Sapevo che prima o poi avrei dovuto scrivere questo post. Quello che non sapevo era quando. Di sicuro non avrei mai pensato di doverlo scrivere cosi’ presto e dall’oggi al domani, inaspettatamente.
Bisogna giungere a compromessi, a volte. Di quei compromessi che ti obbligano a fare scelte difficili e ripeterti, quasi a mo’ di consolazione, “non si puo’ fare sempre cio’ che si vuole, nella vita”.
Vuoi rimanere a Londra? Allora vai a fare la cameriera. Non vuoi fare la cameriera? Allora devi lasciare Londra. Sorry.
Trascorrere quattro mesi in una citta’ come questa, vivere immersi nella sua organizzazione, nella sua linearita’, porta ad averne la mappa stampata in mente. I suoi continui punti di riferimento, che permettono sempre di capire all’incirca dove ti trovi e da che parte devi andare – i parchi, i monumenti, alcune vie – ti restano impressi nel cervello come un marchio a fuoco. Una volta imparato dove essi si trovano sulla cartina, muoversi e’ facile. Potresti addirittura fare una simulazione del percorso ad occhi chiusi.
Aggirare Buckingham Palace, lanciando un rispettoso saluto a Lilibeth, proseguire verso nord, attraverso Green Park, e poi svoltare a destra, verso Piccadilly, oppure a sinistra e finire dritti nelle braccia di Hyde Park. Attraversarlo, ritrovarsi d’improvviso nel caos di Oxford Street, superare il Circus e decidere se andare a nord e finire in un attimo in Regent’s Park/Baker Street e Marleybone oppure proseguire dritto e dirigersi verso Tottenham Court Road, Leicester Square e Charing Cross. Attraversare la City, raggiungere il Monument, superare il London Bridge e ritrovarsi in pochi istanti di fronte al Tower Bridge, alla HSM Belfast, al path infinito lungo il Tamigi. Oppure percorrere Victoria Street e finire di fronte alla facciata massiccia di Westminster Abbey, svicolarla e ritrovarsi a fissare la mole del Big Ben e del Parlamento. Proseguire lungo il Victoria Embankment oppure andare oltre l’Orologio e dirigersi verso Blackfriars, verso St. Paul, verso il cuore economico di Londra costeggiando uno dei tratti piu’ belli del Tamigi.
No, non servono mappe a Londra. Basta concederle pochi giorni di pazienza e ti aiutera’ a farti orientare.
Lascio Londra dopo quattro mesi e mezzo. Perche’? Beh, non sto certo seguendo il detto “va’ dove ti porta il cuore”. Se cosi’ fosse, infatti, mi troverei in Hyde Park, seduta su una panchina col mio libro in grembo e la penna rossa in mano. Sto seguendo il detto molto più pratico e realista del “va’ dove trovi un lavoro”. E un lavoro, dopo 4 mesi l’ho finalmente capito, Londra al momento non puo’ darmelo.
Famiglie disperate assumono nanny pagandole con cifre a malapena in grado di aiutarle a coprire l’affitto e il rinnovo della Oyster, per poi liberarsene appena il capo riduce loro lo stipendio. Ristoranti malgrado la crisi ancora stracolmi tendono buste paga ridicole anticipando ai ragazzi “state tranquilli, abbiamo seguito il minimo sindacale!”, ben sapendo che tale minimo sindacale non rispecchia affatto le ore fatte, il massacro richiesto, le parole ricevute. E’ una cosa che accomuna tutti i ristoratori: italiani, cinesi, indiani o messicani. Almeno sotto questo aspetto siamo tutti uguali.
