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Author: Juana
• domenica, marzo 08th, 2009

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Ad East Croydon, nel cartello identificativo della stazione ferroviaria si puo’ leggere, in corsivo, “Home of Nestle’ UK”: casa della Nestle’ britannica. In Italia nessuno scriverebbe mai “patria del famoso prosciutto” alla stazione di Parma, ma in Gran Bretagna amano ricordare e, soprattutto, farcire i cartelli. Piu’ dettagli si mettono, piu’ il posto ha roba interessante da offrire. Quindi benvenga qualunque aggiunta.

Che il treno stia per fare il suo ingresso trionfale a Brighton lo si capisce ancor prima di leggere il pannello luminoso nella carrozza: basta guardare fuori dal finestrino. Le dolci colline dei Downs sono foderate da migliaia di tetti tutti uguali accalcati gli uni sugli altri. Una mole di abitazioni troppo imponente per appartenere a qualunque altro sparuto villaggio del Sussex.
Una voce chiara e comprensibile prende vita negli altoparlanti, annunciando ai passeggeri quanto loro hanno gia’ capito: il treno e’ al suo capolinea. All change, please.
La decisione di vedere la costa inglese e, in particolare, Brighton e’ vecchia di anni. Sapevo che, prima o poi, avrei visitato quella citta’ entratami in testa un pomeriggio del 2005, quando presi l’atlante e lessi questo nome. Il meteo previsto ieri sera per oggi non era ottimista, motivo per cui non avevo settato alcuna sveglia. L’efficienza delle tende inglesi – ovvero, delle non-tende inglesi – ha fatto si’ che stamattina una lama di luce mi perforasse le palpebre alle 8, svegliandomi. Sole in una giornata in cui era previsto nuvoloso: in mezz’ora ero fuori casa e con il pranzo gia’ pronto nello zaino.
Se si ha fortuna, raggiungere Brighton non costa nulla. La migliore combinazione tra tempo di viaggio e costo la si trova, comunque, nella Southern Railways: 20.90£ per un biglietto di andata e ritorno Londra-Brighton. Tempo totale: un’ora e qualche minuto. Comodo, veloce, con poche fermate. Senza dubbio meno massacrante delle due ore e mezzo dei bus della National Express – al costo di 11.90£.

Brighton e’ una cittadina singolare. A coloro abituati a Londra e alla sua mutevolezza – ogni quartiere londinese e’ un mondo a se’, diverso da tutti gli altri – appare come un’anonima citta’ inglese: solite case dal tetto grigio e finestre a ghigliottina, solite viuzze costellate di pub e shop, soliti saliscendi tipici delle zone collinari. In parte e’ vero, ma Brighton, come moltissime altre citta’ della costa, ha qualcosa in piu’: il mare. Usciti dalla stazione e imboccata Trafalgar Street bastano poche decine di metri per scorgerlo laggiu’, in fondo alla lunga discesa: brillante, tumultuoso, infinito. Uno spaccato di oceano incastrato tra due file infinite di palazzi, uno scorcio meraviglioso.
Il mare e’ la ragione che rende Brighton una delle prime mete estive dell’Inghilterra. Vicina a Londra piu’ di qualunque altra cittadina balneare, essa e’ un punto di riferimento per i bagnanti fin dal XVIII secolo, benche’ fosse e sia tuttora una meta d’élite. Fu proprio grazie alla sua fama – nonche’ alla sua clientela aristocratica – se il futuro Giorgio IV decise di stabilirvisi e, in seguito, di costruire uno dei palazzi reali piu’ famosi della Gran Bretagna, il Royal Pavilion.

La spiaggia di Brighton e’ lunga, larga e scoscesa. Si trova a diversi metri sotto il livello della strada e vi si accede attraverso delle scale. La sua morfologia irregolare, unita alla sua composizione sassosa, rende arduo e faticoso il camminare, ma triplica la spettacolarita’ del paesaggio. Le onde, che infrangendosi possono stiracchiarsi per metri – e sommergere quei turisti fiduciosi che l’acqua non arrivera’ mai fin li’ – producono un suono insolito, un fragore che ricorda quello dei fuochi artificiali a spiritello: ululano.
La violenza con cui s’infrangono sulla spiaggia crea una nuvola acquosa ininterrotta che si leva nell’aria e si espande, come dotata di volonta’ propria. Milioni di minuscole perle che si incollano ai capelli e penetrano nel naso, rendendo salato il respiro. Bagnata fradicia, coi capelli ridotti ad una massa arruffata molestata dal vento, mi sono sentita meravigliosamente a casa: per quanto passi il 90% del mio tempo nella pianura padana, sono pur sempre figlia di una citta’ di pescatori.

