Archive for the Category ◊ Io e l’Inglese ◊

Author: Juana
• giovedì, gennaio 15th, 2009


Essere una delle due persone in casa con il livello di inglese piu’ alto implica assumersi anche determinati oneri nel caso in cui ci sia bisogno di scrivere o parlare in lingua. Se, poi, l’altra persona e’ assente, tutto cio’ che richiede l’intervento di un interprete ricade su di te. Una mansione che, di solito, svolgo con piacere.
Da quando sono qui saranno arrivate a questo indirizzo almeno cinque o sei lettere di sollecito/protesta per i motivi piu’ disparati: voltura del gas, interruzione del servizio telefonico, disdetta del canone tv, attivazione di una nuova adsl, etc. In ciascun caso per stare sicuri, e visto il numero verde, abbiamo preferito chiamare e chiedere informazioni di persona. E li’ sono cominciati i problemi.

Gli addetti dei call-centre inglesi generalmente sono cordiali, esuberanti e competenti – un po’ come gli operatori Vodafone quando era ancora Omnitel e nessuno ti prendeva a parolacce o ti dava dell’incompetente. Nel momento in cui prendono la tua chiamata si lanciano in una presentazione di trenta secondi che, di solito, termina con il classico “May I help you?”.
Riportare il proprio problema o la propria segnalazione e’ semplice; cio’ che e’ complicato e’ capire cosa viene detto in risposta dall’altra parte. Il brusio di sottofondo tipico dei call-centre piu’ affollati, nonche’ la scarsa qualita’ dell’audio, rende la comprensione del messaggio una vera impresa. Dire “Sorry?” quando non si e’ capito un tubo non e’ un delitto, ma letteralmente dimezza l’esuberanza nella voce dell’addetto e, forse, spezza anche quel sorriso calcolato che ha stampato in faccia: d’improvviso si rende conto di stare parlando con un idiota.
Il sollecito viene accolto con uno sbuffo – un sorriso, si suppone – e, con pazienza certosina, il messaggio viene ripetuto. Se possibile, ancora piu’ veloce e troncato di prima. Con ostinata tenacia, scatta il secondo “Sorry?” accompagnato da un “I beg your pardon, but I really didn’t understand your last sentence!”. Il sorriso svanisce del tutto e il tono cordiale si fa tagliente: decisamente, l’operatore e’ di fronte ad un tardone.
Se si e’ fortunati si puo’ incappare nell’addetta con l’inglese piu’ pulito di tutta la Gran Bretagna: parlare con lei al telefono diventa un piacere. Se si e’ talmente sfortunati da incappare nel fratello di Mr. Bean, invece… beh, allora i “Sorry?” fioccheranno. Ma il fratello di Mr. Bean non sara’ paziente come il suo famoso parente. Il fratello di Mr. Bean prendera’ a parlare lentamente, scandendo le parole come se fosse al telefono con qualcuno fortemente impedito o fortemente stupido. La reazione del cliente, per contro, sara’ adottare lo stesso, medesimo linguaggio al rallentatore. Ed e’ cosi’ che una chiamata di due minuti si trasforma in un dialogo di due ore.

L’esagerata allegria degli operatori dei call-centre che e’ pronta a trasformarsi in sibili tra i denti al minimo problema non e’ l’unico dettaglio che svela quanto, spesso, la cortesia britannica sia solo una facciata. Distaccati ma cordiali, isolati ma d’aiuto, discreti ma pronti a socializzare, gli inglesi sono, piu’ dei tedeschi, l’immagine della compostezza. L’organizzazione della loro capitale, un’organizzazione certosina in ogni suo piu’ piccolo aspetto, riflette la perfezione e la rigidita’ della loro vita quotidiana. Ligi al dovere, rispettosi delle regole, i londinesi non ammettono sgarri: se una determinata cosa deve essere fatta in una determinata maniera, allora che sia fatta in quella determinata maniera o non verra’ accettata. Concetto un po’ difficile da accettare per un’italiana nata e cresciuta nel Paese dei “e che sara’ mai!” e dell’approssimazione.
Questa rigidita’ sociale e personale spesso va a scontrarsi con le centinaia di mentalita’ e culture diverse di cui e’ piena una citta’ cosmopolita come Londra. Il concetto di flessibilita’, anche minima, non e’ affatto contemplato dai londinesi i quali, di fronte ad eventuale ostinazione, si limitano a sfoderare un sorriso ristretto e a pronunciare il loro famoso, trascinato “sorry!”.
Lo schematismo in cui e’ costretta – e sta anche troppo stretta – la societa’ londinese rende spesso difficile l’adattamento di chi in tale societa’ e’ solo un esterno. Non e’ raro che l’esterno diventi a volte un outcast, un escluso.
Nel campo lavorativo piu’ che mai questa ferrea linea di condotta rende complicato l’inserimento degli esterni. A partire dal curriculum vitae: non importa quanto sia leggibile, scorrevole, completo. Non importa che sia compatibile col formato solitamente utilizzato nel 90% dei Paesi europei: se non e’ nel formato britannico rischiera’ seriamente di venire scartato.
Laddove i francesi vorrebbero un cv in una determinata forma per evitare problemi di comprensione dello stesso, un inglese lo vuole nel formato britannico esclusivamente perche’, per accettarlo, esso deve essere conforme al formato britannico. Molte candidature vengono spesso scartate, ignorate o rifiutate soltanto perche’ il cv presentato ha le esperienze lavorative infilate prima dei titoli di studio – o viceversa, a seconda del tipo di cv. Inoltre, non esiste una sola tipologia di curriculum. C’e’ il curriculum in ordine cronologico, che predilige la presentazione delle proprie esperienze lavorative dalla piu’ recente alla piu’ remota, il curriculum che mette in risalto le proprie potenzialita’, il curriculum che mette in risalto i propri titoli, etc. L’ordine delle informazioni, dunque, cambia a seconda della tipologia di cv scelta. E guai a commettere l’errore di mescolarle.

