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Author: Juana
• mercoledì, marzo 25th, 2009

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Sapevo che prima o poi avrei dovuto scrivere questo post. Quello che non sapevo era quando. Di sicuro non avrei mai pensato di doverlo scrivere cosi’ presto e dall’oggi al domani, inaspettatamente.

Bisogna giungere a compromessi, a volte. Di quei compromessi che ti obbligano a fare scelte difficili e ripeterti, quasi a mo’ di consolazione, “non si puo’ fare sempre cio’ che si vuole, nella vita”.
Vuoi rimanere a Londra? Allora vai a fare la cameriera. Non vuoi fare la cameriera? Allora devi lasciare Londra. Sorry.

Trascorrere quattro mesi in una citta’ come questa, vivere immersi nella sua organizzazione, nella sua linearita’, porta ad averne la mappa stampata in mente. I suoi continui punti di riferimento, che permettono sempre di capire all’incirca dove ti trovi e da che parte devi andare – i parchi, i monumenti, alcune vie – ti restano impressi nel cervello come un marchio a fuoco. Una volta imparato dove essi si trovano sulla cartina, muoversi e’ facile. Potresti addirittura fare una simulazione del percorso ad occhi chiusi.
Aggirare Buckingham Palace, lanciando un rispettoso saluto a Lilibeth, proseguire verso nord, attraverso Green Park, e poi svoltare a destra, verso Piccadilly, oppure a sinistra e finire dritti nelle braccia di Hyde Park. Attraversarlo, ritrovarsi d’improvviso nel caos di Oxford Street, superare il Circus e decidere se andare a nord e finire in un attimo in Regent’s Park/Baker Street e Marleybone oppure proseguire dritto e dirigersi verso Tottenham Court Road, Leicester Square e Charing Cross. Attraversare la City, raggiungere il Monument, superare il London Bridge e ritrovarsi in pochi istanti di fronte al Tower Bridge, alla HSM Belfast, al path infinito lungo il Tamigi. Oppure percorrere Victoria Street e finire di fronte alla facciata massiccia di Westminster Abbey, svicolarla e ritrovarsi a fissare la mole del Big Ben e del Parlamento. Proseguire lungo il Victoria Embankment oppure andare oltre l’Orologio e dirigersi verso Blackfriars, verso St. Paul, verso il cuore economico di Londra costeggiando uno dei tratti piu’ belli del Tamigi.
No, non servono mappe a Londra. Basta concederle pochi giorni di pazienza e ti aiutera’ a farti orientare.

Lascio Londra dopo quattro mesi e mezzo. Perche’? Beh, non sto certo seguendo il detto “va’ dove ti porta il cuore”. Se cosi’ fosse, infatti, mi troverei in Hyde Park, seduta su una panchina col mio libro in grembo e la penna rossa in mano. Sto seguendo il detto molto più pratico e realista del “va’ dove trovi un lavoro”. E un lavoro, dopo 4 mesi l’ho finalmente capito, Londra al momento non puo’ darmelo.
Famiglie disperate assumono nanny pagandole con cifre a malapena in grado di aiutarle a coprire l’affitto e il rinnovo della Oyster, per poi liberarsene appena il capo riduce loro lo stipendio. Ristoranti malgrado la crisi ancora stracolmi tendono buste paga ridicole anticipando ai ragazzi “state tranquilli, abbiamo seguito il minimo sindacale!”, ben sapendo che tale minimo sindacale non rispecchia affatto le ore fatte, il massacro richiesto, le parole ricevute. E’ una cosa che accomuna tutti i ristoratori: italiani, cinesi, indiani o messicani. Almeno sotto questo aspetto siamo tutti uguali.

Lasciare Londra dopo averne superato l’inverno capriccioso, dopo aver sofferto il freddo, lasciarla ora che arriva la bella stagione e si puo andare con un plaid sul prato a leggere un libro? Necessariamente. Non ho piu’ fondi per starmene “col plaid sul prato a leggere un libro”. Se volessi fondi sufficienti a mantenermi qui dovrei passare tanto di quel tempo in un ristorante da non averne poi per stare “col plaid sul prato a leggere un libro”. Ammesso che l’unico giorno off concesso di solito ai camerieri ci sia il sole, sia caldo e “col plaid sul prato” insieme a te non ci sia tutto il mondo. E ammesso, ovvio, che dopo sei interi giorni di lavoro non-stop fino a tardi tu abbia voglia di emergere dal letto prima di mezzogiorno per assaporare il sole mentre stai “col plaid sul prato a leggere un libro”.

