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Author: Juana
• mercoledì, marzo 25th, 2009

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Sapevo che prima o poi avrei dovuto scrivere questo post. Quello che non sapevo era quando. Di sicuro non avrei mai pensato di doverlo scrivere cosi’ presto e dall’oggi al domani, inaspettatamente.

Bisogna giungere a compromessi, a volte. Di quei compromessi che ti obbligano a fare scelte difficili e ripeterti, quasi a mo’ di consolazione, “non si puo’ fare sempre cio’ che si vuole, nella vita”.
Vuoi rimanere a Londra? Allora vai a fare la cameriera. Non vuoi fare la cameriera? Allora devi lasciare Londra. Sorry.

Trascorrere quattro mesi in una citta’ come questa, vivere immersi nella sua organizzazione, nella sua linearita’, porta ad averne la mappa stampata in mente. I suoi continui punti di riferimento, che permettono sempre di capire all’incirca dove ti trovi e da che parte devi andare – i parchi, i monumenti, alcune vie – ti restano impressi nel cervello come un marchio a fuoco. Una volta imparato dove essi si trovano sulla cartina, muoversi e’ facile. Potresti addirittura fare una simulazione del percorso ad occhi chiusi.
Aggirare Buckingham Palace, lanciando un rispettoso saluto a Lilibeth, proseguire verso nord, attraverso Green Park, e poi svoltare a destra, verso Piccadilly, oppure a sinistra e finire dritti nelle braccia di Hyde Park. Attraversarlo, ritrovarsi d’improvviso nel caos di Oxford Street, superare il Circus e decidere se andare a nord e finire in un attimo in Regent’s Park/Baker Street e Marleybone oppure proseguire dritto e dirigersi verso Tottenham Court Road, Leicester Square e Charing Cross. Attraversare la City, raggiungere il Monument, superare il London Bridge e ritrovarsi in pochi istanti di fronte al Tower Bridge, alla HSM Belfast, al path infinito lungo il Tamigi. Oppure percorrere Victoria Street e finire di fronte alla facciata massiccia di Westminster Abbey, svicolarla e ritrovarsi a fissare la mole del Big Ben e del Parlamento. Proseguire lungo il Victoria Embankment oppure andare oltre l’Orologio e dirigersi verso Blackfriars, verso St. Paul, verso il cuore economico di Londra costeggiando uno dei tratti piu’ belli del Tamigi.
No, non servono mappe a Londra. Basta concederle pochi giorni di pazienza e ti aiutera’ a farti orientare.

Lascio Londra dopo quattro mesi e mezzo. Perche’? Beh, non sto certo seguendo il detto “va’ dove ti porta il cuore”. Se cosi’ fosse, infatti, mi troverei in Hyde Park, seduta su una panchina col mio libro in grembo e la penna rossa in mano. Sto seguendo il detto molto più pratico e realista del “va’ dove trovi un lavoro”. E un lavoro, dopo 4 mesi l’ho finalmente capito, Londra al momento non puo’ darmelo.
Famiglie disperate assumono nanny pagandole con cifre a malapena in grado di aiutarle a coprire l’affitto e il rinnovo della Oyster, per poi liberarsene appena il capo riduce loro lo stipendio. Ristoranti malgrado la crisi ancora stracolmi tendono buste paga ridicole anticipando ai ragazzi “state tranquilli, abbiamo seguito il minimo sindacale!”, ben sapendo che tale minimo sindacale non rispecchia affatto le ore fatte, il massacro richiesto, le parole ricevute. E’ una cosa che accomuna tutti i ristoratori: italiani, cinesi, indiani o messicani. Almeno sotto questo aspetto siamo tutti uguali.

