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Author: Juana
• domenica, dicembre 21st, 2008


Proporre a qualcuno di fare l’English Breakfast e’ come condannarlo a digiunare per il resto della giornata. Una colazione completa inglese, specie se full, contiene piu’ calorie degli italiani colazione, pranzo e cena messi insieme. Pero’ ne vale la pena.
La colazione inglese consta di diversi ingredienti. C’e’ la classica pancetta, ci sono le classiche uova strapazzate, il classico pane fritto, la classica fetta di pomodoro. A questi ingredienti di base, che possono essere mangiati singolarmente, a coppie o, per chi ha molto spazio nello stomaco, tutti insieme, se ne aggiungono altri: funghi, fagioli al sugo, patatine, tramezzino di patate e cipolla, porridge, salsiccia.
La stragrande varieta’ di cibi previsti in una colazione britannica permette a chiunque di restare soddisfatto e di trovare la propria combinazione ideale. Quello che in Italia si prepara e mangia in cinque minuti – come la classica fetta di pane con la Nutella, i biscotti o il ciambellone della nonna – in Gran Bretagna richiede almeno mezz’ora. E una giornata intera per smaltirlo, specie per chi non e’ affatto abituato. Mangiare uova strapazzate, pomodoro, pane fritto, tramezzino, patatine e salsiccia potrebbe comportare, per le new entry della full English breakfast, un digiuno assoluto per almeno ventiquattro ore, il tempo di dare allo stomaco il modo di smaltire una mole di cibo mai assunta prima tutta in una volta. Il succo d’arancia o il lunghissimo caffe’ – talmente lungo che potrebbe comodamente essere servito in un secchio – diventano un ausilio indispensabile per buttare giu’ quella bomba calorica.

 

In Italia le chiamano discoteche di piccole dimensioni, qui li chiamano club. Bancone del bar esageratamente lungo, una sala di medie dimensioni adornata di tavolini, divani e tappeti, e a volte qualche altra saletta, solitamente riservata alle feste private. La qualita’ della musica, la cui tipologia varia a seconda del locale, e’ discreta. Il volume, invece, e’ esagerato. Se pure si provasse a parlare con un megafono sparato direttamente nelle orecchie dell’interlocutore, ugualmente quello non sentirebbe una parola. Un buon test per le proprie corde vocali, senza dubbio.
Il Punk e’ un club affacciato su Oxford Street. Sobrio, moderno, lineare, colmo di giovani dai diciotto anni in su. Le sue dimensioni modeste – per la tipologia di locale – e la calca contribuiscono a regalare a tutti gli ospiti una sauna gratuita dal momento in cui entrano a quello in cui escono. Consapevoli di questo piccolo e non trascurabile dettaglio, le inglesine corrono subito ai ripari evitando di ripararsi del tutto. Per una ragazza con indosso un vestito idoneo alla sua statura/corporatura/silhouette ce ne sono almeno tre vestite degli indumenti della nonna o, peggio, delle tovaglie della zia o delle tende della mamma. Mentre girano col loro bicchiere colmo dell’ennesimo superalcolico in mano, mentre sbandano pericolosamente verso il centro della sala ridendo delle proprie condizioni, viene da chiedersi se in casa loro siano repentinamente scomparsi tutti gli specchi o, in caso contrario, per quale diavolo di motivo non ne abbiano fatto un buon uso prima di uscirne.

