Archive for the Category ◊ A spasso per Londra ◊

Author: Juana
• giovedì, febbraio 26th, 2009

La Tate Modern e’ tra i musei piu’ conosciuti e frequentati di Londra. Ricavata da una vecchia fabbrica degli Anni ’40 essa raccoglie centinaia di opere dell’arte moderna internazionale dal 1900 ai giorni nostri. Affacciata sul Tamigi, affiancata dal piccolo Globe Theatre, la Tate Modern e’, come la maggior parte dei musei londinesi, ad accesso gratuito. La sua vasta esposizione permanente e’ a disposizione di chiunque, lasciando al singolo la decisione di pagare o no le tre sterline suggerite o il biglietto per le esposizioni temporanee.

Io e l’arte moderna parliamo due lingue diverse: non riusciamo a capirci. Come per la matematica, dell’arte moderna non capisco i meccanismi: di fronte ad una tela completamente bianca con una macchia rossa nel mezzo tutto cio’ che mi viene in mente e’ un pennello troppo intriso caduto ad un pittore troppo sbadato. Un esperto, al contrario, riesce a vedere in quella macchia un intero mondo. In che modo? Non lo so. Forse lavorando di fantasia, forse grazie a una mente aperta all’astratto o forse solo grazie ad un trip. In ogni caso, beato lui che ci capisce qualcosa.
So gia’ che alla fine di questo articolo i modernisti e gli esperti d’arte contemporanea vorranno mettermi alla gogna con in testa un cappello dalle orecchie a punta. Le persone intorno a me qui alla Tate neppure immaginano che il mio scrivere forsennato su questo taccuino non e’ dovuto ad una smania di prendere appunti sulle opere esposte – come il 99% degli altri muniti di carta e penna – bensi’ alla voglia di fissare in tempo reale le mie impressioni su un’intera discarica riversata su tele, piedistalli e nicchie e spacciata per arte contemporanea.

Ripeto: l’arte moderna non la capisco, ne’ mi piace. Sono troppo affezionata ad artisti come Michelangelo, Botticelli, Canaletto o Turner – pittori che riescono sempre a far capire cosa vogliono mostrare anche quando usano solo macchie di colore come Turner – per comprendere l’astratto. Tuttavia, riconosco che per gli esperti in materia e’ un buon posto, cosi’ come lo e’ per i profani: impossibile non divertirsi alla vista di manufatti tanto peculiari. Alcuni di essi sono il palese risultato di una perquisizione della pattumiera della cucina: l’autore ha trovato il componente piu’ interessante, lo ha appiccicato con la Pritt a un cartoncino, gli ha affibbiato un nome e lo ha sbolognato alla Tate la quale, pronta, lo ha messo in esposizione propinandolo come opera d’arte di altissimo livello. Solo cosi’ puo’ essere accettato un pezzo di compensato con su attaccati dei tondi in legno al quale e’ stato dato il nome di “Costellazione secondo le leggi del caso”. Mi sono stupita della mia ignoranza: come non capire che quei quattro legnetti sbiaditi rappresentano l’astro celeste? “Secondo le leggi del caso”, si specifica, anche se, al vedere il risultato, sembrano piu’ leggi del pube.

Alla Tate Modern perfino foto che non rappresentano nulla e trasmettono ancora meno finiscono in cornice appese a una parete. Avrei voluto immortalare la mia faccia quando, svoltato l’angolo ed entrata nella sala 7 del terzo piano, mi sono ritrovata di fronte ad un furgoncino Volkswagen Anni ’60 con una coda di slittini in legno in uscita dal portello posteriore: quella si’ che sarebbe stata una foto da incorniciare. Oppure registrare la mia esclamazione – “E questo che diavolo sarebbe adesso?” – alla vista di una catena di saponette usate appesa alla parete.
Giunta alla sala 9 mi sono trovata di fronte a dipinti finalmente degni di questo nome e di essere guardati. Benche’ appartenenti al Realismo, sono comunque interessanti, belli, con luci e colori tutti da studiare. Gia’ alla sala 10, pero’, c’e’ il ritorno all’assurdo: Cornelia Parker decide di disfarsi della lista nozze appendendo un intero servizio d’argento al soffitto della Tate.