Il T.O.E.F.L (Test Of English as a Foreign Language) e’ un attestato che viene rilasciato a coloro che hanno sostenuto l’esame per ottenerlo. Si tratta di un esame che prevede comprensione scritta, comprensione orale e produzione e che e’ volto a verificare il livello di inglese posseduto da persone non madrelingua. Piu’ alto e’ il punteggio finale conseguito, migliore e’ il livello di inglese scritto e parlato dell’individuo, ovviamente.
I datori di lavoro italiani tengono discretamente conto dei certificati posseduti dai candidati. Affermare di avere un TOEFL o un Cambridge – che sia first o advanced – permette di fare un passo avanti in piu’ rispetto a chi non ce l’ha. A Londra tale certificato raddoppia di importanza. In un mercato in recessione in cui le grandi compagnie stanno licenziando, anziche’ assumendo, e in cui la competizione tra i candidati e’ piu’ accesa che mai, sfoderare quanti piu’ pezzi di carta si possiedono diventa prioritario. Se non si ha nulla, si deve correre ad ottenerlo. Soltanto, questo implica una media di 180 sterline per il solo esame e, spesso, una media di 600 sterline per il corso preparatorio. Una cifra esagerata per un semplice attestato.
Essere diplomato in lingue con laurea in Comunicazione – e relativo B1 in inglese e francese – e’ un particolare di discreta importanza per le agenzie interinali italiane. Il cv della persona viene tenuto nel cantuccio dei cv medioqualificati, e le probabilita’ di essere chiamati raddoppiano. Soltanto, vista la recessione, le chiamate da fare sono ben poche.
Essere diplomato in lingue con laurea in Comunicazione – e relativo B1 in inglese e francese – a Londra ti rende uno dei tanti. Uno dei tanti immigrati disoccupati in cerca di lavoro che tentano di inserirsi nel mondo dell’office business facendo leva esclusivamente sui propri titoli e sulle proprie conoscenze. Una determinazione senz’altro valida in Italia, ma non in GB. In GB fa fede soltanto cio’ che si legge, e cio’ che si legge deve essere verificabile. Curriculum farciti di esperienze mai fatte possono diventare una pericolosa arma a doppio taglio: se, da un lato, garantiscono un colloquio quasi immediato, dall’altro possono diventare la fonte di seccanti problemi nel remoto caso in cui un puntiglioso intervistatore decida di farsi un giro per la Rete e cercare informazioni sulle aziende o le compagnie menzionate nel cv. Operazione a volte senza risultati, visto che non e’ raro incappare in aziende italiane sprovviste di un proprio sito Internet – soprattutto aziende di piccole dimensioni.
Ecco quindi che dichiarare di possedere un certificato T.O.E.F.L o Cambridge diventa prioritario: quegli attestati dichiarano la tua competenza in inglese e ti consentono di passare avanti a chi, invece, non li ha. Poco importa se chi non li ha possiede un livello di inglese uguale o superiore a chi li ha. Queste sono le regole e questa e’ Londra, e a Londra si vive rispettando le regole. Sempre. Un concetto ammirevole, anche se a volte un po’ di flessibilita’ non guasterebbe.