Lasciare Londra dopo averne superato l’inverno capriccioso, dopo aver sofferto il freddo, lasciarla ora che arriva la bella stagione e si puo andare con un plaid sul prato a leggere un libro? Necessariamente. Non ho piu’ fondi per starmene “col plaid sul prato a leggere un libro”. Se volessi fondi sufficienti a mantenermi qui dovrei passare tanto di quel tempo in un ristorante da non averne poi per stare “col plaid sul prato a leggere un libro”. Ammesso che l’unico giorno off concesso di solito ai camerieri ci sia il sole, sia caldo e “col plaid sul prato” insieme a te non ci sia tutto il mondo. E ammesso, ovvio, che dopo sei interi giorni di lavoro non-stop fino a tardi tu abbia voglia di emergere dal letto prima di mezzogiorno per assaporare il sole mentre stai “col plaid sul prato a leggere un libro”.

So gia’ che tornero’ a Londra, ma non sara’ la stessa cosa. Londra da abitante non e’ la Londra del visitatore giornaliero, e quel giorno che riusciro’ a saltare su un treno e a tornare qui non mi sentiro’ allo stesso modo in cui mi sono sentita fino a ieri. Oggi? Beh, oggi mi sento proprio di merda. Sorry for being rude.
Certo, 300 chilometri non sono 1500, ma le ore di viaggio che mi separano da questa citta’ vivendo in patria sono le stesse che ci sono tra Londra e Bologna.

A chi la ama Londra non basta mai. Piu’ la vivi, piu’ vorresti viverla. Un mese, un anno, dieci anni: non sarebbe mai abbastanza. Ma perche’ la si ama cosi’? Cos’e’ di Londra, citta’ cementosa, puzzolente e affollata, che colpisce tanto? La sua unicita’. Un’unicita’ non descrivibile a parole, ma solo palpabile con l’anima. Ogni cosa di Londra e’ unica. Sono uniche le sue strade e i suoi quartieri, con nomi che, googlati da soli, rimandano ad essa. Sono unici i suoi punti di riferimento, che ti permettono in poco tempo di avere la sua intera planimetria stampata in mente, senza bisogno di consultare una cartina. Sono unici i suoi tramonti e la sua organizzazione, nonostante le ripetute aggressioni volte a incrinarla. Londra e’ unica, appunto.
Nessuno sano di mente vorrebbe mai lasciare Londra. Al tempo stesso nessuno, eccetto forse qualcuno completamente pazzo, desidererebbe passarci l’intera vita. Amare la citta’ ma odiarne le sue restrizioni, assaporare cio’ che offre guardando con astio a chi la abita. Adorare Londra ma detestare i “londinesi”, quelli falsi, quelli adottati, quelli che rendono Londra spesso invivibile. Perche’ Londra e’ cosi: multiforme, mutevole, ambivalente. La citta’ che si apre a te e che ti da’ tutta se stessa, che ti accoglie tra le sue braccia come una madre, ad un prezzo pero’ decisamente alto: uno spazio ingordo nel tuo cuore. Lo strappa via, lo seppellisce da qualche parte e dal momento in cui butta l’ultima palata di terra tu e quel
luogo siete indissolubilmente legati, e non c’e’ nulla che tu possa fare per evitare di pensare ad esso o evitare di tornarci, periodico, come un eroinomane in crisi di astinenza. Londra crea dipendenza, un fatto che tutti coloro che la amano e odiano hanno imparato ad accettare.

Continuero’ a tenere sullo sfondo del mio BlackBerry l’immagine di Hyde Park scattata in una lontana mattina del gennaio 2008. Speriamo sia sufficiente. Dovra’ esserlo. Per il resto… lavoro, lavoro e ancora lavoro, a testa bassa e occhi fissi. Forse cosi’ non vedro’ il grigiore del cielo, il rosso sporco degli edifici, l’incombere dei grattacieli tutti uguali, l’assalto di vie contorte e impraticabili della citta’ che mi ospitera’.
Eppure proprio adesso, mentre penso alla metropoli che mi aspetta e a quella che lascio, di colpo avverto una solida certezza: presto tornero’.
E non sara’ da turista.