Per un turista abituato alla precisione di Londra e alla sua pioggia di cartelli trovarsi a Brighton senza il minimo accenno di guida puo’ essere traumatico. Sbucato dalla stazione, egli e’ in balia di se stesso e, se ne possiede, del suo sesto senso – o di qualche parte fisica del suo corpo. A Brighton ci sono poche indicazioni turistiche, infatti; l’unico elemento sul quale puo’ fare affidamento un visitatore accorto e’ il suo senso dell’orientamento. Dovrebbe sapere, se ha avuto la buona idea di studiarsi l’itinerario in anticipo, che all’uscita dalla stazione e’ sufficiente andare sempre dritto per raggiungere l’oceano. E se non dovesse riuscirci con le sue gambe, puo’ sempre farsi condurre li’ dal vento. La velocita’ alla quale esso soffia, del tutto normale in una citta’ affacciata sulla Manica come Brighton, e’ impressionante.
Come accade a Londra con la pioggerellina nebbiosa, anche a Brighton sembrano abituati al meteo pazzo che governa la loro citta’. Mentre i non autoctoni avanzano quasi arrancando, cercando disperatamente di restare in equilibrio, ma sbandando e finendo gli uni contro gli altri, i locali camminano tranquilli nei loro giubbotti col cappuccio, quasi avessero le scarpe imbottite di piombo. Mentre io cammino a capo chino, piegata in due per favorire l’aerodinamicita’, dei bambini mi sfrecciano accanto coi roller ai piedi. Perfettamente in equilibrio, incredibilmente stabili, visibilmente abituati.

Il Royal Pavilion e’ un’imponente costruzione che ricorda il Taj Mahal. La sua collocazione nel bel mezzo di palazzi e costruzioni moderne rende il suo stile asiatico un pugno nell’occhio: svoltare l’angolo e ritrovarsi di fronte al palazzo reale fa un po’ lo stesso effetto dei cavoli a merenda.
La visita prevede un’audioguida e, come spesso accade, copre a malapena il 30% dell’effettiva superficie del palazzo. Le foto, come spesso accade, sono proibite e il libro sul Royal Pavilion venduto nello shop contiene, come spesso accade, foto talmente rappresentative da avere effetti lassativi.
Chi considera opulento, eccessivo ed edonista il Neuschwanstein di Ludovico II di Baviera non ha mai visitato il Royal Pavilion costruito da Giorgio II d’Inghilterra: stravagante, arrogante e impressionante. L’impatto regalato ai visitatori dalla sala dei banchetti o da quella della musica va ben oltre l’incredibile. Quasi a leggerti nel pensiero, nell’istante esatto in cui fai il tuo ingresso nelle sale e la tua bocca si spalanca, senti nelle tue orecchie la guida che, in tono tronfio, ti pone la seguente domanda: “Cosa avete provato varcando la porta ed entrando in questa stanza? Stupore? Incredulita’? Ebbene e’ esattamente cio’ che re Giorgio intendeva scatenare nei suoi ospiti”.
Benche’ d’impatto e di un’opulenza vergognosa, il Royal Pavilion resta il monumento alla pacchianita’. Come dice la guida stessa, lo sfarzo e’ intenzionalmente eccessivo e lo stile orientale degli arredi e’, in realta’, lo stile orientale secondo gli inglesi. Il finto bambu’, ricavato da semplice legno intagliato, i draghi che sputano fuoco a ogni angolo, i tendaggi, la carta da parati coi ghirigori, i vasi cinesi, tutto contribuisce a dare la sensazione di trovarsi nel bazar del ciarpame cinese. Questo senza nulla togliere al merito di John Nash o alla bellezza del palazzo.