Quella che nelle piccole cittadine italiane e’ stata salutata come l’invenzione del secolo, qui va avanti da almeno un decennio: la moda delle foto delle serate. Discreto, quasi una pantera, il fotografo si aggira per la sala col suo cannone da mille megapixel al collo, pronto a scattare foto a coloro che lo richiedono – e, spesso, anche a chi non lo richiede. Il numero di scatti raggiunto alla fine di una serata e’ incalcolabile, e tedioso e’ il lavoro che attende tale fotografo al rientro a casa: selezione degli scatti migliori cosi’ da ridurne il numero e pubblicarne solo una piccola quantita’ decente.
In Italia i fotografi che partecipano alle serate un simile disturbo non se lo prendono affatto. Immortalano le persone nei momenti piu’ imprevisti, a volte cogliendole con espressioni ai limiti della buona reputazione, e le schiaffano nei propri siti senza selezionarle affatto. Impossibile fare rimostranze: gli scatti, in posa o non in posa, vengono pubblicati. Dopotutto, e’ una cosa che si sa. Li’ c’e’ il fotografo ufficiale, se non ti sta bene non andarci. Sembra, pero’, che alla fin fine stia bene, e che stia bene a molti. Quella che tuttora, a distanza di anni, viene reputata l’idea del secolo in piccole realta’ provinciali funziona come una calamita e fa lievitare le presenze nei locali. Pur di farsi immortalare, gli ospiti sarebbero capaci di inseguire il fotografo fino in capo al mondo. La soddisfazione di rivedersi nel sito, il giorno dopo, deve essere davvero immensa. Dopotutto, e’ stato quello lo scopo della visita a quel determinato locale.

Con l’arrivo dell’inverno e delle giornate corte i cancelli dei Kensington Gardens si chiudono in anticipo. Alle cinque sono tutti serrati, e ai pochi distratti ancora dentro non resta che fare ricorso ai tornelli presenti di tanto in tanto lungo le staccionate perimetrali.
Consci di tale chiusura anticipata, in genere i visitatori cercano di emergere dal parco in anticipo, o di raggiungere il contiguo Hyde Park, la cui chiusura avviene solo a sera tarda. Orologio sott’occhio, stanno bene attenti al momento in cui le lancette si direzioneranno verso il cinque. Sicuri e rassicurati dai numeri quattro e nove raggiungono l’uscita… e si ritrovano a fissare i volti increduli di altri sventurati che, come loro, sono incappati in una chiusura anticipata del parco. Emergere in Bayswater Road dopo essere riusciti ad attraversare Hyde Park sara’ un vero sollievo, almeno finche’ non si decidera’ di attraversare all’incrocio con Westbourne Green e ci si rendera’ conto che, per uno strano scherzo di sadici ignoti, un istante prima del rosso pedonale i due semafori sono entrambi verdi e un Mercedes – da quelle parti ce ne sono parecchi – sta pericolosamente puntando verso di te. Per quanto si possa adorare il frutto del proprio ingegno, per quanto si possa agognare di vivere l’esperienza in prima persona, la sola idea di cio’ che sta per accadere regala uno scatto felino tale da atterrare sul marciapiede opposto con un balzo degno di un canguro.

Author: Juana
• sabato, dicembre 06th, 2008

C’e’ una cosa che accomuna tutti gli italiani che vivono e lavorano all’estero: lo sguardo. Che venga posta da un cliente mentre si serve ad un tavolo, da un nuovo collega o da una persona incontrata per caso, la domanda “Sei italiano?” e’ sempre seguita da un accompagnato da uno sguardo misto tra languore, nostalgia e affetto. Il sorriso che si sfodera in quei casi e’ dolce, tenero. Si e’ fuggiti dall’Italia per cercare altrove cio’ che l’Italia non poteva o non voleva dare, eppure non si puo’ fare a meno di parlarne come si parlerebbe di un genitore lontano.
Meno traumatica – emotivamente parlando – e’ la domanda “da dove vieni?”. Abituata a vivere lontana dalla mia citta’ natale, non trovo difficolta’ a parlarne liberamente con chi desidera informazioni in merito. Sette anni di vita fuori casa sono stati sufficienti a formare su di me uno spesso strato di autodifesa contro attacchi di nostalgia verso San Benedetto, la sua spiaggia e le sue strade.