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Author: Juana
• domenica, marzo 08th, 2009

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Ad East Croydon, nel cartello identificativo della stazione ferroviaria si puo’ leggere, in corsivo, “Home of Nestle’ UK”: casa della Nestle’ britannica. In Italia nessuno scriverebbe mai “patria del famoso prosciutto” alla stazione di Parma, ma in Gran Bretagna amano ricordare e, soprattutto, farcire i cartelli. Piu’ dettagli si mettono, piu’ il posto ha roba interessante da offrire. Quindi benvenga qualunque aggiunta.

Che il treno stia per fare il suo ingresso trionfale a Brighton lo si capisce ancor prima di leggere il pannello luminoso nella carrozza: basta guardare fuori dal finestrino. Le dolci colline dei Downs sono foderate da migliaia di tetti tutti uguali accalcati gli uni sugli altri. Una mole di abitazioni troppo imponente per appartenere a qualunque altro sparuto villaggio del Sussex.
Una voce chiara e comprensibile prende vita negli altoparlanti, annunciando ai passeggeri quanto loro hanno gia’ capito: il treno e’ al suo capolinea. All change, please.
La decisione di vedere la costa inglese e, in particolare, Brighton e’ vecchia di anni. Sapevo che, prima o poi, avrei visitato quella citta’ entratami in testa un pomeriggio del 2005, quando presi l’atlante e lessi questo nome. Il meteo previsto ieri sera per oggi non era ottimista, motivo per cui non avevo settato alcuna sveglia. L’efficienza delle tende inglesi – ovvero, delle non-tende inglesi – ha fatto si’ che stamattina una lama di luce mi perforasse le palpebre alle 8, svegliandomi. Sole in una giornata in cui era previsto nuvoloso: in mezz’ora ero fuori casa e con il pranzo gia’ pronto nello zaino.
Se si ha fortuna, raggiungere Brighton non costa nulla. La migliore combinazione tra tempo di viaggio e costo la si trova, comunque, nella Southern Railways: 20.90£ per un biglietto di andata e ritorno Londra-Brighton. Tempo totale: un’ora e qualche minuto. Comodo, veloce, con poche fermate. Senza dubbio meno massacrante delle due ore e mezzo dei bus della National Express – al costo di 11.90£.

Brighton e’ una cittadina singolare. A coloro abituati a Londra e alla sua mutevolezza – ogni quartiere londinese e’ un mondo a se’, diverso da tutti gli altri – appare come un’anonima citta’ inglese: solite case dal tetto grigio e finestre a ghigliottina, solite viuzze costellate di pub e shop, soliti saliscendi tipici delle zone collinari. In parte e’ vero, ma Brighton, come moltissime altre citta’ della costa, ha qualcosa in piu’: il mare. Usciti dalla stazione e imboccata Trafalgar Street bastano poche decine di metri per scorgerlo laggiu’, in fondo alla lunga discesa: brillante, tumultuoso, infinito. Uno spaccato di oceano incastrato tra due file infinite di palazzi, uno scorcio meraviglioso.
Il mare e’ la ragione che rende Brighton una delle prime mete estive dell’Inghilterra. Vicina a Londra piu’ di qualunque altra cittadina balneare, essa e’ un punto di riferimento per i bagnanti fin dal XVIII secolo, benche’ fosse e sia tuttora una meta d’élite. Fu proprio grazie alla sua fama – nonche’ alla sua clientela aristocratica – se il futuro Giorgio IV decise di stabilirvisi e, in seguito, di costruire uno dei palazzi reali piu’ famosi della Gran Bretagna, il Royal Pavilion.

La spiaggia di Brighton e’ lunga, larga e scoscesa. Si trova a diversi metri sotto il livello della strada e vi si accede attraverso delle scale. La sua morfologia irregolare, unita alla sua composizione sassosa, rende arduo e faticoso il camminare, ma triplica la spettacolarita’ del paesaggio. Le onde, che infrangendosi possono stiracchiarsi per metri – e sommergere quei turisti fiduciosi che l’acqua non arrivera’ mai fin li’ – producono un suono insolito, un fragore che ricorda quello dei fuochi artificiali a spiritello: ululano.
La violenza con cui s’infrangono sulla spiaggia crea una nuvola acquosa ininterrotta che si leva nell’aria e si espande, come dotata di volonta’ propria. Milioni di minuscole perle che si incollano ai capelli e penetrano nel naso, rendendo salato il respiro. Bagnata fradicia, coi capelli ridotti ad una massa arruffata molestata dal vento, mi sono sentita meravigliosamente a casa: per quanto passi il 90% del mio tempo nella pianura padana, sono pur sempre figlia di una citta’ di pescatori.

