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• mercoledì, novembre 26th, 2008

Se sei a Londra e vuoi fare shopping non puoi assolutamente mancare di recarti in Oxford Street.
Tre volte turista nella capitale britannica, io questo dettaglio l’ho capito solo negli ultimi giorni, da quando Oxford Street e’ diventata un po’ la mia seconda casa: ovunque vada e qualunque cosa io abbia da fare, per una cosa o per l’altra finisco sempre li’.
Gli altri italiani, piu’ scaltri di me (o semplicemente piu’ superficiali), probabilmente visitano la via dei negozi per eccellenza ancor prima di vedere il Tower Bridge o il Big Ben. I marciapiedi sono zeppi di connazionali con zaini in spalla e macchinette fotografiche in mano, che schizzano accesi da una vetrina all’altra bardati di una mole di sacchetti costata piu’ dell’intera la vacanza. Mentre li sento indicare, nominare negozi, mentre li vedo correre via, mi chiedo se sono l’unica deficiente del pianeta a non essersi preoccupata affatto dello shopping nei suoi precedenti viaggi oltremanica.

Hamley’s e’ il tipico negozio in grado di far regredire gli adulti ad uno stadio infantile. Piazzato a poca distanza da Oxford Circus, nella lussuosa Regent Street, contiene piu’ giocattoli di quanti un bambino (o un bambino troppo cresciuto) possa immaginare. Cinque piani completamente sommersi da peluches, bambole, automobili, giochi da tavolo, gadgets e quanto altro possa passare per la testa di chiunque in materia di divertimento. I prezzi sono modesti, rispetto al tipo di clientela solitamente abituata a visitare i negozi della via, gli articoli unici.
Alla veneranda eta’ di ventisei anni questa mattina ho trascorso oltre mezz’ora in quello che un tempo era il mio sogno di bambina: il mondo del giocattolo. Volevo visitare un posto simile da quando vidi per la prima volta il film “Mamma, ho riperso l’aereo!” e l’immenso negozio di giocattoli visitato dall’allora giovanissimo Mackulay Kulkin. Nessuna tentazione di acquistare oggetti che sarebbero finiti in un cassetto appena tornata a casa, solo voglia di assaporare con gli occhi un mondo che ormai non mi appartiene piu’.
Per i meno abbienti c’e’ Disney’s, nella parte est di Oxford Street, a poca distanza da Oxford Circus. I prodotti sono gli stessi venduti nei Disney Store italiani, ma centuplicati. I prezzi, incredibile a dirsi, sono piu’ convenienti perche’ sono in sterline (per chi ha uno stipendio in sterline, ovviamente) e perche’ spesso sono dimezzati. Puo’ succedere cosi’ di entrare “giusto per dare un’occhiata” e di uscirne non solo con un Nemo gigante sottobraccio acquistato all’incredibile cifra di 10£ (13 euro, ad oggi), ma anche con un Winnie Pooh, sempre gigante, munito di maglioncino, sciarpa e cappellino in lana, ingombrante bestia impagliata propinatati dalla commessa al momento del pagamento con l’allettante annuncio “costerebbe 25 ma lo paghi solo 7!”. Come dire di no? Il problema sara’ solo riuscire ad infilarlo in valigia. Nella speranza, beninteso, che il destinatario del dono sappia cosa farsene.

L’eterogeneita’ delle migliaia di negozi presenti lungo Oxford Street permette a chiunque di fare acquisti. A fare da padroni sono quelli di abbigliamento, che possono andare da merce da pochi pound – come Next, Primark o JD – a merce da migliaia di sterline – come i vari Armani, Damiani o Calvin Klein.
Se hai qualcosa da acquistare e’ praticamente impossibile non trovarla. La merce venduta dai negozi di fascia medio-bassa possiede una qualita’ paragonabile a quella degli indumenti venduti negli italiani Upim o Coin. Soltanto, una giacca di Primark puo’ costare anche soli 8 euro. La medesima giacca alla Upim costerebbe non meno di 40.