Quando in Italia una famiglia va al ristorante, generalmente ci va al completo. Mamma, papa’ e pargoli siedono allo stesso tavolo ed e’ insieme che consumano il loro pranzo o la loro cena. A Londra, invece, vedere mamme sole con bambini al seguito o papa’ soli con neonati appesi al collo non e’ raro. Anzi, e’ molto piu’ frequente del vedere famiglie complete: con i ritmi di vita e di lavoro richiesti da una citta’ simile, e’ quasi impossibile che moglie e marito riescano a far coincidere i propri turni.
I papa’ sono uno spettacolo impagabile. Affettuosi come non mai, vezzeggiano e coccolano i figli, visibilmente felici di quella serata intima, di quel tete-à-tete. Bevono succo di frutta, proprio come i loro figli, al massimo mezza pinta di birra. A fine pasto ordinano per la prole dolci costosi quanto l’intera cena e al momento di andarsene controllano con premura che sciarpa, cappellino e guanti siano tutti al loro posto.
Diversa e’ la situazione delle mamme. Arrivano in due, con relativi figli al seguito, ordinano litri di vino e passano la serata a parlare tra di loro senza curarsi affatto della progenie. Proprio stasera ho portato ad un tavolo con due donne e una bambina un litro di bianco, un litro di rosso, due bicchieri di spumante e due mezze pinte di birra. Anche se fosse stata semplice acqua mi sarei chiesta come potessero riuscire a bere una quantita’ tanto incredibile di liquidi. La cosa stupefacente e’ che, al momento di andarsene, si sono alzate senza battere ciglio e hanno raggiunto la porta senza barcollare.
Altre volte capita di incappare in donne palesemente intolleranti all’alcool. Ne bevono a fiumi, ma poi non riescono neppure a sgusciare fuori dalla panca. Ridendo come pazze della loro instabilita’, lanciano al figlioletto di appena dieci anni occhiate divertite, mentre con la mano protesa tastano in direzione della porta delle toilette – che si trova ad almeno cinque metri dal punto in cui sono loro.
Sono scene stomachevoli. E’ scioccante vedere come, in simili casi, i figli non battano ciglio di fronte allo stato delle loro madri. Ancora piu’ scioccante e’ scoprire, quando si alzano e tentano di raggiungere a loro volta la toilette, che sono perfino piu’ ubriachi delle loro genitrici.

Ad un rapido calcolo – e se la memoria non mi inganna – direi di aver iniziato a mangiare patatine fritte e cotolette alla milanese a cinque o sei anni d’eta’. Che sia stato per un avviso di un pediatra troppo zelante o per semplice cautela, non importa: prima della scuola elementare io non sapevo neppure cosa fosse il cibo fritto. Idem per le spezie forti come pepe e peperoncino: non mi piacevano.
Ho visto bimbi di tre anni buttare giu’ pizze al salame piccante come se fossero focacce e bebe’ quasi senza denti masticare patate fritte cosparse di un abbondante strato di ketchup. La scena non mi ha scioccata poiche’ in Italia ho visto di peggio: in un qualunque McDonald bolognese puo’ capitare di vedere un bebe’ infilato in un seggiolone al quale la mamma sta somministrando una micidiale dose di patatine strafritte e nuggets. Un comportamento del genere dovrebbe essere etichettato come reato, se non addirittura come tentato omicidio. Chissa’ se la McDonald decidera’, dopo l’Happy Meal, di sfornare qualche altro menu’ dedicato ai piu’ piccoli, magari infilando un McOmogeneizzato al posto del classico toast.

Author: Juana
• lunedì, dicembre 01st, 2008

“Excuse me, have you finished? May I take your plates?”
Guardi i piatti ancora colmi di cibo e nel momento stesso in cui pronunci la domanda di rito ti auguri che rispondano “We haven’t”. A volte va cosi’. Altre chiedono di mettere gli avanzi in una scatola per il take away. Altre ancora, troppo spesso, rispondono affermativamente e tu ti ritrovi a lanciare nella pattumiera una pizza quasi intatta o uno stinco da un chilo a malapena sbocconcellato.
In nove giorni di lavoro ne ho viste davvero di tutti i colori. Clienti capaci di buttare via una bistecca intera ma di chiedere di impacchettare l’insalata, clienti con un rimasuglio di spaghetti alla bolognese – una bestemmia al solo scriverlo – triturati in mille pezzi che pregano per poter portare a casa quella cucchiaiata di poltiglia informe, clienti con una manciata di pasta, un rimasuglio di pizza e un rimasuglio di insalata che chiedono di infilarli in tre scatole separate – magari dopo aver preso soltanto un primo e un antipasto in due.
Mentre butto nel cestone una quantita’ di avanzi in grado di sfamare un intero quartiere non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo, visti i prezzi dei ristoranti a Londra, i clienti non riescano a regolarsi sul cibo. E non posso fare a meno di alterarmi: focaccia, starters, pasta e main curses e a malapena riescono ad arrivare a meta’ del piatto di pasta. Mentre il loro stomaco, gia’ sazio arrivato alla fine dell’antipasto, chiede pieta’, nell’immondizia vengono lanciate decine di sterline.
Fortunatamente c’e’ chi recupera per tutti: due antipasti, tre pizze, due primi ed un secondo. Piccola nota: il tavolo era da due.