So gia’ che tornero’ a Londra, ma non sara’ la stessa cosa. Londra da abitante non e’ la Londra del visitatore giornaliero, e quel giorno che riusciro’ a saltare su un treno e a tornare qui non mi sentiro’ allo stesso modo in cui mi sono sentita fino a ieri. Oggi? Beh, oggi mi sento proprio di merda. Sorry for being rude.
Certo, 300 chilometri non sono 1500, ma le ore di viaggio che mi separano da questa citta’ vivendo in patria sono le stesse che ci sono tra Londra e Bologna.

A chi la ama Londra non basta mai. Piu’ la vivi, piu’ vorresti viverla. Un mese, un anno, dieci anni: non sarebbe mai abbastanza. Ma perche’ la si ama cosi’? Cos’e’ di Londra, citta’ cementosa, puzzolente e affollata, che colpisce tanto? La sua unicita’. Un’unicita’ non descrivibile a parole, ma solo palpabile con l’anima. Ogni cosa di Londra e’ unica. Sono uniche le sue strade e i suoi quartieri, con nomi che, googlati da soli, rimandano ad essa. Sono unici i suoi punti di riferimento, che ti permettono in poco tempo di avere la sua intera planimetria stampata in mente, senza bisogno di consultare una cartina. Sono unici i suoi tramonti e la sua organizzazione, nonostante le ripetute aggressioni volte a incrinarla. Londra e’ unica, appunto.
Nessuno sano di mente vorrebbe mai lasciare Londra. Al tempo stesso nessuno, eccetto forse qualcuno completamente pazzo, desidererebbe passarci l’intera vita. Amare la citta’ ma odiarne le sue restrizioni, assaporare cio’ che offre guardando con astio a chi la abita. Adorare Londra ma detestare i “londinesi”, quelli falsi, quelli adottati, quelli che rendono Londra spesso invivibile. Perche’ Londra e’ cosi: multiforme, mutevole, ambivalente. La citta’ che si apre a te e che ti da’ tutta se stessa, che ti accoglie tra le sue braccia come una madre, ad un prezzo pero’ decisamente alto: uno spazio ingordo nel tuo cuore. Lo strappa via, lo seppellisce da qualche parte e dal momento in cui butta l’ultima palata di terra tu e quel
luogo siete indissolubilmente legati, e non c’e’ nulla che tu possa fare per evitare di pensare ad esso o evitare di tornarci, periodico, come un eroinomane in crisi di astinenza. Londra crea dipendenza, un fatto che tutti coloro che la amano e odiano hanno imparato ad accettare.

Continuero’ a tenere sullo sfondo del mio BlackBerry l’immagine di Hyde Park scattata in una lontana mattina del gennaio 2008. Speriamo sia sufficiente. Dovra’ esserlo. Per il resto… lavoro, lavoro e ancora lavoro, a testa bassa e occhi fissi. Forse cosi’ non vedro’ il grigiore del cielo, il rosso sporco degli edifici, l’incombere dei grattacieli tutti uguali, l’assalto di vie contorte e impraticabili della citta’ che mi ospitera’.
Eppure proprio adesso, mentre penso alla metropoli che mi aspetta e a quella che lascio, di colpo avverto una solida certezza: presto tornero’.
E non sara’ da turista.

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Author: Juana
• lunedì, marzo 09th, 2009

Io non sono una pattinatrice professionista. Pero’ sono sconsiderata. Appena vedo un rettilineo, mi lancio. Avvallamenti, ostacoli, sassi, pedoni, piccioni che potrei trovare sulla mia strada: cerco di non pensarci, cosi’ da non perdere concentrazione ed equilibrio. Perche’ sembra difficile crederlo, ma pattinare richiede un’altissima dose di concentrazione. Non conscia, quella concentrazione indotta rischia di farti cadere – il pensiero “oddio, sbando… sto sbandando, vero? E ora?” si conclude quasi sicuramente con un ruzzolone – no. È una concentrazione inconscia. Di quelle che lavorano anche quando sembra che tu sia assorbito dal paesaggio e dalla musica pompata a tutta forza nelle orecchie e non dalla strada che sfreccia sotto i tuoi piedi.
Parte della mia sconsideratezza risiede anche nella totale assenza di protezioni: niente ginocchiere, che rendono le spinte impossibili e te un robot; niente casco: non sto andando in guerra; niente polsiere. Queste ultime sarebbero la prima protezione da indossare, soprattutto se hai un polso triturato come me. Soltanto, Londra, la citta’ delle regole e della sicurezza personale, deve ancora offrirmi un negozio che mi venda le sole polsiere senza rifilarmi l’intero kit, compreso il giubbotto catarifrangente, a prezzi proibitivi.

