Dopo un’intera giornata passata a girare come una trottola per Soho alla ricerca dei Job Centre perduti, una domanda e’ nata spontanea: come si puo’ vivere un’intera esistenza in quel modo? Corse frenetiche su marciapiedi sovraffollati, orde umane che si riversano sulle strisce, dove ogni esitazione puo’ costare un investimento. E’ indubbia una cosa: nei miei infiniti entra ed esci dalle stazioni della metro del centro ho imparato ad avere uno scatto alla Bolt e un’abilita’ nello slalom da fare invidia alla Kostner.
Mentre correvo, correvo e ancora correvo, impossibilitata ad avere anche un solo secondo di incertezza a meno di non voler finire travolta dalla corrente del fiume di persone nel quale ero immersa, pensavo, in lingua, I need some rest: ho bisogno di un po’ di riposo. Ma in quel caos onnipresente, in cui e’ davvero difficile mantenere il passo senza avere capogiri, tale tranquillita’ sembrava lontana anni luce.
Alle quattro, con l’imbrunire che avanzava su una Oxford Street ancora piu’ animata e incasinata della mattina, d’improvviso ho capito perche’ i londinesi la sera si rintanano nei parchi: perche’ li’ possono trovare quella pace della quale hanno bisogno, perche’ li’ possono scaricare la tensione e lo stress accumulato dopo una giornata molto simile a quella da me trascorsa – quando non peggiore.
Senza pensarci due volte ho preso la Central Line e sono sbucata in Lancaster Gate.
In Hyde Park, al tramonto, pennuti, gabbiani ed oche si radunano tutti sulla sponda sud del Serpentine. Molti sono in acqua, moltissimi sul camminamento pedonale. Pigri, voltando lentamente il becco arancione prima a destra e poi a sinistra, osservano il passeggiare dei solitari usciti dal lavoro e diretti a casa.
I colori del paesaggio sono magnifici: un susseguirsi di toni che vanno dall’indaco al rosa confetto, per poi venire sostituiti dal blu cobalto delle nubi una pennellata dopo l’altra. Quasi a voler completare questo quadro impressionista, le anatre si alzano in volo in squadra, triangoli compatti e neri stagliati contro un cielo morbido e dolce come zucchero filato. Le loro compagne a terra rispondono al richiamo tutte insieme, in uno starnazzare assordante, e intanto si aprono a ventaglio per lasciarti libero il cammino. Al tuo passaggio il richiamo si arresta e le centinaia di becchi puntano su di te, curiosi e immobili. Devo ammettere che e’ un po’ inquietante.
La zona del Serpentine che va dalle Fountains al Bridge e’ invece dominio indiscusso di conigli e scoiattoli. Il buio li rende attivi come topi e molleggiati quanto un Celentano ai tempi d’oro. Saltellando come canguri, ti tagliano la strada, troppo impegnati a rincorrersi per accorgersi di te.
In Italia abbiamo una certezza: cambiano le forme, i colori e lo spessore dei vetri, ma l’apertura delle finestre e’ uguale da cent’anni. Una maniglia, due ante. Basta girare la prima per aprire le seconde. Facile, veloce, intuitivo.
Qui a Londra, invece, con le finestre non ci si capisce mai un accidente. Da quando sono qui ne avro’ viste almeno dieci tipologie diverse – tutte rigorosamente dotate di un proprio sistema di apertura – tutte incredibili. Perfino la casa nella quale vivo presenta quattro tipi di finestre diverse: a ghigliottina, a gancio, a molla, a bottone. Per capire in che modo aprirle c’e’ da impazzire, soprattutto perche’ sono finestre antiche e una meta’ di loro non vuol saperne di muoversi dal proprio telaio.
La fantasia dei progettisti di finestre inglesi e’ equiparabile per sadismo solo a quella dei progettisti di auto tedesche – chi ha visto in azione un tergicristalli Mercedes o provato un portabicchieri VolksWagen sa di cosa parlo.
Altra arcana fonte di autolesionismo sono le tende. Onnipresenti, di ogni tonalita’ e pesantezza. Al di la’ di esse, la finestra. Senza serrande, senza battenti, senza persiane. Una fucilata di luce negli occhi assicurata a partire dalle sei del mattino.
Mentre mi giro nel letto nella mia camera – illuminata a giorno anche se e’ solo l’alba – mi chiedo se gli inglesi hanno le palpebre foderate di pece o se sono semplicemente abituati a non avere altro che quel misero pezzo di stoffa a frapporsi tra i loro occhi e la temuta luce. A volte, addirittura, non hanno neppure quello. Le tapparelle, cosi’ come i battenti, rovinano l’estetica delle loro case in stile georgiano, vittoriano, tudoriano e tutti gli altri “iano”, ma ritengo che un bel drappo scuro in tessuto pesante risolverebbe del tutto il problema, preservando l’estetica interna ed esterna delle abitazioni. E invece… niente. Tendine infime e lama di luce negli occhi.
Se la morfologia delle finestre e la gestione delle cannonate luminose riesce incomprensibile, ancora piu’ incomprensibile riesce la gestione della pulizia delle finestre stesse. In Italia c’e’ chi si arrampica per pulire addirittura finestre esterne che la prima pioggia o il primo autobus in sosta fara’ tornare come prima. Qui ci sono case in cui e’ possibile rinvenire il grigiore della pipa fumata dal trisnonno ai tempi della regina Vittoria. In altre i vetri sono talmente puliti da riuscire quasi a perforare l’infimo strato della tenda e permettere ad occhi indiscreti di trapassarli e dare una sbirciata. Dipende dai casi. Comunque sia, il giorno che qualcuno riuscira’ a trovare il modo di pulire la parte esterna di una finestra a ghigliottina coi vetri a quadri forse cesseranno di esistere vetri talmente grigi da riuscire un tutt’uno col cielo nelle uggiose giornate londinesi – ovvero, nel 90% del tempo.

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