Come ho gia’ detto, essere cameriere a Londra significa dover acquisire la capacita’ di divenire invisibile. Posate e piatti sporchi devono venire sostituiti con quelli puliti silenziosamente e, agli occhi dei clienti, apparire sul loro tavolo come per magia. Di solito non si accorgono di te; di solito continuano indisturbati a discutere, scansando a malapena il braccio nel caso in cui nel tavolo non ci sia piu’ spazio e tu debba rifornirli di posate pulite. A volte ringraziano, sinceramente cordiali. Altre volte ti viene scaricato addosso un lampo talmente seccato da riuscire ad incenerirti. La tentazione di riportare loro indietro le forchette e i coltelli incrostati in quei momenti e’ forte.
Se ritrovarsi a servire adulti con la puzza sotto il naso puo’ essere seccante, non sara’ mai tanto seccante quanto ritrovarsi a servire dei bambini con la puzza sotto il naso. Se, poi, tali ragazzini sono ragazzini di buona famiglia, la situazione e’ addirittura snervante.
La prima volta che mi sono messa a preparare una tavolata da 25 per dei bambini mi sono sentita entusiasta. Adoro i bambini e pensavo – pensavo – che per una volta sarebbe stata una serata piacevole. Alle mie osservazioni positive i miei colleghi avevano risposto con borbottii di dissenso, mettendomi in guardia sul fatto che, dopo quella tavolata, la mia passione per il baby sitting ne sarebbe uscita seriamente danneggiata.
La prova non si e’ fatta attendere troppo. All’ordinazione delle bevande mi sono ritrovata strattonata a destra e sinistra con una valanga di bibite diverse sparate nelle orecchie. Inutile perfino tentare di chiedere calma: ciascuna di quelle 25 pesti voleva ordinare per prima. Solo un tavolo se ne stava in silenziosa attesa, un tavolo con sei ragazzine al massimo undicenni. Sono stata loro grata per questo, almeno finche’ non hanno deciso di movimentare la loro serata cominciando a torturare me.
Se c’e’ una cosa che mi fa sbarellare e’ non capire un’ordinazione per colpa della deliberata velocita’ con la quale questa viene pronunciata. Alla richiesta di ripeterla il cliente, con un sadismo innato e un discutibile gusto per la beffa, la pronuncia di nuovo come e piu’ incomprensibile di prima. A corto di tempo e con gli occhi del manager addosso non puoi far altro che tirare ad indovinare, nella speranza di prenderci. Di solito, per mia fortuna, ci prendo.
Le sei ragazzine del detached-table senza dubbio erano membri dell’affollato club “facciamo impazzire i camerieri”. Riuscirci e’ facile: basta chiamarne uno, ordinare due Coca Cola, poi correggersi e chiederne tre, lasciare l’amica libera di riportare il numero a due, lasciare l’altra amica libera di chiederne cinque e l’altra ancora libera di ordinare una limonata. Risultato: non ci si capisce piu’ un accidenti. Per tre volte ho chiesto, scandendo, “So, how many Cokes, at last?”. Per tre volte hanno ricominciato col giochino finche’ una di loro, una vera Emma in miniatura, non ha sventolato la mano a due centimetri dal mio naso chiedendomi, con voce pesantemente superiore: “Hello! Are you awaken? Did you understand me?” (“Ciao! Sei sveglia? Mi hai capita?”). La tentazione di risponderle “Hello! Are you impressionable? Do you care about your back?” (“Ciao! Sei suscettibile? Hai a cuore il tuo posteriore?”) e’ stata pressante, ma sono riuscita a trattenermi.
Il culmine lo hanno raggiunto quando, con spudorata sfrontatezza, mi hanno puntato addosso il telefonino e mi hanno filmata mentre toglievo i loro piatti vuoti. Il titolo del filmino? Probabilmente qualcosa come “the dulliest waitress of London”.