Brighton pero’ non e’ solo la sua spiaggia, la sua scogliera di gesso o il suo palazzo reale. Brighton e’ anche il famoso Pier, una struttura impressionante che si spinge fino in mare aperto. Una piacevole camminata sopra l’acqua accompagnata dai profumi dei suoi take-away, dalla vista della merce esposta nelle sue bancarelle, dalle grida degli avventori del luna park. Il vento, che fino all’istante prima di varcare l’ingresso e’ sferzante, sul Brighton Pier si dimezza fino, a volte, a scomparire del tutto.
La concentrazione di stand di cibo e’ elevata. Non c’e’ che dire: alla gente di Brighton piace mangiare. Fish&Chips e ciambelle, direi, visto il numero impressionante di chioschi in materia. Gli abitanti della citta’ d’élite affondano le mani in cartocci unti e i denti in anelli di pasta fritta appena sfornati.
Ennesimo dettaglio che ricorda anche ai disattenti la posizione sociale di Brighton e’ l’accento. Un accento scandito e comprensibile, ben diverso dalla terribile parlata in vigore poco piu’ a nord. Le persone sono socievoli e gentili e, soprattutto, del luogo. Difficile vedere altro che bianchi, biondi e pallidi, a Brighton.

Per la gioia dei bambini – e dei dentisti – Brighton e’ la patria della famosa Brighton’s rock, la roccia di Brighton, un particolare bastoncino di zucchero colorato capace di mettere alla prova anche gli incisivi piu’ tenaci. Dopo essermi quasi giocata un molare nel tentativo di addentarla, ho capito che la Brighton’s rock non si mastica: la si consuma come un lecca lecca. Un modo esasperante e scomodo che non consente di godersi il particolare identificativo di questo dolciume: in qualunque punto lo si spezzi, al centro apparira’ sempre la scritta Brighton. Ovviamente le varianti non mancano e oggi e’ possibile trovare decine di decorazioni, stemmi e parole diverse all’interno dei bastoncini, ma l’originale e’ quello che conserva il nome della citta’ per tutta la sua lunghezza.

Avere dispiegata davanti a se’ una spiaggia sterminata e senza ostacoli puo’ portare a pessimi errori di valutazione. Le scogliere di gesso, tipiche dei Downs, sembrano ad un passo dall’estremita’ est della citta’. Soltanto dopo un’ora buona di cammino ininterrotto ci si rende conto di quanto siano lontane in realta’. Lo spettacolo offerto da quel muro color crema scaldato dal sole del tramonto, pero’, ripaga della fatica fatta per raggiungerlo. L’occhiata all’orologio, le cui lancette spietate ricordano che sono quasi le cinque e che hai un’ora di strada davanti prima di tornare in mezzo alla civilta’, spezza l’incanto e anima le tue gambe.
In una corsa contro il tempo, tra uno sbuffo, un lamento preoccupato e un’ennesimo controllo alle lancette ti sorprendi a pensare quanto la scena ricordi l’epilogo del Dracula di Francis Ford Coppola: sole rosso fuoco che scende inesorabile all’orizzonte, sera che avanza minacciosa, tempo che scarseggia.

Il rientro a Londra avviene nel silenzio piu’ totale. Il pannello luminoso, zelante come una professoressa zitella, ogni pochi secondi mostra ai passeggeri questo messaggio: “Please, be considerate to your fellow passengers and keep personal audio music and mobile phone conversation to minimum, thank you”. E gli inglesi, obbedienti, al telefono parlano sottovoce e tengono il volume dell’iPod al minimo storico. In Italia energie per digitare un messaggio del genere non vengono neppure sprecate.
Dopo una giornata trascorsa nella quiete di una sonnolenta cittadina balneare, lo sbarco alla Victoria Station e’ spossante. Il caos dei viaggiatori, in fuga verso questo o quell’altro binario, sconquassa e disorienta. Mentre sono sulla scala mobile diretta al binario della Victoria che mi riportera’ nel mio fantastico quartiere, tuttavia, sento inaspettatamente di essere tornata a casa.

Author: Juana
• venerdì, marzo 06th, 2009

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Raggiungerlo non e’ proprio facilissimo: arrivare a Greenwich significa fare appello a tutte le proprie conoscenze in fatto di treni, linee, fermate e zone.
La stazione omonima si trova a meno di un chilometro dal parco e dai famosi National Maritime Museum e Royal Observatory, lungo la DLR – praticamente, il tram londinese. Le indicazioni, come sempre, non mancano, benche’ in questo specifico caso non siano precise come al solito. Anziche’ indirizzare i nuovi arrivati verso il museo, i cartelli annunciano un piu’ generico – ma, per chi sa un po’ di storia, ugualmente utile – Maritime Greenwich. E’ li’ che si concentra la bellezza di questo quartiere periferico, eppure importante, di Londra.
Sin da quando si esce dalla stazione – segnatevi sul TomTom, sulla mappa o su un taccuino dov’e’ nascosto l’ingresso: rischiate di non ritrovarlo piu’ al momento di tornare indietro! – si viene accolti da costruzioni tipicamente marittime. Per un istante sembra quasi di essere finiti nella High Street di una Southampton o di una Shoreham-by-Sea: casette basse, dalle porticine in legno blu elettrico, finestre bianche e mattoncini nocciola. Solo il traffico, caotico, puzzolente e rumoroso, e’ degno della capitale in cui questo delizioso quartiere e’ collocato.
La particolarita’ di Greenwich ha fatto si’ che l’Unesco decidesse di annoverarlo tra i siti degni della sua protezione.

