La scala mobile della stazione metropolitana di Angel e’ la piu’ lunga scala mobile del Regno Unito: 54 metri di elevazione, quasi cento scalini, un minuto e ventidue di viaggio.
La prima volta che la si vede si resta attoniti; la seconda volta si tira fuori la macchinetta, le si scatta qualche foto e si cronometra il tempo in attesa che essa porti a destinazione. Quando, pero’, ti ritrovi a farla ogni santo giorno di corsa in stile Varenne, quegli ottantotto gradini completi in salita diventano infiniti. Angel perde ogni sua attrattiva e le uniche cose che ti vengono in mente mentre arranchi come un disperato guardando impensierito l’orologio non sono piu’ elogi sulle potenzialita’ di quella scala mobile bensi’ epiteti edulcorati su chi l’ha progettata e piazzata li’ al posto di un comunissimo ascensore.
Alessio ha ventitre’ anni, e’ palermitano, e’ laureando in Economia e sta trascorrendo tre mesi a Londra per approfondire il suo inglese e riuscire a superare cosi’ lo scoglio dell’ultimo esame. Sin da quando lo si incontra non puo’ restare antipatico: i suoi modi di fare amichevoli e schietti hanno la straordinaria capacita’ di mettere le persone subito a proprio agio.
La prima volta che ho incontrato Alessio aveva un mocho in mano. Quando gli chiesi di poter parlare col titolare ancora non sapevo che di li’ a dodici ore sarebbe stato il mio collega e la mia salvezza. Nella mia prima sera di prova mi ha istruita, soccorsa e aiutata in ogni modo. Col passare dei giorni le cose non sono cambiate e io sono diventata la sua ombra e la sua tortura: per ogni informazione, richiesta di aiuto o istruzione facevo riferimento soprattutto a lui. Con una pazienza infinita – e spesso accollandosi mansioni che avrei potuto svolgere io se fossi stata un po’ piu’ svelta – e senza mai perdere buonumore e sorriso mi ha aiutata. Perfino quando mi sono ritrovata a mezzanotte da sola a prendere un autobus in una zona a me totalmente sconosciuta non mi ha abbandonata.
Per il profondo senso di gratitudine che nutro e per la mia profonda riconoscenza, ho deciso di redigere queste righe di ringraziamento. Se potessi, lo adotterei come fratello minore.
Se un’abbondante dose di ringraziamenti va ad Alessio, non meno sentito e’ il mio grazie al mitico Emanuele. Eta’ a me sconosciuta – ipotizzo coetaneo, ma non saprei – aria tutta d’un pezzo, comportamento serio e istinto professionale, Emanuele e’ stato il mio secondo soccorritore nei miei primi giorni da cameriera. Ordinazioni, pagamenti, richieste dei clienti, quasi sempre accorreva al posto mio. Non mi ha mai risposto in malo modo, non mi ha mai rimproverata. Mi ha aiutata, percio’ un grosso grazie anche a lui.
Se in Italia i poveri camerieri sono nella maggior parte dei casi trattati alla stregua di servitori – specie da gente in la’ con l’eta’ e con una mentalita’ scaduta – qui diventano esseri invisibili. Meno lasciano percepire la loro presenza mentre fanno il loro lavoro, meglio e’ per il cliente. Se ti vedono in difficolta’ con la lingua a volte ti aiutano, ma molto spesso mettono su un sorrisino di circostanza, si voltano e chiamano il primo tuo collega che sta passando di li’, lasciandoti imbabita come un pupazzo.
Ho avuto la sfortuna di servire una tavolata di diciotto persone e di incappare in una signora di mezza eta’ con la puzza sotto il naso che nel corso della serata e’ divenuta la mia disperazione – o io la sua, a seconda del punto di vista. Primo inghippo: mi ha chiesto del vino in bottiglia, senza specificare quale. La carta dei vini per la signora doveva essere solo una cianfrusaglia capitata per caso al centro del suo tavolo, perche’ chiedeva vino bianco e lo chiedeva in bottiglia, senza dirmi quale. Alla fine ho lasciato che gli altri colleghi se la vedessero con lei.
Le ho portato il vino al tavolo. Tappo a rotazione, facile da aprire. Come da copione, ho lasciato l’ospite d’onore libero di assaggiare mezzo sorso prima di riempire il bicchiere. La mia ossessione dai capelli color Barbie e consistenza di saggina s’e’ rifatta avanti: please, versane ancora fino ad arrivare ad un dito dall’orlo. Ho obbedito e le ho versato il vino nel bicchiere – vuoto – da lei indicato. Peccato che la signora intendesse il bicchiere dell’ospite. Me ne sono accorta quando ha messo su una faccia incredula, e’ scoppiata nella solita risatina di circostanza coperta da copyright e ha detto al marito che le era accanto “Oh, my God, I can’t believe it!”. Neppure io potevo credere che fosse stata cosi’ scema da non specificare in quale dei diciotto bicchieri presenti in tavola versare il vino. Sono andata dall’ospite di riguardo e ho rimediato all’errore, mentre il marito di quella signora trangugiava il vino in eccesso senza farsi vedere da tale festeggiato – evidentemente deve essere una sorta di mancanza di rispetto, qui, bere tanto e per primi in simili occasioni.
