Con l’avvicinarsi inesorabile del Natale Hyde Park e’ impazzito. Uscendo dalla stazione metropolitana di Hyde Park Corner e immergendosi in quello che negli ordinari lazy days lontani dalle feste e’ il parco piu’ grande del centro di Londra, ci si ritrova catapultati in una grande Bolzano: casette in legno colme di dolci e di prodotti tipicamente bavaresi si alternano con chioschi nei quali pretzel, wurstel e krauti abbondano. “Bayernische Hyde Park”, hanno affisso in qualche angolo. La definizione, in effetti, non potrebbe essere piu’ azzeccata.
Alle bancarelle che rigurgitano prodotti teutonici e artigianali si affianca un luna park in grande stile. Niente attrazioni vecchie e arrugginite – che in Italia, per contro, abbondano e riappaiono ogni estate, da decenni – niente giostre di quart’ordine: anche il divertimento deve essere di alto livello.
Esattamente come le bancarelle e i chioschi, anche le attrazioni sono decorate con pupazzi di neve, Babbo Natale di ogni dimensione e renne. Perfino gli interni sono a tema – le classiche tazze rotanti che diventano slitte, il brucomela che divena una carovana di renne – tanto che viene da chiedersi cosa se ne faranno passata l’euforia natalizia e tornati alla normale vita di ogni giorno, priva di abeti, palle colorate e festoni.
E’ interessante pensare che queste tre settimane fruttino al punto da poter relegare giostre da decine di migliaia di sterline in un deposito fino al prossimo Natale.
Archive for the Category ◊ Shopping&Tempo libero ◊
Il clima invernale londinese sarebbe capace di far perdere la pazienza perfino a Gandhi. Il vento freddo spadroneggia lungo vie, quartieri e piazze ed e’ sempre presente. Con la pioggia, con la neve o senza entrambe, lui c’e’. Scomposto, violento, ti schiaffa in faccia quell’umidita’ vagante tanto famosa in Gran Bretagna, rendendo del tutto inutile l’ombrello – ammesso che resista alle raffiche. Ci sono momenti in cui senti di non poterne veramente piu’, e l’idea di prendere ombrelli a noleggio si fa necessita’: in una settimana si puo’ arrivare a doverne buttare anche due o tre.
Turnpike lane si trova a nordest, lungo la Piccadilly Line. Puo’ essere considerata, a tutti gli effetti, l’equivalente della stazione di Oxford Circus: all’uscita da essa, un mondo fatto di shopping. Negozi di ogni tipo di srotolano lungo il marciapiede uno dopo l’altro: vestiti, scarpe, drogherie, elettronica, c’e’ davvero di tutto. Proprio come in Oxford Street. La differenza sta tutta nel target dei negozi: non borghesi o turisti con la voglia di spendere tutti i propri risparmi, bensi’ gente normale con uno stipendio normale che ha bisogno di merce dal prezzo accessibile. La clientela rispecchia il livello dei negozi: nessuna signora bardata di pelliccia da duemila sterline, bensi’ donne dai cappotti acquistati con ogni probabilita’ in un qualunque store tra quelli presenti lungo la via.
A volte si reincontrano le stesse catene onnipresenti in Oxford Street: HMV, Waitorse, The Carphone Warehouse, etc. Altre se ne trovano di totalmente sconosciuti, magari con esposta all’interno quella stessa merce che nell’equivalente del prestigioso centro costa il triplo. In Oxford Street non c’e’ alcun negozio della categoria “tutto a XY pound”. In Turnpike Lane ce ne sono piu’ di uno.
Se sei a Londra e vuoi fare shopping non puoi assolutamente mancare di recarti in Oxford Street.
Tre volte turista nella capitale britannica, io questo dettaglio l’ho capito solo negli ultimi giorni, da quando Oxford Street e’ diventata un po’ la mia seconda casa: ovunque vada e qualunque cosa io abbia da fare, per una cosa o per l’altra finisco sempre li’.
Gli altri italiani, piu’ scaltri di me (o semplicemente piu’ superficiali), probabilmente visitano la via dei negozi per eccellenza ancor prima di vedere il Tower Bridge o il Big Ben. I marciapiedi sono zeppi di connazionali con zaini in spalla e macchinette fotografiche in mano, che schizzano accesi da una vetrina all’altra bardati di una mole di sacchetti costata piu’ dell’intera la vacanza. Mentre li sento indicare, nominare negozi, mentre li vedo correre via, mi chiedo se sono l’unica deficiente del pianeta a non essersi preoccupata affatto dello shopping nei suoi precedenti viaggi oltremanica.