L’aspetto interessante di Londra e’ che in molti casi e’ priva di quei vincoli legali e divieti che in Italia rendono la vita piu’ complicata. Un esempio? Provate a chiedere ad un qualunque commerciante di cellulari di sbloccarvi il vostro telefonino simlocked. A meno di presentazioni tramite conoscenze comuni, non ne troverete uno. E’ illegale e quindi nessuno vuole prendersi questa responsabilita’, neppure nel caso in cui il tuo sia un telefonino estero legalmente pagato e necessiti per forza di uno sblocco per funzionare con una sim italiana.
A Londra, per contro, i maestri dell’unlock sono ad ogni angolo. Insospettabili botteghe di souvenir sfoggiano sotto l’insegna un cartello catarifrangente con su scritto “Here you can unlock your mobile!”, qui puoi sbloccare il tuo cellulare. Naturalmente le formule con le quali viene comunicato questo genere di servizio variano e sfidano i limiti dell’umana fantasia. La concorrenza e’ tanta, occorre ingegnarsi. Percio’ puo’ accadere di ritrovarsi a fissare con occhi dolenti un cartello giallo evidenziatore con un indice puntato su di te e la scritta “Hai un telefonino bloccato? Portalo da noi, te lo sistemeremo!”. Piu’ una minaccia che un invito.
A volte, pero’, l’illegale italiano che in Inghilterra diventa legale puo’ costare caro. La perfetta imitazione di una borsetta Guess o Fendi potrebbe sfoggiare un innocente cartellino con su scritta la folle cifra di 80 sterline. 80 sterline per la copia tarocca di una borsa di marca che in un qualunque mercato italiano costerebbe al massimo 20 euro? Da pazzi. Provate pero’ ad insinuare il dubbio nelle giapponesine che stanno comprando tonnellate di quelle borse prodotte illegalmente dai loro vicini cinesi. Vi risponderebbero che una spedizione dall’Italia della stessa merce o un biglietto aereo per andarsela a prendere costerebbe ben piu’ di ottanta euro. Il gioco vale la candela, e i loro portafogli incredibilmente sempre pieni non soffriranno certo la mancanza di qualche Elisabetta da venti.

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• domenica, novembre 23rd, 2008

Scendendo alla fermata di Camden Town e percorrendo poche decine di metri ci si ritrova immersi nel piu’ particolare mercato che occhio umano abbia mai visto: il Camden Market.
Unione di cio’ che molto tempo fa erano Carnaby Street e Covent Garden, Camden ha preso spunto e ha ampliato, amplificato, portato all’eccesso.
Tutto cio’ che un cervello umano ordinario non riesce ad immaginare, a Camden c’e': borchie, cinture, giubbotti underground, vestiti ottocenteschi, mantelli alla Matrix, aggressivi stivali dai tacchi vertiginosi e scarponi chiodati muniti di catene, gonne in tulle dai colori catarifrangenti, corpetti sadomaso, cappelli, borse, accessori e tanti, tanti strumenti diversi per fumare ashish e marijuana.
La morfologia della strada lungo la quale si sviluppa il mercato ricorda sotto molti aspetti la struttura di Portobello Road: una lunga fila di casette basse tutte appiccicate su ambo i lati. A cambiare e’ tutto il resto: i colori tenui o accesi di Portobello sono sostituiti qui da murales, sculture e insegne vertiginose. Dalle facciate degli edifici sbucano gambe con guépière, aeroplani, cappelli, maschere inquietanti che sorridono sghembe verso i visitatori. A Portobello il massimo che si puo’ veder penzolare da una casa e’ la teiera gigante di un negozio di antichita’.

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• sabato, novembre 22nd, 2008

Nelle vie della prima perfieria londinese i segni del venerdi’ sera appena trascorso sono purtroppo ben visibili ad ogni lampione. Mentre il disgusto si fa strada, puoi immaginare perfettamente cosa sia successo in quel punto qualche ora prima e quale supporto fisico e morale sia stato quel povero lampione per lo sbronzo di turno.
Alle sette di sera del venerdi’ si iniziano ad intravedere lungo le scale mobili della metro branchi di ragazzini dagli occhi lucidi e il passo incerto. I visi sono accesi da risate esagitate e il chiasso che scatenano nel mezzo di impiegati stanchi di ritorno dal lavoro e’ impressionante. Col passare delle ore tali “branchi del venerdi’ sera” quadruplicano, fino a divenire dominio incontrastato di strade, metropolitane e pub. Ai ragazzini accesi si aggiungono presto uomini in giacca sciolta e cravatta allentata i quali, stringendo un bicchiere supersize in carta contenente quasi sicuramente birra, cantano come disperati insieme all’artista di strada di turno. Dal lunedi’, magari, torneranno ad essere i perfetti e impeccabili uomini d’affari della City, ma per il breve momento di quella canzone vogliono solo essere li’, a strapparsi le corde vocali, inzaccherando la loro divisa da businessmen, col loro bicchiere di birra in mano.
Londra e’ bella anche per questo, per la sua eterogeneita’.