Per un turista abituato alla precisione di Londra e alla sua pioggia di cartelli trovarsi a Brighton senza il minimo accenno di guida puo’ essere traumatico. Sbucato dalla stazione, egli e’ in balia di se stesso e, se ne possiede, del suo sesto senso – o di qualche parte fisica del suo corpo. A Brighton ci sono poche indicazioni turistiche, infatti; l’unico elemento sul quale puo’ fare affidamento un visitatore accorto e’ il suo senso dell’orientamento. Dovrebbe sapere, se ha avuto la buona idea di studiarsi l’itinerario in anticipo, che all’uscita dalla stazione e’ sufficiente andare sempre dritto per raggiungere l’oceano. E se non dovesse riuscirci con le sue gambe, puo’ sempre farsi condurre li’ dal vento. La velocita’ alla quale esso soffia, del tutto normale in una citta’ affacciata sulla Manica come Brighton, e’ impressionante.
Come accade a Londra con la pioggerellina nebbiosa, anche a Brighton sembrano abituati al meteo pazzo che governa la loro citta’. Mentre i non autoctoni avanzano quasi arrancando, cercando disperatamente di restare in equilibrio, ma sbandando e finendo gli uni contro gli altri, i locali camminano tranquilli nei loro giubbotti col cappuccio, quasi avessero le scarpe imbottite di piombo. Mentre io cammino a capo chino, piegata in due per favorire l’aerodinamicita’, dei bambini mi sfrecciano accanto coi roller ai piedi. Perfettamente in equilibrio, incredibilmente stabili, visibilmente abituati.

Il Royal Pavilion e’ un’imponente costruzione che ricorda il Taj Mahal. La sua collocazione nel bel mezzo di palazzi e costruzioni moderne rende il suo stile asiatico un pugno nell’occhio: svoltare l’angolo e ritrovarsi di fronte al palazzo reale fa un po’ lo stesso effetto dei cavoli a merenda.
La visita prevede un’audioguida e, come spesso accade, copre a malapena il 30% dell’effettiva superficie del palazzo. Le foto, come spesso accade, sono proibite e il libro sul Royal Pavilion venduto nello shop contiene, come spesso accade, foto talmente rappresentative da avere effetti lassativi.
Chi considera opulento, eccessivo ed edonista il Neuschwanstein di Ludovico II di Baviera non ha mai visitato il Royal Pavilion costruito da Giorgio II d’Inghilterra: stravagante, arrogante e impressionante. L’impatto regalato ai visitatori dalla sala dei banchetti o da quella della musica va ben oltre l’incredibile. Quasi a leggerti nel pensiero, nell’istante esatto in cui fai il tuo ingresso nelle sale e la tua bocca si spalanca, senti nelle tue orecchie la guida che, in tono tronfio, ti pone la seguente domanda: “Cosa avete provato varcando la porta ed entrando in questa stanza? Stupore? Incredulita’? Ebbene e’ esattamente cio’ che re Giorgio intendeva scatenare nei suoi ospiti”.
Benche’ d’impatto e di un’opulenza vergognosa, il Royal Pavilion resta il monumento alla pacchianita’. Come dice la guida stessa, lo sfarzo e’ intenzionalmente eccessivo e lo stile orientale degli arredi e’, in realta’, lo stile orientale secondo gli inglesi. Il finto bambu’, ricavato da semplice legno intagliato, i draghi che sputano fuoco a ogni angolo, i tendaggi, la carta da parati coi ghirigori, i vasi cinesi, tutto contribuisce a dare la sensazione di trovarsi nel bazar del ciarpame cinese. Questo senza nulla togliere al merito di John Nash o alla bellezza del palazzo.