In una bella giornata di sole Greenwich Park puo’ trasformarsi in un’oasi di pace nella quale riuscire a rilassarsi un po’. Caratterizzato da dolci pendii foderati di erba sgargiante accuratamente tagliata, il parco di Greenwich si differenzia da qualunque altro parco cittadino sia per la sua morfologia che, soprattutto, per la sua vista: basta scalare una qualunque altura per trovarsi di fronte all’affascinante spettacolo dei grattacieli del Canary Warf e della cupola del Millenium Dome.

Author: Juana
• domenica, gennaio 04th, 2009


La domenica londinese e’ generalmente caratterizzata dal relax. Dopo un’intera settimana passata a correre da un posto all’altro, lavoro compreso, si richiede e si pretende una giornata di stop.
Nelle zone residenziali lontane dal caos del centro, la domenica mattina le vie si svegliano quando e’ ormai l’ora di pranzo. Alcuni solitari passeggiatori fanno capolino dai propri cortili con il cane al guinzaglio, mentre qualche bambino sfida la strada ghiacciata a bordo del suo monopattino. Il silenzio regna sovrano, interrotto ogni tanto dal rombo sommesso delle auto di passaggio sulla strada principale. In simili condizioni neppure spalancare una finestra che da’ direttamente sul marciapiede viene visto come un attentato alla propria privacy.

Il pomeriggio domenicale e’ caratterizzato da passeggiate chilometriche nei parchi. Se il clima e’ tanto clemente da regalare uno spiraglio di sole, si puo’ perfino tentare l’avventura picnic nel prato, a dispetto della temperatura rasente lo zero. Se, al contrario, il cielo incombe con nuvole grigie, ci si accontenta dei sentieri e dei chilometri di passeggiata che possono offrire. La chiusura tarda di molti parchi londinesi, inoltre, permette un girovagare indisturbato fino all’ora di cena.
I parchi non sono l’unico punto di raccolta e di svago. C’e’ chi, incurante dello stress vissuto durante la settimana, preferisce continuare ad immergersi nella frenesia lanciandosi lungo i marciapiedi di Oxford Street, Regent Street o Piccadilly Circus; altri optano per qualche ora di cultura.
La maggior parte dei musei londinesi non richiede alcun pagamento all’ingresso. L’offerta e’ libera, se e quando la si vuole elargire, la qualita’ del servizio offerto tanto alta quanto quella di qualunque altro museo a pagamento del mondo.
La meta preferita dei turisti e’, generalmente, il Natural History Museum, seguito a ruota dal vicino Science Museum. Dinosauri, animali impagliati e navette spaziali attirano come calamite le orde di persone ansiose di farsi una bevuta di sapere. Nelle ore e nei giorni busy il caos presente in questi due musei e’ quasi equiparabile a quello riscontrabile nelle vie piu’ centrali. Migliaia di flash accompagnati da una calca di corpi pressati rendono l’esperienza museo snervante quasi quanto il buttarsi nel fiume di persone presente in Oxford Street.
Piu’ tranquilla e ordinata e’, per contro, la situazione alla National Gallery. Il rispettoso silenzio presente nelle sue vaste sale antiche genera relax e permette di godersi appieno la visita. Un pomeriggio domenicale all’interno della galleria nazionale dei dipinti puo’ essere, dunque, una valida alternativa alla passeggiata nei parchi.

