedicato per lo piu’ alla nobilta’ o, comunque, contenente reperti di un certo valore simbolico – oltre che economico – aiuta ad apprendere molte cose. Ad esempio, fa vedere da vicino quanto le persone fossero piccole di statura fino ad appena cento anni fa. Perfino nella grande Russia, da sempre patria degli spilungoni biondi, atletici e dagli occhi di ghiaccio, una donna o un uomo potevano aspirare al massimo al metro e settanta. O, almeno, questo e’ cio’ che si evince contemplando i vestiti della mostra The magnificence of Tsars.
Il vestito che attira tutti gli sguardi? Quello disegnato da Catherine Walker per Lady Diana nel 1989.

Il Victoria&Albert Museum e’ il luogo dei sogni, lo scrigno del tempo che fu, un piccolo angolo di eleganza. E di illusione: come non spalancare la bocca di fronte alla sterminata – e gigantesca in quanto a dimensioni fisiche – collezione della sala dei Cast Courts al livello 1? Tombe, tempietti, statue e per finire due gigantesche colonne alte fino al soffitto. Vere? Macche’! In realta’ tutto cio’ che e’ contenuto nella sala 46A e’ finto. Sono plasters, ovvero riproduzioni in stucco di monumenti e opere famose e le due gigantesche colonne, che peseranno al massimo qualche centinaio di chili con tanto di struttura, sono le due parti, inferiore e superiore, della nostra Colonna Traiana. Nient’altro che stucco, dunque, motivo per cui gli inviti a non toccare nulla sono affissi in ogni superficie libera possibile.
La riproduzione a grandezza naturale del Portico della Gloria di Santiago de Compostela e’ un artefatto fasullo che si puo’ contemplare da vicino senza dover arrivare in Spagna. Con tanto di visitatrice sfuggita ai guardiani dopo aver rubato un vestito al reparto Fashion del livello 1.

Nei sotterranei del V&A e’ possibile respirare l’odore del vecchio maniero settecentesco. L’aria, pregna di un aroma che racchiude l’olezzo dell’umidita’, del legno antico e del ferro, e’ subito seguita da oggetti, mobili e vestiti appartenenti al XVII-XVIII secolo. Le ricostruzioni a grandezza naturale di gabinetti settecenteschi, unita a tale odore, fa smarrire il senso di spazio e tempo: per un istante sembra davvero di trovarsi all’interno di un vecchio castello.
L’attenzione con cui e’ stata raccolta, selezionata e disposta la collezione del V&A trova la sua consacrazione nella sala dei gioielli: tiare, collane, anelli, ciondoli, accessori dal valore inestimabile fanno bella mostra di se’ dietro teche in vetro spesse due dita. Appartengono ad ogni epoca e ad ogni popolo: egizi, greci, romani, inglesi. In oro o argento, con pietre o materiali alternativi, i gioielli conservati al V&A offrono al visitatore uno spettacolo piu’ interessante e, sotto certi aspetti, piu’ gratificante della collezione in mostra alla Torre di Londra. Inoltre, cosa non da poco, puo’ sostare davanti ad una certa vetrina quanto vuole: nessuna pedana mobile lo trascinera’ via, inesorabile, impedendogli di dare alla corona della Regina Vittoria piu’ di una misera, sfuggevole occhiata. Soltanto un particolare accomuna le due sale dei preziosi: il divieto di scattare foto. Benche’ non sia scritto da nessuna parte – neppure nella mappa: uno di quei rari casi in cui la precisione inglese fa cilecca – immortalare il contenuto delle Jewellery rooms e’ proibito.
Il divieto per me e’ arrivato sotto forma di una giovane addetta la quale, con tutta la politeness della Gran Bretagna racchiusa in un sorriso, mi ha avvisata che in quella sezione non potevo scattare foto. Decisamente una grossa differenza dal “Non si puo’ fotografare qui!” urlato a mia sorella da una dipendente del Museo Nazionale d’Abruzzo (L’Aquila). In realta’ stava solo rispondendo ad un sms, non cercando di immortalare quelle quattro ossa ammuffite di mammuth. Ma, come dire, l’Abruzzo e’ l’Abruzzo, e qui siamo in Gran Bretagna.
La giapponese incappata nel mio stesso errore pochi secondi dopo di me non e’ stata altrettanto fortunata: a lei e’ toccato uno zelante – e incazzato – addetto che le ha tuonato, livido: “No photos, no photos! Take your pictures outside, not here!”. E’ stupefacente come la sala sia ancora li’ e ancora in piedi.