Brighton pero’ non e’ solo la sua spiaggia, la sua scogliera di gesso o il suo palazzo reale. Brighton e’ anche il famoso Pier, una struttura impressionante che si spinge fino in mare aperto. Una piacevole camminata sopra l’acqua accompagnata dai profumi dei suoi take-away, dalla vista della merce esposta nelle sue bancarelle, dalle grida degli avventori del luna park. Il vento, che fino all’istante prima di varcare l’ingresso e’ sferzante, sul Brighton Pier si dimezza fino, a volte, a scomparire del tutto.
La concentrazione di stand di cibo e’ elevata. Non c’e’ che dire: alla gente di Brighton piace mangiare. Fish&Chips e ciambelle, direi, visto il numero impressionante di chioschi in materia. Gli abitanti della citta’ d’élite affondano le mani in cartocci unti e i denti in anelli di pasta fritta appena sfornati.
Ennesimo dettaglio che ricorda anche ai disattenti la posizione sociale di Brighton e’ l’accento. Un accento scandito e comprensibile, ben diverso dalla terribile parlata in vigore poco piu’ a nord. Le persone sono socievoli e gentili e, soprattutto, del luogo. Difficile vedere altro che bianchi, biondi e pallidi, a Brighton.

Per la gioia dei bambini – e dei dentisti – Brighton e’ la patria della famosa Brighton’s rock, la roccia di Brighton, un particolare bastoncino di zucchero colorato capace di mettere alla prova anche gli incisivi piu’ tenaci. Dopo essermi quasi giocata un molare nel tentativo di addentarla, ho capito che la Brighton’s rock non si mastica: la si consuma come un lecca lecca. Un modo esasperante e scomodo che non consente di godersi il particolare identificativo di questo dolciume: in qualunque punto lo si spezzi, al centro apparira’ sempre la scritta Brighton. Ovviamente le varianti non mancano e oggi e’ possibile trovare decine di decorazioni, stemmi e parole diverse all’interno dei bastoncini, ma l’originale e’ quello che conserva il nome della citta’ per tutta la sua lunghezza.

Avere dispiegata davanti a se’ una spiaggia sterminata e senza ostacoli puo’ portare a pessimi errori di valutazione. Le scogliere di gesso, tipiche dei Downs, sembrano ad un passo dall’estremita’ est della citta’. Soltanto dopo un’ora buona di cammino ininterrotto ci si rende conto di quanto siano lontane in realta’. Lo spettacolo offerto da quel muro color crema scaldato dal sole del tramonto, pero’, ripaga della fatica fatta per raggiungerlo. L’occhiata all’orologio, le cui lancette spietate ricordano che sono quasi le cinque e che hai un’ora di strada davanti prima di tornare in mezzo alla civilta’, spezza l’incanto e anima le tue gambe.
In una corsa contro il tempo, tra uno sbuffo, un lamento preoccupato e un’ennesimo controllo alle lancette ti sorprendi a pensare quanto la scena ricordi l’epilogo del Dracula di Francis Ford Coppola: sole rosso fuoco che scende inesorabile all’orizzonte, sera che avanza minacciosa, tempo che scarseggia.

Il rientro a Londra avviene nel silenzio piu’ totale. Il pannello luminoso, zelante come una professoressa zitella, ogni pochi secondi mostra ai passeggeri questo messaggio: “Please, be considerate to your fellow passengers and keep personal audio music and mobile phone conversation to minimum, thank you”. E gli inglesi, obbedienti, al telefono parlano sottovoce e tengono il volume dell’iPod al minimo storico. In Italia energie per digitare un messaggio del genere non vengono neppure sprecate.
Dopo una giornata trascorsa nella quiete di una sonnolenta cittadina balneare, lo sbarco alla Victoria Station e’ spossante. Il caos dei viaggiatori, in fuga verso questo o quell’altro binario, sconquassa e disorienta. Mentre sono sulla scala mobile diretta al binario della Victoria che mi riportera’ nel mio fantastico quartiere, tuttavia, sento inaspettatamente di essere tornata a casa.