Hamley’s e’ il tipico negozio in grado di far regredire gli adulti ad uno stadio infantile. Piazzato a poca distanza da Oxford Circus, nella lussuosa Regent Street, contiene piu’ giocattoli di quanti un bambino (o un bambino troppo cresciuto) possa immaginare. Cinque piani completamente sommersi da peluches, bambole, automobili, giochi da tavolo, gadgets e quanto altro possa passare per la testa di chiunque in materia di divertimento. I prezzi sono modesti, rispetto al tipo di clientela solitamente abituata a visitare i negozi della via, gli articoli unici.
Alla veneranda eta’ di ventisei anni questa mattina ho trascorso oltre mezz’ora in quello che un tempo era il mio sogno di bambina: il mondo del giocattolo. Volevo visitare un posto simile da quando vidi per la prima volta il film “Mamma, ho riperso l’aereo!” e l’immenso negozio di giocattoli visitato dall’allora giovanissimo Mackulay Kulkin. Nessuna tentazione di acquistare oggetti che sarebbero finiti in un cassetto appena tornata a casa, solo voglia di assaporare con gli occhi un mondo che ormai non mi appartiene piu’.
Per i meno abbienti c’e’ Disney’s, nella parte est di Oxford Street, a poca distanza da Oxford Circus. I prodotti sono gli stessi venduti nei Disney Store italiani, ma centuplicati. I prezzi, incredibile a dirsi, sono piu’ convenienti perche’ sono in sterline (per chi ha uno stipendio in sterline, ovviamente) e perche’ spesso sono dimezzati. Puo’ succedere cosi’ di entrare “giusto per dare un’occhiata” e di uscirne non solo con un Nemo gigante sottobraccio acquistato all’incredibile cifra di 10£ (13 euro, ad oggi), ma anche con un Winnie Pooh, sempre gigante, munito di maglioncino, sciarpa e cappellino in lana, ingombrante bestia impagliata propinatati dalla commessa al momento del pagamento con l’allettante annuncio “costerebbe 25 ma lo paghi solo 7!”. Come dire di no? Il problema sara’ solo riuscire ad infilarlo in valigia. Nella speranza, beninteso, che il destinatario del dono sappia cosa farsene.
L’eterogeneita’ delle migliaia di negozi presenti lungo Oxford Street permette a chiunque di fare acquisti. A fare da padroni sono quelli di abbigliamento, che possono andare da merce da pochi pound – come Next, Primark o JD – a merce da migliaia di sterline – come i vari Armani, Damiani o Calvin Klein.
Se hai qualcosa da acquistare e’ praticamente impossibile non trovarla. La merce venduta dai negozi di fascia medio-bassa possiede una qualita’ paragonabile a quella degli indumenti venduti negli italiani Upim o Coin. Soltanto, una giacca di Primark puo’ costare anche soli 8 euro. La medesima giacca alla Upim costerebbe non meno di 40.
L’aspetto interessante di Londra e’ che in molti casi e’ priva di quei vincoli legali e divieti che in Italia rendono la vita piu’ complicata. Un esempio? Provate a chiedere ad un qualunque commerciante di cellulari di sbloccarvi il vostro telefonino simlocked. A meno di presentazioni tramite conoscenze comuni, non ne troverete uno. E’ illegale e quindi nessuno vuole prendersi questa responsabilita’, neppure nel caso in cui il tuo sia un telefonino estero legalmente pagato e necessiti per forza di uno sblocco per funzionare con una sim italiana.
A Londra, per contro, i maestri dell’unlock sono ad ogni angolo. Insospettabili botteghe di souvenir sfoggiano sotto l’insegna un cartello catarifrangente con su scritto “Here you can unlock your mobile!”, qui puoi sbloccare il tuo cellulare. Naturalmente le formule con le quali viene comunicato questo genere di servizio variano e sfidano i limiti dell’umana fantasia. La concorrenza e’ tanta, occorre ingegnarsi. Percio’ puo’ accadere di ritrovarsi a fissare con occhi dolenti un cartello giallo evidenziatore con un indice puntato su di te e la scritta “Hai un telefonino bloccato? Portalo da noi, te lo sistemeremo!”. Piu’ una minaccia che un invito.
A volte, pero’, l’illegale italiano che in Inghilterra diventa legale puo’ costare caro. La perfetta imitazione di una borsetta Guess o Fendi potrebbe sfoggiare un innocente cartellino con su scritta la folle cifra di 80 sterline. 80 sterline per la copia tarocca di una borsa di marca che in un qualunque mercato italiano costerebbe al massimo 20 euro? Da pazzi. Provate pero’ ad insinuare il dubbio nelle giapponesine che stanno comprando tonnellate di quelle borse prodotte illegalmente dai loro vicini cinesi. Vi risponderebbero che una spedizione dall’Italia della stessa merce o un biglietto aereo per andarsela a prendere costerebbe ben piu’ di ottanta euro. Il gioco vale la candela, e i loro portafogli incredibilmente sempre pieni non soffriranno certo la mancanza di qualche Elisabetta da venti.


Commenti recenti