Alcune delle sale del museo sono anticipate da pannelli nei quali si invita i visitatori a prendere in considerazione il contenuto delle stesse prima di entrare, al fine di evitare choc o turbamenti. La sala 3 del terzo piano e’ preceduta da un cartello nel quale si specifica che il contenuto dell’esposizione e’ di natura violenta. Il visitatore sa gia’ cosa aspettarsi dal Viennese Actionism, dunque. O, almeno, questo e’ cio’ che crede. Non puo’ certo immaginare che al di la’ del varco si srotola una sequela di foto, tele e oggetti realizzati da artisti fissati con evirazioni, squartamenti e sangue a go go. Il tutto trasmesso attraverso opere ovviamente incomprensibili e al tempo stesso abbastanza esplicite da rendere l’idea. Il re dei Dottor Frankenstein? Gunter Brus. Eppure, benche’ nauseato, all’uscita dalla sala il visitatore non puo’ dire nulla: come recita il pannello, quelle appena viste sono opere degli Anni ’60 di artisti austriaci che hanno voluto portare all’estremo i limiti fisici e psichici del corpo umano. Insomma, un modo pulito di etichettare un tipo di corrente che non fa altro che trasformare in arte quanto realmente accaduto appena quindici anni prima nei lager?

Per una persona totalmente a digiuno – o totalmente ignorante, a seconda dei punti di vista – in fatto di arte contemporanea e’ difficile mantenere un contegno serio e imperturbabile all’interno della Tate. Personalmente, man mano che avanzo di sala in sala mi rendo conto da sola di avere esplicitamente stampate in faccia tutte le espressioni del mondo: perplessita’, ilarita’, incredulita’, scetticismo, dissenso, disappunto. Come non sollevare entrambe le sopracciglia di fronte ad una tela come The Snail di Matisse? Qualche erudito – insomma, qualcuno non ignorante quanto me – sa dirmi che diavolo sono quei riquadri sformati disegnati gli uni sopra gli altri? Dell’arte moderna accetto un solo artista: Picasso.

Volendo dare una spiegazione alternativa e personale alle opere c’e’ da sbizzarrirsi per un pomeriggio intero. Ad esempio, Sergej Jensen nel suo The World ha foderato una tela con la moquette del soggiorno e ci ha appiccicato sopra un pezzo del vestito della domenica di sua nonna. Chissa’ quanto ne sara’ stata contenta l’attempata signora, visto il risultato di tale taglia-e-cuci da cinque minuti.
Kline, invece, grazie al suo Meryon non potra’ mai essere assunto come imbianchino: con delle pennellate cosi’ – “secondo le leggi del caso”, come la costellazione fatta di legnetti di cui sopra – l’intonaco verrebbe via a croste nel giro di poche settimane.
Fortunatamente il terzo piano riesce ad offrire anche opere interessanti che, pur nella loro visione distorta della realta’, comunicano qualcosa. E’ il caso di Los Moscos di Bradford, un enorme collage di materiali misti in cui prevalgono il nero e il giallo fluorescente, o di Jane, un dipinto di Raqib Shaw che si ispira al famoso ritratto della terza moglie di Enrico VIII di Holbein.
Il fondo dell’assurdo, tuttavia, lo si tocca al quinto piano, dove sono esposte con orgoglio dietro cornice una manciata di fotocopie di annunci immobiliari – con tanto di planimetrie – gentile concessione della Tecnocasa inglese. Poco piu’ in la’, il genio incompreso di Koo Jeong-a, che ha dato fondo ai suoi risparmi per comprare pezzi di Geomag sufficienti a permettergli di realizzare il suo Cedric. E che dire di Sam Durant, che ha tagliato lo scatolone della tv appena comprata, ci ha incollato sopra un po’ di plexiglass e lo ha chiamato Abandoned house #1 – facendoti chiedere quante altre “abandoned houses” abbia costruito, magari servendosi delle confezioni dello stereo, del lettore dvd e del tostapane?