La seriosita’ e il livello elevato del museo si riflette, incredibilmente, nel comportamento accorto e disciplinato dei suoi visitatori. Quasi intimoriti da un ambiente in penombra che sembra voler invitare al rispetto, essi si aggirano per le sale silenziosi, quasi sfiorando il pavimento, attenti a non causare il minimo rumore e rendendo gli spazi dei giganti sonnolenti. Giunta alla sezione dei dipinti del terzo piano mi sono arresa: ho cavato dalla tasca l’iPod e l’ho acceso al massimo volume. Ho evitato cosi’ di finire tra le attrazioni del museo etichettata come “la prima persona capace di addormentarsi in piedi di fronte ad un quadro di Turner”.

Visitare il Victoria&Albert Museum permette di comprendere meglio i ritmi, gli stili, i vizi e gli eccessi della nobilta’ di ieri e di oggi. Insieme ad una postilla ai piu’ sconosciuta: non sempre i discendenti delle nobili casate se la passano bene. E’ il caso di Edward Cavendish, decimo duca di Devonshire, il quale ha preferito pagare parte delle tasse donando al museo alcuni tra i piu’ preziosi arazzi oggi in mostra nella sezione apposita. Insomma, per l’establishment britannico a volte c’e’ il ritorno al baratto. Dopotutto, in qualche modo dovranno pur pagare il dispendioso mantenimento dei possedimenti lasciati loro dai padri e dai nonni, e allora perche’ non usufruire di alcuni dei gingilli che da secoli prendono polvere in soffitta? Oppure far ricorso all’espediente del barone di Montagu di Beaulieu, che ogni anno accoglie nel suo castello e nel suo museo di auto antiche oltre mezzo milione di visitatori, ottenendo entrate sufficienti a conservare la sua tenuta in perfette condizioni*. Dopotutto, anche lui deve pur pagare il dispendioso mantenimento dei possedimenti di famiglia, per l’appunto.

Se nella gran parte dei musei visitare lo shop ad essi annesso e’ solo una perdita di tempo, nel caso del V&A un’occhiata e’ obbligatoria: esso e’, infatti, una vera e propria manifestazione di stravaganza dove vestiti dai colori orrendi si alternano ad orridi cappelli astratti e ad ancora piu’ terrificanti sciarpe dai materiali alternativi e costi affrontabili solo a rate. Collane in finte perle o anelli in plastica a dir poco pacchiani sfoggiano un cartellino degno di un’oreficeria Cartier.
Sicuramente un ottimo punto di rifornimento per il Carnevale, tale shop. Per chi se li puo’ permettere, ovviamente.

* “Dio ci salvi dagli inglesi… o no?”, Antonio Caprarica, cap. 6

Author: Juana
• giovedì, febbraio 26th, 2009

La Tate Modern e’ tra i musei piu’ conosciuti e frequentati di Londra. Ricavata da una vecchia fabbrica degli Anni ‘40 essa raccoglie centinaia di opere dell’arte moderna internazionale dal 1900 ai giorni nostri. Affacciata sul Tamigi, affiancata dal piccolo Globe Theatre, la Tate Modern e’, come la maggior parte dei musei londinesi, ad accesso gratuito. La sua vasta esposizione permanente e’ a disposizione di chiunque, lasciando al singolo la decisione di pagare o no le tre sterline suggerite o il biglietto per le esposizioni temporanee.

Io e l’arte moderna parliamo due lingue diverse: non riusciamo a capirci. Come per la matematica, dell’arte moderna non capisco i meccanismi: di fronte ad una tela completamente bianca con una macchia rossa nel mezzo tutto cio’ che mi viene in mente e’ un pennello troppo intriso caduto ad un pittore troppo sbadato. Un esperto, al contrario, riesce a vedere in quella macchia un intero mondo. In che modo? Non lo so. Forse lavorando di fantasia, forse grazie a una mente aperta all’astratto o forse solo grazie ad un trip. In ogni caso, beato lui che ci capisce qualcosa.
So gia’ che alla fine di questo articolo i modernisti e gli esperti d’arte contemporanea vorranno mettermi alla gogna con in testa un cappello dalle orecchie a punta. Le persone intorno a me qui alla Tate neppure immaginano che il mio scrivere forsennato su questo taccuino non e’ dovuto ad una smania di prendere appunti sulle opere esposte – come il 99% degli altri muniti di carta e penna – bensi’ alla voglia di fissare in tempo reale le mie impressioni su un’intera discarica riversata su tele, piedistalli e nicchie e spacciata per arte contemporanea.

