
Proporre a qualcuno di fare l’English Breakfast e’ come condannarlo a digiunare per il resto della giornata. Una colazione completa inglese, specie se full, contiene piu’ calorie degli italiani colazione, pranzo e cena messi insieme. Pero’ ne vale la pena.
La colazione inglese consta di diversi ingredienti. C’e’ la classica pancetta, ci sono le classiche uova strapazzate, il classico pane fritto, la classica fetta di pomodoro. A questi ingredienti di base, che possono essere mangiati singolarmente, a coppie o, per chi ha molto spazio nello stomaco, tutti insieme, se ne aggiungono altri: funghi, fagioli al sugo, patatine, tramezzino di patate e cipolla, porridge, salsiccia.
La stragrande varieta’ di cibi previsti in una colazione britannica permette a chiunque di restare soddisfatto e di trovare la propria combinazione ideale. Quello che in Italia si prepara e mangia in cinque minuti – come la classica fetta di pane con la Nutella, i biscotti o il ciambellone della nonna – in Gran Bretagna richiede almeno mezz’ora. E una giornata intera per smaltirlo, specie per chi non e’ affatto abituato. Mangiare uova strapazzate, pomodoro, pane fritto, tramezzino, patatine e salsiccia potrebbe comportare, per le new entry della full English breakfast, un digiuno assoluto per almeno ventiquattro ore, il tempo di dare allo stomaco il modo di smaltire una mole di cibo mai assunta prima tutta in una volta. Il succo d’arancia o il lunghissimo caffe’ – talmente lungo che potrebbe comodamente essere servito in un secchio – diventano un ausilio indispensabile per buttare giu’ quella bomba calorica.
In Italia le chiamano discoteche di piccole dimensioni, qui li chiamano club. Bancone del bar esageratamente lungo, una sala di medie dimensioni adornata di tavolini, divani e tappeti, e a volte qualche altra saletta, solitamente riservata alle feste private. La qualita’ della musica, la cui tipologia varia a seconda del locale, e’ discreta. Il volume, invece, e’ esagerato. Se pure si provasse a parlare con un megafono sparato direttamente nelle orecchie dell’interlocutore, ugualmente quello non sentirebbe una parola. Un buon test per le proprie corde vocali, senza dubbio.
Il Punk e’ un club affacciato su Oxford Street. Sobrio, moderno, lineare, colmo di giovani dai diciotto anni in su. Le sue dimensioni modeste – per la tipologia di locale – e la calca contribuiscono a regalare a tutti gli ospiti una sauna gratuita dal momento in cui entrano a quello in cui escono. Consapevoli di questo piccolo e non trascurabile dettaglio, le inglesine corrono subito ai ripari evitando di ripararsi del tutto. Per una ragazza con indosso un vestito idoneo alla sua statura/corporatura/silhouette ce ne sono almeno tre vestite degli indumenti della nonna o, peggio, delle tovaglie della zia o delle tende della mamma. Mentre girano col loro bicchiere colmo dell’ennesimo superalcolico in mano, mentre sbandano pericolosamente verso il centro della sala ridendo delle proprie condizioni, viene da chiedersi se in casa loro siano repentinamente scomparsi tutti gli specchi o, in caso contrario, per quale diavolo di motivo non ne abbiano fatto un buon uso prima di uscirne.
Quella che nelle piccole cittadine italiane e’ stata salutata come l’invenzione del secolo, qui va avanti da almeno un decennio: la moda delle foto delle serate. Discreto, quasi una pantera, il fotografo si aggira per la sala col suo cannone da mille megapixel al collo, pronto a scattare foto a coloro che lo richiedono – e, spesso, anche a chi non lo richiede. Il numero di scatti raggiunto alla fine di una serata e’ incalcolabile, e tedioso e’ il lavoro che attende tale fotografo al rientro a casa: selezione degli scatti migliori cosi’ da ridurne il numero e pubblicarne solo una piccola quantita’ decente.
In Italia i fotografi che partecipano alle serate un simile disturbo non se lo prendono affatto. Immortalano le persone nei momenti piu’ imprevisti, a volte cogliendole con espressioni ai limiti della buona reputazione, e le schiaffano nei propri siti senza selezionarle affatto. Impossibile fare rimostranze: gli scatti, in posa o non in posa, vengono pubblicati. Dopotutto, e’ una cosa che si sa. Li’ c’e’ il fotografo ufficiale, se non ti sta bene non andarci. Sembra, pero’, che alla fin fine stia bene, e che stia bene a molti. Quella che tuttora, a distanza di anni, viene reputata l’idea del secolo in piccole realta’ provinciali funziona come una calamita e fa lievitare le presenze nei locali. Pur di farsi immortalare, gli ospiti sarebbero capaci di inseguire il fotografo fino in capo al mondo. La soddisfazione di rivedersi nel sito, il giorno dopo, deve essere davvero immensa. Dopotutto, e’ stato quello lo scopo della visita a quel determinato locale.
Con l’arrivo dell’inverno e delle giornate corte i cancelli dei Kensington Gardens si chiudono in anticipo. Alle cinque sono tutti serrati, e ai pochi distratti ancora dentro non resta che fare ricorso ai tornelli presenti di tanto in tanto lungo le staccionate perimetrali.
Consci di tale chiusura anticipata, in genere i visitatori cercano di emergere dal parco in anticipo, o di raggiungere il contiguo Hyde Park, la cui chiusura avviene solo a sera tarda. Orologio sott’occhio, stanno bene attenti al momento in cui le lancette si direzioneranno verso il cinque. Sicuri e rassicurati dai numeri quattro e nove raggiungono l’uscita… e si ritrovano a fissare i volti increduli di altri sventurati che, come loro, sono incappati in una chiusura anticipata del parco. Emergere in Bayswater Road dopo essere riusciti ad attraversare Hyde Park sara’ un vero sollievo, almeno finche’ non si decidera’ di attraversare all’incrocio con Westbourne Green e ci si rendera’ conto che, per uno strano scherzo di sadici ignoti, un istante prima del rosso pedonale i due semafori sono entrambi verdi e un Mercedes – da quelle parti ce ne sono parecchi – sta pericolosamente puntando verso di te. Per quanto si possa adorare il frutto del proprio ingegno, per quanto si possa agognare di vivere l’esperienza in prima persona, la sola idea di cio’ che sta per accadere regala uno scatto felino tale da atterrare sul marciapiede opposto con un balzo degno di un canguro.

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