Author: Juana
• mercoledì, marzo 04th, 2009

L’impatto e’ notevole: varcato il piccolo cancello affacciato su Hoop Lane ci si ritrova schiaffati di fronte a migliaia e migliaia di lapidi accatastate le une sulle altre. Stelle di Davide e pietre sono ovunque. Pochi i fiori, come vuole la tradizione ebraica: gli omaggi sulle tombe in questo caso sono i sassi.
Cercare una particolare lapide e’ praticamente impossibile. L’unico modo per riuscirci e’ chiedere informazioni a qualcuno.

Ero stata al Golders Green Crematorium gia’ ieri mattina. Arrivata poco dopo l’ora di pranzo sotto un cielo plumbeo che minacciava pioggia, me ne sono andata demoralizzata dopo aver cercato con gli occhi un’anima alla quale chiedere aiuto, invano.
Oggi, poco dopo le dodici, ero di nuovo li’, determinata a trovare cio’ che stavo cercando: la tomba di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.
L’anima alla quale chiedere aiuto stavolta c’era ed era impegnata a tagliare l’erba intorno alle tombe. Alla domanda “Sto cercando la tomba del dottor Sigmund Freud, sa dirmi dov’e'?” il suo volto s’e’ allargato in un sorriso.
“Non e’ qui”, ha risposto. “Deve attraversare la strada e andare nel crematorio. C’e’ un ufficio, entri e chieda a loro. Sigmund Freud si trova li’.”
Insomma, come se il celebre medico mi stesse aspettando seduto nell’Admissions Office accompagnato da una tazza di te’!
Sul lato opposto di Hoop Lane si estende un complesso in mattoni rossi nel quale trovano alloggio l’attuale crematorio, gli uffici, la cappella e, naturalmente, il resto del cimitero. L’aria che si respira e’ meno opprimente di quella presente a pochi passi da li’, forse complici i prati verdi, i fiori di campo e, soprattutto, l’assenza di tombe. Lungo i muri e a ridosso delle passerelle, piccole lapidi e urne ricordano il nome delle ceneri da loro custodite.
Mi guardo intorno, visibilmente spaesata. Un uomo sulla settantina dall’aria gioviale mi apostrofa con un “May I help you, honey?”. Colgo la palla al balzo e in pochi secondi mi ritrovo al fianco del mio Virgilio, diretta verso l’ufficio informazioni.

L’atmosfera nell’ufficio ammissioni e’ quieta e informale. Moquette beige slavato a terra, un tavolino e quattro sedie nell’angolo, una macchina per caffe’ e te’ a libera disposizione dei clienti – i quali, non fatico a immaginare, saranno in uno stato d’animo ben diverso dal mio.
Dietro invito del mio Cicerone mi sistemo su una sedia, rimuginando sul momentaneo sprazzo di pazzia che mi ha portata a trovarmi li’, seduta nell’ufficio clienti di un crematorio, in attesa di avere accesso al Colombarium in cui riposano le ceneri del piu’ grande psicoterapeuta di tutti i tempi. Fosse stato ancora vivo, mi avrebbe senz’altro sottoposto a un’immediata seduta per capire come diavolo mi sia saltato in mente di andare proprio li’. Di cimiteri monumentali o con persone famose ce ne sono a bizzeffe, a Londra.