Un aspetto affascinante della gente che gira per Londra e’ il loro abbigliamento, soprattutto quello femminile. Ce n’e’ davvero per tutti i gusti: c’e’ la tipa saltata come una molla fuori dal letto e infilatasi dentro i primi stracci che ha trovato in giro per casa; abbiamo la donna elegantissima nel suo cappotto da mille sterline e scarpe dal tacco a spillo; abbiamo la ragazza sportiva vestita di jeans e maglietta targati Next. Solo nel primo caso si ha la sensazione di aver ricevuto un pugno nell’occhio. Nei restanti due le combinazioni riescono, malgrado quel tocco onnipresente di dissonanza, a creare un’inspiegabile senso di armonia sulla persona.
In un solo punto queste tre macrocategorie riescono ad incontrarsi: le scarpe. In tutti i casi, e dico tutti, sono veramente pittoresche. Quegli abomini che in Italia certe ragazzine tirano fuori dalla scarpiera solo il sabato sera – per fortuna! – qui vengono indossati quotidianamente. Pantofole circensi dalla fantasia a pois si alternano con pantofole dalle milleuna notte e ballerine munite di coccarde ippiche. Le fantasie sono le piu’ disparate: si va dalla tinta unita a colori lanciati a casaccio sulla calzatura peggio che in una tela di arte moderna.
Nel mio tour alla ricerca della divisa nera, ieri, mi sono imbattuta in uno di quei covi in cui vendono quelle che a Londra chiamano scarpe. C’e’ voluta davvero una forte dose di autocontrollo per superare impassibile stand con stivaletti alla Mary Poppins dal color celeste Cenerentola. Resta ammirevole, tuttavia, la resistenza al freddo di chi queste scarpe le indossa: ballerine in stoffa spesse mezzo millimetro portate ai piedi senza calze, sotto gonne a malapena al ginocchio. Con i miei piedi ghiacciati nonostante calzini e jeans, mentalmente mi complimento per la loro pelle atermica.

Ogni giorno che passa Londra continua a stupirmi, nel bene e nel male. Alle cinque e mezza di sabato pomeriggio nel Sainsbury’s di Cromwell Road c’eravamo soltanto io e pochi altri sparuti clienti. Ho riempito il cestino, depositato la roba sul rullo della cassa e pagato in meno di dieci minuti. Meno di dieci minuti per fare spesa di sabato in un quartiere centrale in una metropoli da milioni di persone come Londra.
Ne avrebbero di cose da insegnare, qui, ai bolognesi!

Se fare la spesa alle cinque di pomeriggio e’ una passeggiata, altrettanto non si puo’ dire per il viaggio di ritorno a casa. Prendere la metro alle sei di sabato a Londra e’ un deliberato suicidio. La quantita’ di persone stipate all’interno dei vagoni di Piccadilly, Central o Victoria Line potrebbe sfidare in bellezza il carnaio umano tipico della metro tokiota. Cosi’, mentre tenti di scendere dal treno – il terzo, visto che a causa del pienone hai dovuto lasciar partire i precedenti due senza di te – puo’ succedere che la tua mano raggiunga la banchina, insieme al sacchetto della spesa, mentre tu sei ancora dentro e le tue orecchie percepiscono il temibile fischio di chiusura porte imminente. Ti eietti fuori come una pallina da flipper, regalando “excuse me” e “sorry!” a destra e a manca, ma la tua mano e’ salva dalla terribile azione delle impietose sliding doors. Perche’ le chiamano sliding doors, ma il nome piu’ azzeccato per quelle ante a tagliola sarebbe guillottine doors, porte ghigliottina. Chi le ha provate sulla propria pelle sa quanto sappiano essere cattive. Personalmente, l’altra sera ho rischiato di lasciare il braccio dentro un vagone della Victoria Line. Salendo al volo con l’iPod alle orecchie non avevo sentito la sirena antiaerea – il fischio di chiusura porte. Il mio braccio era dentro, a salutare timido i presenti stipati nel vagone, io invece ero ancora sul binario. E’ scattata una vera e propria azione di squadra: quattro persone, tre uomini e una donna, a tentare di riaprire quell’intrappolagente chiamato porte scorrevoli. La mia espressione di panico si e’ trasformata in sollievo quando il mio braccio e’ riuscito a tornare da me esattamente un istante prima la partenza del treno.
Da quella sera ho installato nel mio cervello un timer mentale sulle tempistiche delle porte della metro londinese. Non sono piu’ rimasta schiacciata e sono riuscita ad entrare ed uscirne tutta insieme.