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Author: Juana
• giovedì, gennaio 01st, 2009

Chi si aspettava dagli inglesi qualcosa di piu’ di quanto non offrano solitamente i loro vicini francesi a Capodanno non e’ rimasto deluso: l’organizzazione certosina dell’evento, dei suoi milioni di partecipanti, dello spettacolo pirotecnico e quantaltro ha meritato un plauso. Niente orde di abitanti delle banlieues impazziti che correvano da una parte all’altra degli Champs-Elysées, niente bottiglie volanti, colpi di arma da fuoco, polizia impotente: il 31 britannico si e’ svolto, come prevedibile, nell’ordine piu’ assoluto. I poliziotti, in schiere di dieci o venti, si sono mescolati alla folla festeggiando con essa, partecipando agli scatti fotografici e, addirittura, permettendo alle turiste di salire sulle loro moto e di indossare i loro elmetti. Il nemico del divertimento per eccellenza si e’ alleato con esso al fine di tenere meglio sotto controllo la situazione… con successo.

Ore 23, Westminster Abbey. Una lunga palizzata di ferro impedisce ai nuovi arrivati di andare oltre e raggiungere il Big Ben e il Westminster Bridge. Turisti spaesati guardano con occhi timidi i cartelli luminosi affissi alla destra e alla sinistra della strada: per la vista panoramica dei giochi pirotecnici, per di qua. Fiduciosi, i gruppi si dividono per seguire il flusso di persone gia’ in moto. Una meta’ di essi, quelli che hanno scelto di andare a destra, finira’ chiusa nell’area del Millibank e, chissa’, con un po’ di fortuna riuscira’ anche a vedere il Tamigi; l’altra meta’, quella che ha scelto di andare a sinistra, si ritrovera’ invece lungo Horse Guards Street, a ridosso delle transenne di delimitazione dell’Horse Guards Parade. Il London Eye, possente, riuscira’ a sovrastare i tetti antichi del vecchio maneggio per meta’.
La mezz’ora successiva e’ caratterizzata da migliaia di nasi puntati all’insu’, verso la ruota panoramica che, coi suoi mille giochi di luci, attende paziente l’arrivo del nuovo anno. Nessuna musica, nessuna animazione: gli unici rumori percepibili in quel tumulto di corpi ansiosi sono gli schiamazzi di coloro gia’ avanti con l’alcool e gli strilli impazienti dei bambini. L’orologio sulla torre che sovrasta il grande spiazzo segnala l’avanzare dei minuti, paziente.
Alle 23.58 e’ ormai praticamente impossibile distinguere l’incedere della lancetta dell’antico marchingegno. Si guardano orologi da polso, cellulari, si lanciano auguri al cielo, incapaci di credere che in uno spazio tanto grande abbiano dimenticato di installare un banalissimo contasecondi.
L’esplosione del London Eye in centinaia di luci infuocate annuncia ai diligenti spettatori confinati nell’area dell’Horse Guards che il 2009 e’ infine arrivato. Da sopra i tetti lo spicchio di ruota continua impazzito il suo gioco pirotecnico, consolando i piu’ e irritando i meno, che si erano aspettati forse maggiore animosita’, specie dopo essere stati relegati in una zona tanto periferica.

La divisione dei milioni di partecipanti e’ stata metodica. Il centro di Londra, previamente tagliato in quadri da transenne volte a creare decine di punti di raccolta, ha iniziato a chiudersi con l’avanzare della mezzanotte. Aree in grado di contenere almeno il doppio delle persone venivano transennate prima di sfociare nel sovraffollamento, cosi’ da garantire a chi era ormai dentro uno spazio agevole per muoversi. La chiusura una dopo l’altra delle aree di sosta ha garantito agli ultimi arrivati una sistemazione pessima, nel mezzo di qualche strada principale, sovrastati da palazzi e grattacieli e impossibilitati a vedere anche un solo briciolo di fuoco d’artificio. Io sono capitata nel giusto mezzo: non nella privilegiata e ottima Parliament Square, naturalmente, ma almeno l’avermi direzionata fino all’Horse Guards Parade mi ha garantito cio’ che a coloro schiaffati lungo Whitehall e’ stato negato: un minimo di visuale dei giochi pirotecnici sul London Eye. Certo, avrebbero potuto movimentare quell’ora di attesa con musica, animazione o altro o, almeno, regalarci il piacere di un conto alla rovescia installando un banale maxischermo anche li’ proprio come avevano fatto negli altri punti di raccolta, ma… mi ritengo gia’ abbastanza soddisfatta di non essermi ritrovata a fuggire insieme ad un altro migliaio di persone da orde di immigrati impazziti con tubi di razzi accesi in mano puntati sulla folla, come accadde a Parigi la notte del 31 di tre anni fa.