Alla fine di una serata sul pavimento del ristorante si potrebbe aprire una discarica. Sollevando le sedie da terra e prendendo a spazzare si rinviene davvero di tutto: carte di chewing-gum, chewing-gum, pacchetti di sigarette vuoti, scontrini, a volte perfino giornali. Da inesperto pensi che siano caduti per sbaglio, poi ti rendi conto che ce ne sono un po’ troppi.
Chi siede al tavolo e consuma la sua cena molto probabilmente non sa – o non gliene frega un accidente di sapere – che tutto cio’ che sporchera’ dovra’ poi essere ripulito da qualcuno, e che quel qualcuno e’ la stessa persona che gli sta porgendo il piatto pieno e portando via quello vuoto. L’incivilta’ riscontrabile in strada si ripete anche entro le mura dei ristoranti, e in cio’ non vi sono differenze tra Italia e GB. Alle strade ci pensano gli operatori ecologici, ai ristoranti dobbiamo pensarci noi camerieri. In un caso come nell’altro, se a monte ci fossero un po’ piu’ di educazione e rispetto saremmo tutti piu’ contenti.

Amare un piatto e ritrovarsi a lavorare in un ristorante in cui esso va per la maggiore e’ meglio del ritrovarsi a portare ai tavoli piatti di cui si odia il contenuto. In mera teoria sarebbe cosi’. In pratica, pero’, a volte e’ molto meglio trovarsi tra le mani contenitori zeppi di un cibo che si aborra piuttosto che di un cibo che si adora.
Io amo la pizza. Margherita, soprattutto, ma anche condita. Vivendo in una zona fornita di numerose, ottime pizzerie e’ inevitabile che ne mangi almeno una alla settimana. Da quando ho lasciato l’Italia non ne ho mangiata piu’ neppure una – no, quelle focacce untuose e supercondite che qui chiamano pizza non contano.
Ne sento la mancanza, come e piu’ della pasta al ragu’ o dei tortellini in brodo. E’ facile capire, percio’, quale tortura possa essere per me lavorare in una pizzeria e dover portare ogni sera ai tavoli delle pizze dall’aria ottima – o buttarne tre quarti nel cestone – senza poterne assaggiare neppure un pezzettino. Potrei aggregarmi ai miei colleghi e mangiarne, quando dai tavoli ne torna una quasi intatta. Purtroppo sono troppo di palato fine per accontentarmi di una pizza ghiacciata – e, per di piu’, sbocconcellata da altri.

Uno dei misteri che non capiro’ mai del posto in cui lavoro riguarda l’inspiegabile scomparsa di tovaglioli e posate. I clienti, a volte, si rivelano essere dei piccoli Houdini: un attimo prima il tavolo accanto al loro e’ apparecchiato, l’attimo dopo e’ scomparso qualcosa. Una forchetta, un coltello, un tovagliolo, oppure tutti e tre. La cosa strabiliante e’ che riescono a farlo nell’infimo attimo in cui tu volti la testa per sistemare il tavolo dalla parte opposta.
Noi camerieri siamo tenuti a tenere d’occhio i tavoli affinche’ a nessuno degli ospiti manchino mai forchetta e coltello. Spesso li conservano, anche se sporchi, ma altrettanto di frequente li lasciano portare via insieme ai piatti vuoti, e a quel punto bisogna correre a rimpiazzarli. E’ una politica del ristorante in se’ e i clienti lo sanno. Proprio per questo motivo mi riesce dannatamente incomprensibile il motivo per cui debbano disfare un tavolo vuoto appena riapparecchiato, privandolo di tutto, anziche’ aspettare che arriviamo noi con la roba pulita. Ci risparmierebbero la meta’ del lavoro ma, come ho detto, a molti non frega un accidente di cosa facciamo noi o di cosa siamo. Grazie a questa premura nei nostri riguardi i tavoli vuoti non sono mai in ordine e noi continuiamo a rifarli e rassettarli, all’infinito.