Ridiscendendo ai piani inferiori la concentrazione di opere esposte diminuisce sensibilmente, complice il ridotto numero di sale – intese come tali – a disposizione. L’esposizione temporanea dedicata al genio di Nicholas Hlobo, per molti la prima tappa della vista, nel mio giro disordinato diventa la penultima. Sono sola in questa quieta e isolata ala al level 2 della Tate. Sola con il guardiano, che osserva con occhio critico la mia espressione disorientata di fronte al serpentone informe di cuoio, cuciture e zip srotolato per tutta la lunghezza della stanza. “Ma Hlobo ha ragionato in anticipo sulla forma definitiva da dare a questa cosa deforme o ha cominciato a cucire insieme pezzi di cuoio – sempre “secondo le leggi del caso” – e poi quel che e’ venuto e’ venuto?”, mi chiedo. Non ho tempo di ragionare sulla risposta, pero’, perche’ la vasta opera di Dominique Gonzalez-Foerster, sviluppata su tutta la superficie dell’enorme Turbine Hall, cattura la mia attenzione. E provoca l’ennesimo ritorno all’espressione perplessa/incredula/ilare: l’artista ha dato fondo alle scorte di letti a castello dell’Ikea creando un immenso dormitorio in quella che un tempo fu la sala macchine. Insomma, il sogno di Alan Smith. Anche i magazzini di Waterstone’s devono aver ricevuto una visita dall’autrice: ciascuna branda e’ dotata di un libro – rigorosamente legato alla stessa tramite un cavo d’acciaio per impedirne il furto.
L’interessante della Tubine Hall, tuttavia, non sta nella schiera di letti a castello, ne’ nello scheletro di dinosauro di plastica all’angolo o nell’enorme ragno di ferro alto fino al soffitto. L’interessante della Turbine Hall sta nella Turbine Hall stessa, nei residui del cuore della fabbrica che fu.
Cosa se ne fara’ la signora Gonzalez di quei duecento letti al termine dell’esposizione? Difficile dirlo. Magari li riciclera’ e si dara’ al Bed&Breakfast.

All’uscita, come in ogni museo che si rispetti, c’e’ pronto ad attendermi lo shop a tema. Decine di scaffali colmi di oggetti assolutamente inutili e vergognosamente costosi si susseguono gli uni dopo gli altri, cercando di tentarmi coi loro colori e la loro originalita’. La mia mente pero’ e’ troppo assorbita da quanto ha appena visto per soffermarsi a contemplare quelle tazze scadenti o quelle matite di carta riciclata.
Chissa’, forse un giorno diventero’ un’artista famosa anch’io, mi dico: visti alcuni degli esemplari conservati alla Tate, gli schizzi da me realizzati per giocare a Pictionary diventano dei capolavori.

(La maggior parte delle immagini contenute in questo articolo provengono dal sito http://www.tate.org.uk/modern)

Author: Juana
• lunedì, febbraio 02nd, 2009

I miei coinquilini mi hanno dato della pazza e chiesto chi fosse il mio pusher: alle 7.15 di questa mattina ero in piedi, vestita e pronta a fiondarmi nel mezzo del biancore che ha letteralmente soffocato la citta’.
Iniziata con violenza ieri sera, la bufera di neve e’ andata avanti per tutta la notte, ricoprendo tetti, strade, auto, e rendendo il cielo un’unica, uniforme distesa rossa. Non occorreva essere geni per capire che una nevicata cosi’ non e’ cosa usuale, a Londra. Ecco perche’ alle 7.15 ero pronta a raggiungere il centro armata di macchina fotografica.
I miei coinquilini mi hanno dato della pazza, ma in realta’ ho semplicemente fatto cio’ che i 3/4 dei londinesi – non lavoratori e anche lavoratori, resi off per un giorno dall’impossibilita’ di raggiungere i propri uffici – ha fatto: vivere la citta’ innevata fin dalle prime ore del mattino. Come tutti mi sono limitata a dare ascolto al mio istinto, all’impulso che mi ha suggerito di uscire e andare a vedere di persona cio’ che per ore avevo contemplato solo dalla finestra.

Il mio arrivo alla stazione di Oxford Circus e’ stato salutato da una coda compatta di centinaia di persone in diligente attesa di poter accedere ai binari della Central Line, linea nella quale sarei dovuta salire anch’io. Dagli altoparlanti, voci ferme e sicure invitavano i passeggeri ad attendere il loro turno nei tunnel a causa di un eccessivo e imprevisto sovraffollamento delle banchine: pare che ad aspettare il primo treno della rossa fossero in migliaia. Nessun suggerimento su come uscire dall’ingorgo, nessun indizio sulla linea da prendere in sostituzione: i 3/4 della Tube era letteralmente ferma. La citta’ efficiente e sempre in orario era stata completamente paralizzata da venti centimetri di neve.
Ho fatto dietro-front, sono salita in superficie e ho coperto a piedi la distanza che mi separava da Hyde Park.
Nel momento stesso in cui sono emersa in Oxford Street ho ringraziato la temporanea paralisi della metro: ho potuto godermi una delle vie solitamente piu’ affollate di Londra nel silenzio e nell’immobilita’ complete. Un’immobilita’ che mi ha seguita fin dentro i cancelli di Hyde Park, e che e’ proseguita per tutta la durata della mia permanenza nel parco. Una staticita’ irreale, per una citta’ in perenne frenesia, che ha permesso a rumori altrimenti inudibili di coprire distanze impensabili – come i rintocchi delle 9 del Big Ben.