Rigidita’ (o, meglio, costrizione) ed essere umano sono due parole che non vanno d’accordo. Si puo’ creare una societa’ perfetta e viverla cercando di non incrinare questa sua perfezione, ma cio’ implica reprimere qualunque istinto, qualunque impulso di ribellione, qualunque comportamento sconveniente per tale societa’ perfetta. E questi sentimenti repressi, presto o tardi, dovranno pur sfociare da qualche parte. Esplodere, per utilizzare una parola corretta, l’unica parola in grado di giustificare il caos che si scatena nelle strade londinesi il venerdi’ sera.
Il venerdi’ sera le ferree cinghie dell’autocontrollo vengono sciolte e messe da parte. Il venerdi’ sera la parte ribelle, la parte animata e non smunta e controllata e severa dei londinesi esce allo scoperto, e lo fa con violenza. Dopo un’intera settimana di comportamento posato e controllato, ci si lascia andare per tutta la durata del weekend. L’alcool e’ la forma piu’ immediata di evasione, e sono proprio i soggetti solitamente piu’ composti a ricorrervi per primi. E’ cosi’ che uomini in giacca e cravatta – magari appena usciti dal St. Mary Axe – si ritrovano a cantare sottobraccio insieme al chitarrista di turno nei tunnel della Tube, o che donne di giorno impeccabili nei loro tacchi a spillo e tailleur se ne stanno aggrappate ad un lampione, piegate in due da conati violenti.
La sera del venerdi’, dunque, e’ la sera in cui vengono spalancati i cancelli, la sera in cui si perde ogni inibizione, la sera in cui, giustificandosi dietro il divertimento, si possono fare cose e adottare comportamenti impensabili fino a poche ore prima, mentre si era dietro una scrivania o ad una riunione di lavoro con i propri superiori.
In tutto questo, ad essere strabiliante e’ la straordinaria capacita’ con la quale poi riescono a tornare ad indossare i panni seri e composti di sempre giunti al lunedi’ mattina. Ma, evidentemente, i londinesi sono organizzati anche in questo.

Author: Juana
• martedì, novembre 18th, 2008

Il guaio dello scrivere e leggere tanto in una lingua e’ uno: non sei abituato a parlarla, ne’ ad ascoltarla. Questo porta ad una discreta conoscenza della grammatica e del vocabolario – accentuato, lo ammetto, da un utilizzo smodato del dizionario online del Corriere – ma non degli accenti, della pronuncia o ad una lingua allenata a parlare.
Victoria station, ieri sera. L’addetto allo sportello carica sulla mia Oyster una Travel Card settimanale per le zone 1 e 2 dicendo che l’abbonamento mensile da me richiesto avrebbe potuto essere effettuato solo previa compilazione di un opuscolo coi miei dati. Dati che, ovviamente, prevedevano un indirizzo fisico nella citta’ di residenza attuale che io ieri ancora non avevo.
Sprovvista di questo piccolo ma fondamentale dettaglio mi sono accontentata dell’abbonamento settimanale, certa di poterlo permutare in un mensile ed estenderlo alla zona 3 appena ottenuto l’indirizzo, stamattina. Certezza che e’ andata a scontrarsi col volto ebano di un impiegato dall’accento completamente incomprensibile. Pizzicando e masticando qualche parola qui e la’ sono riuscita a capire che non avrei potuto permutare l’abbonamento, ne’ estenderlo al terzo anello. Peccato, pero’, che io avessi ottenuto la camera proprio li’. Nessun’altra informazione estrapolabile dal rigurgito di parole incomprensibili di quell’addetto. Cosi’, dopo aver finto di ascoltarlo ed essere salita sulla Victoria Line, sono scesa alla Greenpark e ci ho riprovato. L’addetto di quella stazione, a sua volta di colore e dall’accento incomprensibile, era pero’ sorridente e disponibile ad aiutarmi. Insieme ad un collega mi ha illustrato la situazione, con pazienza ammirevole, e cinque minuti dopo me ne andavo si’ con un abbonamento settimanale ancora nella mia Oyster – non si puo’ estendere, si puo’ solo attendere che scada e a quel punto fare il mensile – ma con l’aggiunta della zona 3 all’indigeribile cifra di 12 sterline (da aggiungere alle 24 gia’ pagate ieri per la ricarica).

Il problema della comprensione tra stranieri e’ tutt’altro che raro, a Londra. Ieri sera credo di essere riuscita a conquistarmi il mio McChicken menu’ solo per miracolo. L’addetto asiatico che era al di la’ del bancone ed io eravamo come due zitelle novantenni rincretinite: non riuscivamo proprio a capirci. Alla fine, grazie ad una lenta e paziente ripetizione dell’ordine da parte mia e ad una sequela di parole accompagnate a gesti a prova d’idiota da parte sua, ho ottenuto la mia “cena”. Vista la zona isolata e la stanchezza, non potevo desiderare di meglio che un McDonald appiccicato all’albergo!

Cio’ che stupisce della periferia londinese e’ la straordinaria tranquillita’ respirabile nelle sue strade – per lo meno di giorno, per lo meno nelle zone 2 e 3, per lo meno lo spero!
Ho viaggiato su vagoni della metro praticamente vuoti e sono stata a zonzo in un’Ikea talmente deserta da non riuscire a vederla cosi’ neppure a Bologna il giorno di Ferragosto. I prezzi? Non in linea con i nostri, ovviamente. Laddove in Italia una libreria Billy costa 39 euro, qui costa 49 sterline. Ma, si sa, gli stipendi qui viaggiano spesso a ritmi totalmente differenti dai nostri. Altrimenti non sarei a Londra, ovviamente.