La National Gallery e’ un groviglio di sale, punti di giuntura e corridoi infinito. L’imponenza dei suoi locali, la massiccia presenza di dipinti gli uni accanto agli altri, il continuo camminare senza sosta senza seguire un percorso preciso puo’ generare disorientamento. Le opere si susseguono una dietro l’altra, e non e’ difficile ritrovarsi a fissare un Van Gogh dopo aver appena visionato un Raffaello: basta imboccare la porta sbagliata per ritrovarsi improvvisamente dal ‘400 al ‘900.
Cio’ che genera disappunto e sconforto nei visitatori italiani e’ la massiccia presenza di dipinti realizzati da pittori nostrani. Ci sono piu’ Canaletto nella National Gallery londinese che a Venezia, piu’ Caravaggio che nella Galleria degli Uffizi fiorentina. Tuttavia, sono conservati ottimamente. Il possesso di una siffatta mole di opere dal valore incalcolabile rende gli inglesi accorti e diligenti verso il patrimonio rinchiuso tra le mura del museo. Non un segno di cedimento, non una crepa nelle centinaia di tele appese all’interno della galleria.
L’ingresso nel museo e’ libero ma altrettanto non si puo’ dire delle audioguide o dei leaflet con la mappa. Per chi non si accontenta di visionare semplicemente una tela, con pochi pound si puo’ ottenere un lettore e un paio di cuffie che accompagneranno l’ospite per tutta la durata della visita illustrando, raccontando e spiegando ogni piu’ piccolo dettaglio del dipinto in esame. Per chi non vuole passare la giornata davanti ad una tela in attesa che la voce vellutata della guida racconti ogni minimo segreto della stessa, ci sono le mappe. Un aiuto, ma di scarsa rilevanza: l’intreccio delle sale e la loro connessione e vicinanza sono tali da rendere superflua qualunque cartina. Impossibile raggiungere una determinata area semplicemente leggendo la pianta, e il rischio di dimenticare qualcosa resta piuttosto alto.

I dipinti appesi alle pareti sono ad un soffio dal viso dei visitatori. Nessun vetro, nessuna transenna, solo blande corde all’altezza delle ginocchia per impedire agli ospiti di rovinare addosso ai quadri in un momento di disattenzione. L’occhio vigile dei guardiani di stanza ad ogni porta garantisce l’incolumita’ delle opere, ma tale vicinanza permette a chi guarda di assaporare ogni piu’ piccolo dettaglio. La delicatezza di Monet, le sfumature di Manet, la fantastica maniacalita’ per i dettagli del Canaletto, la violenza di Van Gogh, la perfezione del Caravaggio, la calda opprimenza degli artisti fiamminghi, i colori catarifrangenti di Garofalo – che, tra l’altro, fa venire voglia di spaghetti al solo leggerne il nome – sono ad un passo dal proprio naso.
Laddove molti dipinti suscitano ammirazione, altri non possono fare a meno di scatenare ilarita’. In una delle sale piu’ antiche, dedicata al ‘700 britannico, puo’ accadere di imbattersi nel ritratto di una nobildonna inglese, tale regina Charlotte, che con molta probabilita’ venne buttata giu’ dal letto alle cinque del mattino prima di essere schiaffata di fronte alla tela. L’effetto e’ esilarante e il dipinto parla da se’, con tutto il rispetto per Sir Thomas Lawrence.

La presenza degli addetti ad ogni porta e’ discreta e quasi invisibile. Seduti sulla loro sedia o in piedi a braccia incrociate, sorvegliano il flusso ordinato dei visitatori, attenti che nessuno di loro si avvicini troppo ai dipinti e finisca col fare danni. L’incredibile noia derivata dalla loro mansione priva di stimoli rende la maggior parte di tali addetti brusca. Alla domanda “Excuse me, at what time will the gallery close?” (“Scusi, a che ora chiudera’ il museo?”) non e’ raro ricevere una risposta del tipo “Five minutes before six everybody has to be out!” (“Cinque minuti prima delle sei devono essere tutti fuori!”). Piu’ una minaccia che un’informazione.

Due ore trascorse nella quiete e nel tepore della National Gallery fanno dimenticare quanto freddo possa esserci fuori in queste giornate di inizio anno. Il gelo, secco e pungente, si insinua prepotentemente nel naso, portandolo a bruciare come se avesse sniffato aceto. Nelle fontane di Trafalgar Square il ghiaccio regna sovrano, per la gioia dei turisti che vedono in esso un’opportunita’ per fare uno scatto fotografico insolito. A Walthamstow, quartiere di collina, dopo le cinque i residenti sono costretti a rientrare in casa scivolando. Un paio di pattini per ghiaccio sarebbe senz’altro piu’ indicato, vista la superficie completamente bianca delle strade. Le auto, ricoperte di uno strato notevole di ghiaccio che sulle maniglie si e’ trasformato in minuscole stalattiti, sembrano un rimasuglio del set di “The day after tomorrow”.