Il mio accesso all’East Colombarium ha il volto di un gaio signore di sessant’anni che stringe in mano un mazzo di chiavi alla San Pietro e indossa vestiti da fattore. Mi chiede come mai voglio vedere Sigmund, se sono una psicologa. Gia’, perche’ voglio vedere Freud? Invento una motivazione sui due piedi, spiego che sono una scrittrice e che i suoi studi mi sono tornati utili. Lui sorride bonario. E dice: “Ogni tanto qualcuno viene a far visita a Sigmund. Soltanto, devono chiedere di me per vederlo poiche’, come hai visto, l’accesso al luogo in cui si trova e’ limitato.”
Il suo tono e’ affettuoso, quasi paterno. Sembra stia parlando di un vecchio amico di famiglia.
Mentre pesca dal suo mazzo sacro la chiave giusta, mi racconta di una collega (mia) che e’ venuta in visita qualche tempo fa per raccogliere materiale per il suo libro sulla famiglia Freud. Helen Fry, alla vigilia della pubblicazione del suo testo, e’ tornata a fare visita al Colombarium due settimane fa.

L’East Colombarium non e’ niente piu’, niente meno che una vasta cappella colma di urne, vasi e mini-sarcofagi in marmo. Sono allineati ovunque, occupano tutte le pareti e molti sono accompagnati da biglietti, fiori, foto o, come nel caso del piedistallo del dottor Freud, pietre.
Man mano che avanziamo, Eric da’ vita agli inquietanti lampadari di stampo medievale che pendono a distanza regolare dal soffitto a volta.
“Sigmund is there, just around the corner!” mi dice, acceso. Benche’ in quella stessa cripta riposino altri personaggi famosi – tra essi, Anna Pavlova, la ballerina, e Marc Bolan, il cantante dei T-Rex – tutte le attenzioni di Eric sono proiettate sull’esile piedistallo in marmo scuro su cui si stagliano i nomi e le date di Freud e di sua moglie Martha.
Eric va a prendere dell’acqua per i fiori e io resto sola. Oddio, sola e’ una parola errata in un condominio tanto sovraffollato come quello. Guardo il vaso antico nel quale sono contenute le ceneri del dottor Freud – ellenico o italiano, questo Eric non ha saputo dirlo – e un’onda di rispetto e ammirazione mi piove addosso, lasciandomi commossa.

Bastano pochi scambi di battute per capire che Eric conosce bene il suo lavoro di custode. In una nicchia in cui alloggia l’urna di qualche sconosciuto conserva fotocopie col riassunto della vita del dottore, foto della corona di fiori depositata li’ per il cinquantesimo anniversario e qualche volantino del libro di Helen Fry. Poi mi invita a scattare una foto, e di fronte alla mia esitazione – dovuta a quell’ambiente terribilmente deserto e maledettamente silenzioso – sorride di nuovo. “Isn’t it disrespectful to shot a picture here?”, domando. Sorride, scuote la testa: “You are full of good thoughts”, hai buone intenzioni. Tradotto in parole povere: puoi scattare una foto. “Avrai cosi’ un’immagine da guardare a ricordo di questa visita”, aggiunge. C’e’ un che di macabro nell’affermazione, ma solo io sembro notarlo.
Il mio Nokia fa il suo lavoro, ma Eric e’ piu’ avanti di me in fatto di tecnologia e cava dalla tasca una digitale. Mi invita ad affiancare la lapide, scatta tre foto. Ha una stampante, me le rilascera’ subito.
Mentre sistema dei fiori nel vaso mi racconta di come, soprattutto in estate, il Colombarium diventi meta di studiosi e turisti, creando vere e proprie resse da trenta, quaranta persone, tutte stipate in quell’angolo e tutte ansiose di scattare una foto accanto alla celebre tomba. “So… I can say I’ve been lucky. I’m alone here, today!”. Lui sorride affabilmente e annuisce.