La neve rende esuberanti ed emozionati come bambini, su questo non si discute. Nei parchi ordinatamente affollati – li ho attraversati tutti: Hyde Park, Kensington Gardens, Green Park, St. James’s Park – le richieste di foto ai passanti piovevano copiose quanto i fiocchi di neve, cosi’ come le candidature spontanee a scattarne. Grazie a tale esuberante gentilezza ho potuto collezionare una serie di scatti di me stessa altrimenti irrealizzabile.
La neve rende esuberanti ed emozionati come bambini, riuscendo a far sorridere perfino uomini bardati di indumenti da migliaia di sterline mentre scivolano pericolosamente sui marciapiedi sommersi. Sorridono teneramente, non per imbarazzo, e cercano di proseguire per la loro strada, arrancando con la ventiquattrore in mano.
La neve rende esuberanti ed emozionati come bambini, ma crea frotte di volatili incazzati. Mentre gli umani giocano come ragazzini e si scattano foto a vicenda, la fauna dei parchi tenta, con scarsi risultati, di fare cio’ che ha sempre fatto: volare, nuotare, camminare. Becca furiosamente lo strato di ghiaccio che rende impenetrabile il suo adorato laghetto, cerca di risollevarsi dagli scivoloni sulle rive innevate aprendo le ali e guarda appena i visitatori sovreccitati che scattano foto alle loro zampe palmate sprofondate nel bianco.
La neve rende esuberanti ed emozionati come bambini, ma evidentemente annebbia il cervello. Instabili ciclisti a bordo delle loro mountain-bike si alternano a salutisti in pantaloncini e canotta intenti a correre nonostante la neve fino alle ginocchia, il vento ghiacciato e la temperatura sottozero. Mentre gli altri, coperti fino alla punta dei capelli, si chiedono come ci riescano, sul sentiero sfila indisturbato un uomo in tenuta da esploratore artico che trascina dietro di se’ una slitta colma di strumenti da montagna. Eredita’ ricevuta dal trisnonno pioniere o acquisto in periodo di saldi in attesa di questo momento? Impossibile capirlo, cosi’ come e’ impossibile capire in che modo quel gruppo di sciatori sia riuscito ad arrivare al parco con gli sci da fondo ai piedi. Mi sarebbe piaciuto vederli attraversare un semaforo o scendere dalla Tube con gli sci in spalla: non e’ una scena che si vede tutti i giorni. Per poche ore Londra si e’ trasformata nell’equivalente albionico di Cortina d’Ampezzo.

Trovarsi a Londra il giorno della nevicata piu’ copiosa degli ultimi 18 anni implica ritrovarsi impreparati di fronte all’evento. Camminare per quattro ore nella neve fresca con un paio di Converse ai piedi garantisce tre cose: scivoloni, calzini zuppi e piedi blu. Tuttavia, l’inadeguatezza del mio abbigliamento e’ stata piu’ che superata dall’assurdita’ dell’abbigliamento di altre: abituate alla pioggia ma spiazzate dalla neve, le donne londinesi sono uscite di casa con tacchi a spillo o, peggio, ciabattine aperte. Un modo senza dubbio azzeccato di affrontare cio’ che io non sono riuscita ad affrontare con le mie Converse!

Alla fine della giornata il bilancio complessivo di questa nevicata fuori dal comune e’ piu’ disastroso di un bollettino di guerra: centinaia di incidenti d’auto, migliaia di cadute piu’ o meno gravi, uffici vuoti, economia in stallo, autobus scomparsi dalle strade, quasi fossero stati dissolti. Tube completamente paralizzata: Jubilee, Metropolitan e Hammersmith&City Lines sospese, District Line parzialmente chiusa, Central Line in fortissimo ritardo. Piccadilly, Northern, Victoria e Circle Line in funzione, grazie ai loro percorsi sotterranei ma, prevedibilmente, paralizzate dai milioni di londinesi bisognosi di muoversi utilizzando i pochi treni ancora in funzione.

