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Author: Juana
• venerdì, gennaio 16th, 2009

…ma non e’ sempre vero.
Da quando la sterlina e’ scesa – vergognosamente, per gli inglesi – ai livelli dell’euro, la netta differenza di prezzi da sempre avvertibile si e’ letteralmente azzerata. Ne e’ una dimostrazione l’invasione di turisti della “zona Euro” alla quale si e’ assistito durante il periodo natalizio e alla quale si sta assistendo ancora ora.
Cambiare da euro a sterlina fino ad un anno fa costava caro. Il rapporto era 1:1,40 e il peso della traduzione dei prezzi letti nei cartellini si faceva sentire. Oggi calcolare la cifra esatta e’ una procedura quasi automatica e ridicola: al prezzo letto basta aggiungere qualche manciata di spiccioli.
Questo tipo di calcolo naturalmente non riguarda chi lavora in GB e prende il suo stipendio in pound. Anche per una abituata all’euro come me riesce difficile, ormai, fare conversioni. Cio’ che ho in mano sono pound e la mia spesa, pertanto, deve essere fatta tenendo conto solo di cio’ che ho e di cio’ che mi rimane, senza conversioni di sorta. Un po’ il tipo di ragionamento che si fece – ma che molti, testardi, non fecero – al momento dell’ingresso dell’euro al posto della lira.

Etichettata da sempre come la citta’ cara per eccellenza, anche in un periodo di forte crisi e di recessione come questo Londra mostra di saper offrire di piu’ ai suoi abitanti. Stipendi che in Italia sono mensili qui diventano settimanali: 300£ la settimana e’ quasi la cifra che prende un qualunque lavoratore a progetto italiano. Per chi ha la fortuna di lavorare in un ufficio, poi, la cifra settimanale puo’ aggirarsi anche intorno alle 500 sterline. Una cifra generosa, adeguata al costo della vita e che permette anche qualche extra. Si riesce a pagare l’affitto, l’abbonamento della Oyster e a far avanzare comodamente qualcosa. I prezzi dei beni di prima necessita’ – ad eccezione di alcuni prodotti, tra i quali la carne – sono adeguati ai salari.
Per garantire guadagni adeguati ai lavoratori esiste una paga minima sotto la quale i datori di lavoro non possono scendere: 5,75 l’ora. Naturalmente i furboni sono ovunque, anche a Londra, e puo’ capitare di ritirare la propria busta paga, trovare ore e soldi non corrispondenti, fare due conti e scoprire di essere stati pagati 4 sterline l’ora. A richiesta di spiegazioni si riceve una spallucciata, finche’ un sussurro ufficioso spiega che sono riusciti ad effettuare giochi di prestigio tali da registrare una cifra e dartene un’altra.

In linea di massima, comunque, anche i prezzi dei prodotti non di prima necessita’ sono adeguati se non, a volte, assurdamente bassi. Per la vita di tutti i giorni ci sono a disposizione centinaia di tipologie di negozi diverse nelle quali rifornirsi senza perdere tutto lo stipendio, e questo vale anche per coloro che pagano in euro. Certo, se si va a comprare un paio di scarpe da Bromley esse costeranno come e piu’ che in Italia – eccetto in periodo di saldi i quali, qui, sono saldi veri – ma, fortunatamente, ci sono decine e decine di alternative al negozio costoso. Se ci si accontenta, per restare nell’ambito scarpe, di un paio piacente ma di qualita’ non eccellente, i negozi in cui cercarle fioccano. Un mare di alternative che in Italia, per contro, manca. In Italia perfino il negozio dalla qualita’ piu’ vergognosa oggi pretende un prezzo fino a qualche anno fa degno di negozi di altro calibro. Pittarello, Globo, Scarpamondo e altre catene simili una volta erano famose – e frequentate – per la loro merce di qualita’ mediobassa dai prezzi ridicoli. Oggi neppure queste catene ci hanno risparmiato dall’incremento vergognoso dei prezzi.
Londra e’ una citta’ cara – piu’ cara – ma offre infinite possibilita’ agli acquirenti. Un esempio? Prima di partire ho dovuto rifornire la mia valigia di diverse piccole cose che mi mancavano. Quando sono arrivata qui mi sono resa conto che avrei potuto benissimo non comprare nulla e attendere di visitare il centro di Londra per trovare quegli stessi prodotti a prezzi piu’ che dimezzati. Un esempio? Ho acquistato una pinza per capelli in un negozio di orientali pagandola, per gli standard bolognesi, molto poco: un euro. Sono arrivata qui, sono entrata da Primark: set di quattro pinze per capelli, una sterlina. Per non parlare dell’abbigliamento: un cappotto in finto scamosciato, imbottito in pelo, nove sterline. Giacche in pelle di qualita’ media: trenta sterline. Sciarpe, guanti, cappelli e accessori vari: da una sterlina in su, a volte anche meno.
In Italia questo non sarebbe possibile. Proprio come i negozi di calzature, anche quelli di abbigliamento si sono presto adeguati a due fattori: l’aumento dei prezzi e la passione smodata che noi italiani abbiamo per la magliettina, la giacchina e il pantaloncino nuovo – ovviamente il tono e’ fortemente spregiativo. Siamo disposti a spendere piu’ del dovuto pur di avere nel nostro armadio un capo di abbigliamento fresco. E, naturalmente, il capo deve essere alla moda e, possibilmente, firmato.
Negozi dalla qualita’ ridicola ora sfoderano cartellini un tempo degni di catene medie come Benetton o Sisley. Fu clamoroso il repentino cambio di prezzo di un maglione che acquistai a dicembre 2001 proprio da Benetton: pagato 65.000 lire, allo scoccare di gennaio del 2002 – e, quindi, all’arrivo dell’euro – lo vidi sugli scaffali a 60€.