Ripeto: l’arte moderna non la capisco, ne’ mi piace. Sono troppo affezionata ad artisti come Michelangelo, Botticelli, Canaletto o Turner – pittori che riescono sempre a far capire cosa vogliono mostrare anche quando usano solo macchie di colore come Turner – per comprendere l’astratto. Tuttavia, riconosco che per gli esperti in materia e’ un buon posto, cosi’ come lo e’ per i profani: impossibile non divertirsi alla vista di manufatti tanto peculiari. Alcuni di essi sono il palese risultato di una perquisizione della pattumiera della cucina: l’autore ha trovato il componente piu’ interessante, lo ha appiccicato con la Pritt a un cartoncino, gli ha affibbiato un nome e lo ha sbolognato alla Tate la quale, pronta, lo ha messo in esposizione propinandolo come opera d’arte di altissimo livello. Solo cosi’ puo’ essere accettato un pezzo di compensato con su attaccati dei tondi in legno al quale e’ stato dato il nome di “Costellazione secondo le leggi del caso”. Mi sono stupita della mia ignoranza: come non capire che quei quattro legnetti sbiaditi rappresentano l’astro celeste? “Secondo le leggi del caso”, si specifica, anche se, al vedere il risultato, sembrano piu’ leggi del pube.

Alla Tate Modern perfino foto che non rappresentano nulla e trasmettono ancora meno finiscono in cornice appese a una parete. Avrei voluto immortalare la mia faccia quando, svoltato l’angolo ed entrata nella sala 7 del terzo piano, mi sono ritrovata di fronte ad un furgoncino Volkswagen Anni ‘60 con una coda di slittini in legno in uscita dal portello posteriore: quella si’ che sarebbe stata una foto da incorniciare. Oppure registrare la mia esclamazione – “E questo che diavolo sarebbe adesso?” – alla vista di una catena di saponette usate appesa alla parete.
Giunta alla sala 9 mi sono trovata di fronte a dipinti finalmente degni di questo nome e di essere guardati. Benche’ appartenenti al Realismo, sono comunque interessanti, belli, con luci e colori tutti da studiare. Gia’ alla sala 10, pero’, c’e’ il ritorno all’assurdo: Cornelia Parker decide di disfarsi della lista nozze appendendo un intero servizio d’argento al soffitto della Tate.

Alcune delle sale del museo sono anticipate da pannelli nei quali si invita i visitatori a prendere in considerazione il contenuto delle stesse prima di entrare, al fine di evitare choc o turbamenti. La sala 3 del terzo piano e’ preceduta da un cartello nel quale si specifica che il contenuto dell’esposizione e’ di natura violenta. Il visitatore sa gia’ cosa aspettarsi dal Viennese Actionism, dunque. O, almeno, questo e’ cio’ che crede. Non puo’ certo immaginare che al di la’ del varco si srotola una sequela di foto, tele e oggetti realizzati da artisti fissati con evirazioni, squartamenti e sangue a go go. Il tutto trasmesso attraverso opere ovviamente incomprensibili e al tempo stesso abbastanza esplicite da rendere l’idea. Il re dei Dottor Frankenstein? Gunter Brus. Eppure, benche’ nauseato, all’uscita dalla sala il visitatore non puo’ dire nulla: come recita il pannello, quelle appena viste sono opere degli Anni ‘60 di artisti austriaci che hanno voluto portare all’estremo i limiti fisici e psichici del corpo umano. Insomma, un modo pulito di etichettare un tipo di corrente che non fa altro che trasformare in arte quanto realmente accaduto appena quindici anni prima nei lager?

Per una persona totalmente a digiuno – o totalmente ignorante, a seconda dei punti di vista – in fatto di arte contemporanea e’ difficile mantenere un contegno serio e imperturbabile all’interno della Tate. Personalmente, man mano che avanzo di sala in sala mi rendo conto da sola di avere esplicitamente stampate in faccia tutte le espressioni del mondo: perplessita’, ilarita’, incredulita’, scetticismo, dissenso, disappunto. Come non sollevare entrambe le sopracciglia di fronte ad una tela come The Snail di Matisse? Qualche erudito – insomma, qualcuno non ignorante quanto me – sa dirmi che diavolo sono quei riquadri sformati disegnati gli uni sopra gli altri? Dell’arte moderna accetto un solo artista: Picasso.