(Foto di Londra innevata: vai qui)

Author: Juana
• domenica, gennaio 25th, 2009

Le mura di cinta dei giardini di Buckingham Palace sono quanto di piu’ inquietante si possa vedere, insieme al muro perimetrale di St. James’s Palace.
Scuri, infiniti, massicci, danno una sensazione di austerita’ palpabile. Camminarci accanto intimidisce, quelle telecamere puntate su di te ti fanno sentire colpevole. L’impressione che si ha al vedere quella distesa di mattoni e’ di trovarsi a costeggiare un campo di concentramento: muro di due metri con spuntoni mortali alla sommita’ e un reticolato elettrico capace di incenerirti gia’ al solo sfiorarlo con l’unghia. Questo e altro per garantire l’incolumita’ di Bess.

Andarsene in giro con una cartellina sottobraccio e procedendo spedita e sicura per la tua strada, senza guardarti intorno spaesata, non ti da’ certo l’aria della turista. Un dettaglio del quale i turisti si accorgono e che sfruttano per fare di te un TomTom.
Spiegare ad un trio di uomini giapponesi a stento confidenti con l’inglese come raggiungere Westminster Abbey da Grosvenor Place non e’ proprio uno scherzo: rischi di farli perdere appena giunti alla diramazione dei Grosvenor Gardens. Tuttavia, e’ fantastico scoprire che stai riuscendo comunque ad indirizzarli e meraviglioso vedersi fare un inchino come ringraziamento per il tuo aiuto. Roba che finora avevo visto solo nei cartoni animati!

Londra e’ una citta’ con dei ritmi assai strani, un po’ come Bologna. Ci sono giorni in cui la citta’ e’ vuota – beh, sempre tenendo conto dei suoi sette milioni di abitanti! – e giorni in cui, inspiegabilmente, esplode.
Per le strade, nelle piazze e nei parchi e’ un brulicare di persone. Armate di cartine, di macchinette fotografiche, di telecamere: turisti. Talmente tanti che viene spontaneo chiedersi se Boris Johnson non li abbia per caso tenuti chiusi da qualche parte in attesa di tirarli fuori tutti insieme. Sembra impossibile, infatti, che siano arrivati tutti nello stesso momento.
Camminare per le vie centrali diventa impossibile e si rischia di tornare a casa con una costola lussata e un occhio nero, gentile regalo di qualche straniero ansioso di prendere il verde pedonale o di raggiungere la vetrina di un dato negozio. Tentare di rilassarsi in un parco e’ impossibile: giunti in massa con quindici chili di pane nello zaino, i turisti ingozzano qualunque essere vivente trovino nei paraggi, rendendo pericoloso il tuo avanzare lungo i sentieri. Stormi di piccioni e gabbiani impazziti volano come razzi da un turista all’altro, letteralmente fregandosene di chi trovano sulla loro rotta. Un piccione lanciato a mille all’ora nello stomaco non e’ proprio una delizia.
La conseguenza di questa sovreccitazione e’ una mania smodata per gli scatti fotografici. Ai piccioni, alle anatre, agli scoiattoli, a se’ stessi tramite autoscatto. Poi, come un miraggio, vedono te: il loro tripod umano!
Prima che tu abbia il tempo di dire “a” ti ritrovi piantata nella mano una macchinetta, e il tipo che te l’ha mollata inspiegabilmente e’ gia’ di fronte a te, lontano, in posa. Sul tuo viso si fa strada lo stupore: stai per immortalare il nipote di Flash!
Samsung, Sony, Canon, Fuji… in questa tua temporanea mansione di fotografo ti ritrovi a maneggiare di tutto, anche marche che non avevi mai sentito nominare in vita tua come la Digity o la Pixie – con conseguente nostalgia per i tempi andati in cui vedevi in tv l’omonimo cartoon, Pixie e Dixie.
Mentre l’avventore ti chiede una foto, poi un’altra e un’altra ancora – sempre schizzando alla Clark Kent – il tuo cervello memorizza, studia, analizza. Il giorno in cui avrai bisogno di una nuova digitale potrai comprarla ad occhi chiusi.