L’ufficio di Eric si trova in una minuscola dependance nascosta in un angolo del complesso. Sembra la casetta degli elfi di Babbo Natale: piccola, con una porta e una finestrella verdi e una panchina accanto all’ingresso. Al di la’ dell’entrata, una stanza altrettanto minuscola in cui e’ stipato di tutto, ogni sorta di arnese, cianfrusaglia, strumento. Nel mezzo di quel caos, quasi invisibile, una piccola HP pronta a ricevere le mie foto e a sputarle fuori in formato cartaceo.
Intanto che la stampante fa il suo lavoro, Eric mi mostra l’album delle sue immagini preferite. Contiene scatti del prato antistante i vari Colombarium in inverno, in estate, con gli addobbi natalizi, con la neve e con la nebbia. Ci sono foto delle lapidi piu’ raffinate, dei mazzi di fiori piu’ belli e, quasi alla fine, delle bare ecologiche, bare totalmente in cartone che, mi spiega, vengono usate per i defunti ambientalisti. “Tengono molto al rispetto della natura e non vogliono che vengano abbattuti alberi per costruire una bara che verra’ poi bruciata percio’, visto che devono restarvi solo qualche ora prima di essere cremati, li mettiamo in queste bare di cartone”. Su una di esse dei bambini hanno addirittura disegnato fiori e scritto preghiere. Ne ricorda un paio a memoria.
Da come Eric parla di ogni singola foto si capisce subito che quel luogo di morte e’ la sua vita. La quantita’ di scatti da lui fatti al prato e alle tombe e’ equiparabile solo alla mole di immagini da me collezionate di Hyde Park e del suo Serpentine. Certo, un conto e’ un parco pubblico un conto e’ un cimitero ma, come si dice… de gustibus.
Le ultime quattro foto vengono anticipate da una richiesta: sei impressionabile? “Sono foto scattate nel crematorio”, aggiunge, “e non tutti vorrebbero vederle”. Acconsento con una spallucciata. Non sono cosi’ debole di stomaco, specifico. “Anche se spero tanto che non abbia fotografato davvero l’incipit della questione!”, rifletto tra me e me.
Negli scatti che mi mostra tutto cio’ che di umano resta nel montone di cenere rosseggiante e’ mezzo teschio dalla consistenza di carta velina incendiata. Per fortuna. Ascolto con un lieve brivido il funzionamento di una cremazione, i dettagli sulla temperatura, sulle tempistiche, e mi chiedo: “Ma perche’ fotografarla e conservarla in un album?”. La risposta sembra essere troppo bizzarra per prendere forma nella mia mente di imbrattacarte ignorante in fatto di inumazioni e affini.

La piccola HP nel frattempo ha fatto il suo lavoro e le mie foto sono pronte. Con orgoglio, Eric mi mostra quelle scattate con altre visitatrici – non mi sfugge che siano tutte donne – che sono state li’ e hanno usufruito della sua gentile guida. C’e’ perfino una malandata signora russa di 84 anni: e’ passata la scorsa estate per rendere omaggio all’urna della celebre ballerina Anna Pavlova.
Le foto delle visitatrici, molte delle quali tornate poi a far visita al Crematorium, sono affisse ovunque. Sono sulle pareti, sugli sportelli degli armadietti, perfino attaccate al soffitto. Eric ha fotografato di tutto, dalle lettere scrittegli da due americane alle sezioni del libro in uscita sulla famiglia Freud, alla cui presentazione lui e’ stato invitato.
Poco prima di congedarmi mi chiede di scattarci una foto insieme da appendere accanto alle altre. Richiesta alla quale non mi oppongo, dal momento in cui non sa il mio nome, la mia eta’ e neppure la mia nazionalita’. In questa citta’ ho imparato infatti che perfino la domanda piu’ semplice puo’ appiccicarti addosso la piu’ tenace delle piovre. Per Eric, pero’, esiste solo il Colombarium e io sono tra quelli che ha reso omaggio all’amico Sigmund. E, di rimando, degna di essere ricordata – per fortuna, in una foto da viva!

La mia visita al Golders Green Crematorium si conclude sulla soglia dell’ufficio del custode con una stretta di mano e la promessa – abbastanza improbabile – di una nuova visita futura. Con le foto chiuse in una busta da lettera e il biglietto da visita del custode in tasca mi allontano, osservando di nuovo con stupore le casette alla Little Whinging disseminate lungo quel tratto di Finchley Road, felice dell’escursione eppure, in qualche modo, inspiegabilmente turbata.