Di solito, malgrado la mia sconsideratezza, va tutto bene e torno a casa impolverata, ma intera. Quando guardo al passato e alla mia collezione di botte e lussazioni – un polso, quello ancora buono, incrinato tre anni fa, un ginocchio tumefatto due anni fa e, per concludere, una costola quasi spezzata l’anno scorso – mi interrogo su cosa mettero’ tra i trofei del 2009. Per ora mi basta sperare di rientrare in Italia senza ossa rotte come souvenir del mio soggiorno britannico.

I peggiori nemici di un pattinatore a Londra sono due, collegati: il vento e la sporcizia che esso porta sulle piste. Se, poi, ci aggiungiamo anche i soliti, maledetti piccioni in volo – gia’ pericolosi per i camminatori – il quadro di insicurezza while skating e’ completo.
Altre volte l’ostacolo non e’ propriamente un ostacolo quanto piu’ un elemento che, per essere evitato, rischia di farti volare dritto nell’acqua gelata del Serpentine. Parlo del gradevole souvenir lasciato dai cavalli di passaggio. In mera teoria avrebbero la loro pista di terra battuta; in pratica, per qualche oscura ragione, i cavallerizzi preferiscono passare sulla strada asfaltata subito adiacente, fregandosene della terra battuta, del fatto che quella strada e’ di pedoni e ciclisti e, soprattutto, di cio’ che i loro adorati equini lasciano: un tappeto di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Impossibile, a volte, trovare un buco, uno sprazzo di strada pulita nei quali infilarsi per evitare di inzaccherare le rotelle di quel profumoso fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Impossibile anche solo pensare di mettere tali pattini nella loro sacca, issarsela in spalla e portarli a casa, in camera, quando sono pieni di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Se si e’ fortunati si riesce a vedere tale gradevole tappeto in anticipo e a svoltare prima di arrivarvi sopra; se si e’ sfortunati, la svolta per evitarlo sara’ talmente brusca da terminare inevitabilmente con un french kiss all’asfalto.
Fortunatamente, ci sono i paladini del pulito di Hyde Park. Al massimo mezz’ora dopo il passaggio della mandria di equini e cavalieri indisciplinati, intervengono coi loro modernissimi camioncini dotati di rulli, aspiratori e spruzzatori. In un lampo il tappeto di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso scompare.

La parte piu’ sicura, rilassante e con l’asfalto migliore, in Hyde Park – il parco piu’ amato dai pattinatori, forse perche’ e’ l’unico che offre piste lunghe e decenti! – e’ il rettilineo che va da Hyde Park Corner fino al Serpentine Bridge. Forse e’ per questo che i pattinatori, di solito, sono concentrati tutti li’. Alcuni lanciati in blande passeggiate andata/ritorno – e’ il mio caso – altri impegnati in contorti esercizi con birilli, aste, ostacoli di ogni tipo che aggirano, saltano, svicolano in un equilibrio perfetto, facendoti provare quel misto tipico di ammirazione e invidia e inducendoti a chiederti se siano per caso nati con quei roller ai piedi, se siano sbucati fuori dalla pancia della mamma svicolando in quello stesso modo tra un’ostetrica, una ginecologa e un padre in preda al classico collasso post-assistenza-parto.

Author: Juana
• giovedì, marzo 05th, 2009

Volevo segnalare un link:

http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-03-05/dodicesima.shtml

L’immagine e’ stata scattata il 22 febbraio alla stazione di Glouchester Road (o Piccadilly Circus? Non ricordo!). Non e’ ancora stata inserita nella pagina delle foto del mio Windows Live, come moltissime altre, ma conto di farlo presto. Quando? Appena avro’ qualche minuto libero per me, per il blog e, soprattutto, per un backup!