I milioni di persone stipati in decine di recinti come pecore diligenti passata la mezzanotte si dirigono laddove gli agenti dicono loro di andare. Un fiume impressionante di persone esce dallo sbarramento di Whitehall e si riversa in Trafalgar Square rendendo inavvicinabile il Big Ben e il Parlamento. Impossibile andare contro corrente: la forza lenta ed inesorabile della massa di corpi pressati – nonche’ l’inquinamento acustico dei megafoni dei poliziotti – invitano a seguire la scia e a non fare di testa propria. Solo una discreta conoscenza delle vie secondarie puo’ permettere di raggiungere l’inizio di Whitehall e il Parlamento senza venire travolti dal milione di corpi in fuga. Paradossalmente, c’e’ quasi silenzio. Nella quiete congelata di quei primi minuti del 2009 l’unico rumore che accompagna gli ordini imperiosi sputati dai megafoni sono i nitriti spazientiti dei cavalli, piazzati in mezzo alla folla coi loro cavalieri a gruppi di quattro o cinque per intimorire i pochi restii a seguire i comandi dell’autorita’ a piedi.

Londra, la citta’ in perenne movimento, la citta’ in esplosione, la citta’ che non riposa mai e’ riuscita a regalare ai suoi visitatori un 31 quasi deludente. Eccezion fatta per i costosissimi – e calcolati al millimetro – giochi pirotecnici, nient’altro. Perfino lo storico rintocco del Big Ben e’ riuscito quasi inudibile a decine di migliaia di persone.
Qualcuno che si e’ divertito davvero, tuttavia, c’e’. Basta seguire l’esempio per rendere un capodanno piatto un vero sballo: una decina di birre, qualche superalcolico, scarpe lanciate non si sa perche’ nel primo cassonetto e poi via per le strade della citta’ a piedi nudi, equilibrio precario, ridendo se il vetro di una bottiglia rotta si pianta in maniera decisa tra l’alluce e l’indice. Il sangue ribolle, il cervello e’ andato, il dolore non si avverte. In questo modo il 31 diventa uno sballo. Soltanto, viene da chiedersi se tale gente sappia che cosa sta festeggiando e perche’.

Author: Juana
• domenica, dicembre 21st, 2008


Proporre a qualcuno di fare l’English Breakfast e’ come condannarlo a digiunare per il resto della giornata. Una colazione completa inglese, specie se full, contiene piu’ calorie degli italiani colazione, pranzo e cena messi insieme. Pero’ ne vale la pena.
La colazione inglese consta di diversi ingredienti. C’e’ la classica pancetta, ci sono le classiche uova strapazzate, il classico pane fritto, la classica fetta di pomodoro. A questi ingredienti di base, che possono essere mangiati singolarmente, a coppie o, per chi ha molto spazio nello stomaco, tutti insieme, se ne aggiungono altri: funghi, fagioli al sugo, patatine, tramezzino di patate e cipolla, porridge, salsiccia.
La stragrande varieta’ di cibi previsti in una colazione britannica permette a chiunque di restare soddisfatto e di trovare la propria combinazione ideale. Quello che in Italia si prepara e mangia in cinque minuti – come la classica fetta di pane con la Nutella, i biscotti o il ciambellone della nonna – in Gran Bretagna richiede almeno mezz’ora. E una giornata intera per smaltirlo, specie per chi non e’ affatto abituato. Mangiare uova strapazzate, pomodoro, pane fritto, tramezzino, patatine e salsiccia potrebbe comportare, per le new entry della full English breakfast, un digiuno assoluto per almeno ventiquattro ore, il tempo di dare allo stomaco il modo di smaltire una mole di cibo mai assunta prima tutta in una volta. Il succo d’arancia o il lunghissimo caffe’ – talmente lungo che potrebbe comodamente essere servito in un secchio – diventano un ausilio indispensabile per buttare giu’ quella bomba calorica.

 

In Italia le chiamano discoteche di piccole dimensioni, qui li chiamano club. Bancone del bar esageratamente lungo, una sala di medie dimensioni adornata di tavolini, divani e tappeti, e a volte qualche altra saletta, solitamente riservata alle feste private. La qualita’ della musica, la cui tipologia varia a seconda del locale, e’ discreta. Il volume, invece, e’ esagerato. Se pure si provasse a parlare con un megafono sparato direttamente nelle orecchie dell’interlocutore, ugualmente quello non sentirebbe una parola. Un buon test per le proprie corde vocali, senza dubbio.
Il Punk e’ un club affacciato su Oxford Street. Sobrio, moderno, lineare, colmo di giovani dai diciotto anni in su. Le sue dimensioni modeste – per la tipologia di locale – e la calca contribuiscono a regalare a tutti gli ospiti una sauna gratuita dal momento in cui entrano a quello in cui escono. Consapevoli di questo piccolo e non trascurabile dettaglio, le inglesine corrono subito ai ripari evitando di ripararsi del tutto. Per una ragazza con indosso un vestito idoneo alla sua statura/corporatura/silhouette ce ne sono almeno tre vestite degli indumenti della nonna o, peggio, delle tovaglie della zia o delle tende della mamma. Mentre girano col loro bicchiere colmo dell’ennesimo superalcolico in mano, mentre sbandano pericolosamente verso il centro della sala ridendo delle proprie condizioni, viene da chiedersi se in casa loro siano repentinamente scomparsi tutti gli specchi o, in caso contrario, per quale diavolo di motivo non ne abbiano fatto un buon uso prima di uscirne.