Il secondo round con la signora e’ avvenuto per colpa di una forchetta. Terminati gli antipasti siamo soliti cambiare le posate a chi non le ha piu’ o a chi le ha troppo sporche per continuare a mangiarci. Armata della mia tonnellata d’acciaio ho cominciato a restituire forchette e coltelli ai diciotto clienti. La testa della signora fatidica, in una risata esplosiva, e’ scattata all’indietro proprio mentre estraevo la forchetta per lei, facendo impigliare i rebbi nella sua parrucca da duemila sterline fresca di parrucchiere da almeno cinquecento.
Il terzo round con la signora non e’ mai avvenuto poiche’ ho deliberatamente ignorato il suo richiamo al momento di pagare il conto. Ha reindossato per l’ennesima volta il suo sorrisino e borbottato qualcosa a me incomprensibile. Il suo stupore, probabilmente.
La signora Mattel non e’ stata la sola a manifestare un atteggiamento ai limiti del tollerabile con noi. Un po’ l’intera tavolata ha mostrato dissenso quando mi presentavo per prelevare i piatti o quando tentavo di farmi strada tra cappotti, borse e teste per depositare piatti colmi di cibo senza versarne addosso a nessuno.
I miei colleghi ormai non ci fanno piu’ caso ma io, ancora nuova nell’ambiente, non posso fare a meno di restare di stucco di fronte a tanta deliberata indifferenza.
Va meglio con i giovani. I ragazzi sono sempre disponibili, allegri e sorridenti. Non si alterano se non capisci qualcosa, non perdono il sorriso se ti presenti al loro tavolo con una pasta diversa per colpa di un errore del cuoco. Sono comprensivi. Il problema sono i loro genitori: non ti degnano di uno sguardo. Devi essere una presenza invisibile che magicamente, senza che loro se ne rendano conto, fa apparire piatti pieni, sparire quelli vuoti e rimette posate pulite. Per il resto puoi anche non esistere.
Dopo oltre una settimana trascorsa a notare, elencare e discutere le differenze tra Londra e Italia finalmente ho trovato un punto in comune tra le due realta’: l’immancabile arte di rompere le palle alle cameriere.
Tuttavia, anche in questo c’e’ una differenza. In Italia in genere i maschi molestatori si distinguono in due categorie: quelli della famosa mano morta e quelli dell’approccio alla larga. I primi sono i maestri delle manate nel retro, i secondi sarebbero capaci di far partire un discorso da Roma, farlo passare per Milano e terminare a Napoli, dove Roma e’ un “Ciao, come ti chiami?”, Milano e’ un “Sei di zona? Perche’ anch’io lavoro qui, sai?” (e giu’ coi fatti propri) e Napoli e’ “Ti andrebbe di berci una birra, piu’ tardi/di darmi il tuo numero di cellulare?”.
Qui e’ diverso. Finora ho assistito a tentativi eterogenei, tutti abbastanza scialbi ed inoffensivi per una abituata all’Italia e agli italiani. Puo’ capitare il romanticone che dice: “The pizza was wonderful! Maybe as beautiful as you!”. Bella tanto quanto una pizza con peperoni e aglio? Da cadere ai suoi piedi. Puo’ capitare il quasi-evirato che, per rassicurarti dopo che un coltello gli e’ accidentalmente volato a piombo proprio nel punto sbagliato, tenta una strizzata sui fianchi ma si ritrova a palpare l’aria. Oppure c’e’ il finto culturista, che mentre gli trituri il pepe sul piatto ne approfitta per tastare il tuo braccio sotto sforzo e sfoderare complimenti che col pepe non hanno niente a che vedere.
Contatti fatti con noncuranza e tranquillita’ che, pero’, hanno poco a che vedere col distacco cordiale tipico degli inglesi. Il massimo di contatto tra estranei, di solito, e’ una stretta di mano quando necessaria.
Almeno, pero’, qui non sembrano girare tipi da pacche nei posti sbagliati. Finora.
Se chi di solito siede ai tavoli vedesse cosa c’e’ spesso oltre la porta con su scritto “Staff only” probabilmente ci penserebbe su due volte prima di proporre una cena fuori casa.
Devo dire la verita’: il ristorante in cui lavoro non e’ sporco, per essere in un Paese con norme igieniche meno restrittive di quelle presenti in Italia. Gli inglesi sono soliti tenere i luoghi pubblici tendenzialmente puliti e il posto in cui opero non e’ da meno. Certo, al posto delle tovaglie ci sono tovagliette di carta e i tavoli vengono ripuliti da briciole e sporco con una spugnetta, ma almeno vengono puliti. Ai clienti non accadra’ mai di dover cenare su una tovaglia piena di patacche unte lasciate da altri come successe a me a Vienna.
Tuttavia, pensare di aver passato in bagno, sotto vespasiani e water, lo stesso mocho che poco prima il cuoco aveva passato nei corridoi delle cucine mi ha procurato un piccolo infarto. Occhio non vede, cuore non duole, si suol dire. Cio’ che accade al di la’ della fatidica porta che separa staff da ospiti e’ meglio che resti affare dello staff.

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