Volendo dare una spiegazione alternativa e personale alle opere c’e’ da sbizzarrirsi per un pomeriggio intero. Ad esempio, Sergej Jensen nel suo The World ha foderato una tela con la moquette del soggiorno e ci ha appiccicato sopra un pezzo del vestito della domenica di sua nonna. Chissa’ quanto ne sara’ stata contenta l’attempata signora, visto il risultato di tale taglia-e-cuci da cinque minuti.
Kline, invece, grazie al suo Meryon non potra’ mai essere assunto come imbianchino: con delle pennellate cosi’ – “secondo le leggi del caso”, come la costellazione fatta di legnetti di cui sopra – l’intonaco verrebbe via a croste nel giro di poche settimane.
Fortunatamente il terzo piano riesce ad offrire anche opere interessanti che, pur nella loro visione distorta della realta’, comunicano qualcosa. E’ il caso di Los Moscos di Bradford, un enorme collage di materiali misti in cui prevalgono il nero e il giallo fluorescente, o di Jane, un dipinto di Raqib Shaw che si ispira al famoso ritratto della terza moglie di Enrico VIII di Holbein.
Il fondo dell’assurdo, tuttavia, lo si tocca al quinto piano, dove sono esposte con orgoglio dietro cornice una manciata di fotocopie di annunci immobiliari – con tanto di planimetrie – gentile concessione della Tecnocasa inglese. Poco piu’ in la’, il genio incompreso di Koo Jeong-a, che ha dato fondo ai suoi risparmi per comprare pezzi di Geomag sufficienti a permettergli di realizzare il suo Cedric. E che dire di Sam Durant, che ha tagliato lo scatolone della tv appena comprata, ci ha incollato sopra un po’ di plexiglass e lo ha chiamato Abandoned house #1 – facendoti chiedere quante altre “abandoned houses” abbia costruito, magari servendosi delle confezioni dello stereo, del lettore dvd e del tostapane?

Ridiscendendo ai piani inferiori la concentrazione di opere esposte diminuisce sensibilmente, complice il ridotto numero di sale – intese come tali – a disposizione. L’esposizione temporanea dedicata al genio di Nicholas Hlobo, per molti la prima tappa della vista, nel mio giro disordinato diventa la penultima. Sono sola in questa quieta e isolata ala al level 2 della Tate. Sola con il guardiano, che osserva con occhio critico la mia espressione disorientata di fronte al serpentone informe di cuoio, cuciture e zip srotolato per tutta la lunghezza della stanza. “Ma Hlobo ha ragionato in anticipo sulla forma definitiva da dare a questa cosa deforme o ha cominciato a cucire insieme pezzi di cuoio – sempre “secondo le leggi del caso” – e poi quel che e’ venuto e’ venuto?”, mi chiedo. Non ho tempo di ragionare sulla risposta, pero’, perche’ la vasta opera di Dominique Gonzalez-Foerster, sviluppata su tutta la superficie dell’enorme Turbine Hall, cattura la mia attenzione. E provoca l’ennesimo ritorno all’espressione perplessa/incredula/ilare: l’artista ha dato fondo alle scorte di letti a castello dell’Ikea creando un immenso dormitorio in quella che un tempo fu la sala macchine. Insomma, il sogno di Alan Smith. Anche i magazzini di Waterstone’s devono aver ricevuto una visita dall’autrice: ciascuna branda e’ dotata di un libro – rigorosamente legato alla stessa tramite un cavo d’acciaio per impedirne il furto.
L’interessante della Tubine Hall, tuttavia, non sta nella schiera di letti a castello, ne’ nello scheletro di dinosauro di plastica all’angolo o nell’enorme ragno di ferro alto fino al soffitto. L’interessante della Turbine Hall sta nella Turbine Hall stessa, nei residui del cuore della fabbrica che fu.
Cosa se ne fara’ la signora Gonzalez di quei duecento letti al termine dell’esposizione? Difficile dirlo. Magari li riciclera’ e si dara’ al Bed&Breakfast.

All’uscita, come in ogni museo che si rispetti, c’e’ pronto ad attendermi lo shop a tema. Decine di scaffali colmi di oggetti assolutamente inutili e vergognosamente costosi si susseguono gli uni dopo gli altri, cercando di tentarmi coi loro colori e la loro originalita’. La mia mente pero’ e’ troppo assorbita da quanto ha appena visto per soffermarsi a contemplare quelle tazze scadenti o quelle matite di carta riciclata.
Chissa’, forse un giorno diventero’ un’artista famosa anch’io, mi dico: visti alcuni degli esemplari conservati alla Tate, gli schizzi da me realizzati per giocare a Pictionary diventano dei capolavori.

(La maggior parte delle immagini contenute in questo articolo provengono dal sito http://www.tate.org.uk/modern)