Quella che nelle piccole cittadine italiane e’ stata salutata come l’invenzione del secolo, qui va avanti da almeno un decennio: la moda delle foto delle serate. Discreto, quasi una pantera, il fotografo si aggira per la sala col suo cannone da mille megapixel al collo, pronto a scattare foto a coloro che lo richiedono – e, spesso, anche a chi non lo richiede. Il numero di scatti raggiunto alla fine di una serata e’ incalcolabile, e tedioso e’ il lavoro che attende tale fotografo al rientro a casa: selezione degli scatti migliori cosi’ da ridurne il numero e pubblicarne solo una piccola quantita’ decente.
In Italia i fotografi che partecipano alle serate un simile disturbo non se lo prendono affatto. Immortalano le persone nei momenti piu’ imprevisti, a volte cogliendole con espressioni ai limiti della buona reputazione, e le schiaffano nei propri siti senza selezionarle affatto. Impossibile fare rimostranze: gli scatti, in posa o non in posa, vengono pubblicati. Dopotutto, e’ una cosa che si sa. Li’ c’e’ il fotografo ufficiale, se non ti sta bene non andarci. Sembra, pero’, che alla fin fine stia bene, e che stia bene a molti. Quella che tuttora, a distanza di anni, viene reputata l’idea del secolo in piccole realta’ provinciali funziona come una calamita e fa lievitare le presenze nei locali. Pur di farsi immortalare, gli ospiti sarebbero capaci di inseguire il fotografo fino in capo al mondo. La soddisfazione di rivedersi nel sito, il giorno dopo, deve essere davvero immensa. Dopotutto, e’ stato quello lo scopo della visita a quel determinato locale.

Con l’arrivo dell’inverno e delle giornate corte i cancelli dei Kensington Gardens si chiudono in anticipo. Alle cinque sono tutti serrati, e ai pochi distratti ancora dentro non resta che fare ricorso ai tornelli presenti di tanto in tanto lungo le staccionate perimetrali.
Consci di tale chiusura anticipata, in genere i visitatori cercano di emergere dal parco in anticipo, o di raggiungere il contiguo Hyde Park, la cui chiusura avviene solo a sera tarda. Orologio sott’occhio, stanno bene attenti al momento in cui le lancette si direzioneranno verso il cinque. Sicuri e rassicurati dai numeri quattro e nove raggiungono l’uscita… e si ritrovano a fissare i volti increduli di altri sventurati che, come loro, sono incappati in una chiusura anticipata del parco. Emergere in Bayswater Road dopo essere riusciti ad attraversare Hyde Park sara’ un vero sollievo, almeno finche’ non si decidera’ di attraversare all’incrocio con Westbourne Green e ci si rendera’ conto che, per uno strano scherzo di sadici ignoti, un istante prima del rosso pedonale i due semafori sono entrambi verdi e un Mercedes – da quelle parti ce ne sono parecchi – sta pericolosamente puntando verso di te. Per quanto si possa adorare il frutto del proprio ingegno, per quanto si possa agognare di vivere l’esperienza in prima persona, la sola idea di cio’ che sta per accadere regala uno scatto felino tale da atterrare sul marciapiede opposto con un balzo degno di un canguro.

Author: Juana
• mercoledì, dicembre 10th, 2008

Con l’avvicinarsi inesorabile del Natale Hyde Park e’ impazzito. Uscendo dalla stazione metropolitana di Hyde Park Corner e immergendosi in quello che negli ordinari lazy days lontani dalle feste e’ il parco piu’ grande del centro di Londra, ci si ritrova catapultati in una grande Bolzano: casette in legno colme di dolci e di prodotti tipicamente bavaresi si alternano con chioschi nei quali pretzel, wurstel e krauti abbondano. “Bayernische Hyde Park”, hanno affisso in qualche angolo. La definizione, in effetti, non potrebbe essere piu’ azzeccata.
Alle bancarelle che rigurgitano prodotti teutonici e artigianali si affianca un luna park in grande stile. Niente attrazioni vecchie e arrugginite – che in Italia, per contro, abbondano e riappaiono ogni estate, da decenni – niente giostre di quart’ordine: anche il divertimento deve essere di alto livello.
Esattamente come le bancarelle e i chioschi, anche le attrazioni sono decorate con pupazzi di neve, Babbo Natale di ogni dimensione e renne. Perfino gli interni sono a tema – le classiche tazze rotanti che diventano slitte, il brucomela che divena una carovana di renne – tanto che viene da chiedersi cosa se ne faranno passata l’euforia natalizia e tornati alla normale vita di ogni giorno, priva di abeti, palle colorate e festoni.
E’ interessante pensare che queste tre settimane fruttino al punto da poter relegare giostre da decine di migliaia di sterline in un deposito fino al prossimo Natale.