Lasciare Londra dopo averne superato l’inverno capriccioso, dopo aver sofferto il freddo, lasciarla ora che arriva la bella stagione e si puo andare con un plaid sul prato a leggere un libro? Necessariamente. Non ho piu’ fondi per starmene “col plaid sul prato a leggere un libro”. Se volessi fondi sufficienti a mantenermi qui dovrei passare tanto di quel tempo in un ristorante da non averne poi per stare “col plaid sul prato a leggere un libro”. Ammesso che l’unico giorno off concesso di solito ai camerieri ci sia il sole, sia caldo e “col plaid sul prato” insieme a te non ci sia tutto il mondo. E ammesso, ovvio, che dopo sei interi giorni di lavoro non-stop fino a tardi tu abbia voglia di emergere dal letto prima di mezzogiorno per assaporare il sole mentre stai “col plaid sul prato a leggere un libro”.
So gia’ che tornero’ a Londra, ma non sara’ la stessa cosa. Londra da abitante non e’ la Londra del visitatore giornaliero, e quel giorno che riusciro’ a saltare su un treno e a tornare qui non mi sentiro’ allo stesso modo in cui mi sono sentita fino a ieri. Oggi? Beh, oggi mi sento proprio di merda. Sorry for being rude.
Certo, 300 chilometri non sono 1500, ma le ore di viaggio che mi separano da questa citta’ vivendo in patria sono le stesse che ci sono tra Londra e Bologna.
A chi la ama Londra non basta mai. Piu’ la vivi, piu’ vorresti viverla. Un mese, un anno, dieci anni: non sarebbe mai abbastanza. Ma perche’ la si ama cosi’? Cos’e’ di Londra, citta’ cementosa, puzzolente e affollata, che colpisce tanto? La sua unicita’. Un’unicita’ non descrivibile a parole, ma solo palpabile con l’anima. Ogni cosa di Londra e’ unica. Sono uniche le sue strade e i suoi quartieri, con nomi che, googlati da soli, rimandano ad essa. Sono unici i suoi punti di riferimento, che ti permettono in poco tempo di avere la sua intera planimetria stampata in mente, senza bisogno di consultare una cartina. Sono unici i suoi tramonti e la sua organizzazione, nonostante le ripetute aggressioni volte a incrinarla. Londra e’ unica, appunto.
Nessuno sano di mente vorrebbe mai lasciare Londra. Al tempo stesso nessuno, eccetto forse qualcuno completamente pazzo, desidererebbe passarci l’intera vita. Amare la citta’ ma odiarne le sue restrizioni, assaporare cio’ che offre guardando con astio a chi la abita. Adorare Londra ma detestare i “londinesi”, quelli falsi, quelli adottati, quelli che rendono Londra spesso invivibile. Perche’ Londra e’ cosi: multiforme, mutevole, ambivalente. La citta’ che si apre a te e che ti da’ tutta se stessa, che ti accoglie tra le sue braccia come una madre, ad un prezzo pero’ decisamente alto: uno spazio ingordo nel tuo cuore. Lo strappa via, lo seppellisce da qualche parte e dal momento in cui butta l’ultima palata di terra tu e quel
luogo siete indissolubilmente legati, e non c’e’ nulla che tu possa fare per evitare di pensare ad esso o evitare di tornarci, periodico, come un eroinomane in crisi di astinenza. Londra crea dipendenza, un fatto che tutti coloro che la amano e odiano hanno imparato ad accettare.
Continuero’ a tenere sullo sfondo del mio BlackBerry l’immagine di Hyde Park scattata in una lontana mattina del gennaio 2008. Speriamo sia sufficiente. Dovra’ esserlo. Per il resto… lavoro, lavoro e ancora lavoro, a testa bassa e occhi fissi. Forse cosi’ non vedro’ il grigiore del cielo, il rosso sporco degli edifici, l’incombere dei grattacieli tutti uguali, l’assalto di vie contorte e impraticabili della citta’ che mi ospitera’.
Eppure proprio adesso, mentre penso alla metropoli che mi aspetta e a quella che lascio, di colpo avverto una solida certezza: presto tornero’.
E non sara’ da turista.




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