La cosa fantastica del vivere in una capitale da sette milioni di persone e’ che ognuno fa quel che si pare e, di conseguenza, ognuno puo’ andare in giro come si pare. Purche’ rispetti gli standard di decenza ed igiene previsti e pretesi dalla societa’ britannica, ovviamente.
In giro si vede di tutto. Ragazze che alla fermata del bus scambiano le loro scarpe dal tacco a spillo con comode scarpe da tennis, uomini in giacca e cravatta che nella metro sostituiscono entrambe con una felpa, signore che tirano fuori dalla borsa un intero kit di cosmetici – tanto da far chiedere se non abbiano per caso rubato la valigia a Mary Poppins – e dieci minuti dopo sono truccate come modelle.
In questa liberta’ totale rientra anche l’abbigliamento. Confesso che, di solito, cio’ che la gente indossa non e’ male. Certo, i colori non sono calcolati alla perfezione come in Italia, ne’ ci si cura troppo di verificare che una data scarpa possa stare bene con quella data gonna, ma in generale gli inglesi sfoggiano un abbigliamento sobrio e curato. In generale, non in assoluto.
A piacermi di piu’ sono le donne dai trenta in su. Non e’ raro vederne bardate di cappotto attillato, pantaloni eleganti e scarpe in tinta che si aggirano per le strade con aria seria e professionale.
Anche l’abbigliamento giovanile, escluse le eccentricita’, non e’ male. Come dicevo, nel complesso cio’ che si vede in giro non e’ troppo diverso da cio’ che si vede in qualunque piazza italiana. Anzi, in determinati casi e’ addirittura meglio: le esplosioni di vestiti ridicoli dal gusto rustico alle quali si assiste in alcuni centri di provincia il sabato sera, qui, almeno, non avvengono.

Author: Juana
• lunedì, dicembre 08th, 2008

L’importante e’ tentare. Questa e’ la mia filosofia, ultimamente.
Lasciato il lavoro a Islington, mi sono subito messa in moto per trovarne un altro piu’ remunerativo – non e’ che ci voglia poi molto – e gratificante. Grazie ai validi suggerimenti della mia mitica compagna di casa mi sono diretta a Knightsbridge, al Café Montpeliano. Manager italiani, camerieri italiani o che parlano italiano, a due passi da Harrod’s: in teoria, il luogo ideale per riprendersi dal posto per le masse nel quale ero stata fino a ieri sera.

Stamattina alle 8.45 ero li’, con quindici minuti di anticipo. Non avevo proprio la divisa perfetta da loro richiesta – pantaloni neri, scarpe nere, camicia bianca a maniche lunghe e cravatta nera – ma avrei dovuto solo fare una prova di un paio d’ore e la mia camicia rose’ non sarebbe stata un problema. O, almeno, questo era quello che pensavo. Per essere finalmente in linea con l’abbigliamento richiesto dal locale – anche se, insisto, ero solo in prova e avrebbero potuto anche decidere di non prendermi – ho impiegato due ore e mezzo e due viaggi alla volta di Primark, in Oxford Street.
L’inizio non e’ stato difficile anche se, trattandosi di un bar, ha richiesto l’apprendimento di molte nozioni a me del tutto sconosciute – come la preparazione dei tavoli per il breakfast o delle cruditées per il lunch. Lo spazio ristretto nel quale erano stipati i venti tavolini tondi rendeva difficile l’apparecchiarli senza far volare forchette e coltelli fuori dal piattino – perche’ non si puo’ tenerli in mano ne’ dentro un tovagliolo – ma sono riuscita ad eseguire le richieste senza fare alcun danno. Poi e’ arrivata l’una. Una fila di persone si e’ riversata all’interno del locale, i venti tavolini si sono riempiti e il bancone dei panini e’ stato preso d’assalto da una folla ansiosa di ordinare il proprio take-away. In poco tempo quella che gia’ prima era stata una sala stretta si e’ trasformata in una trappola per inesperti – io, in questo caso.
Con quattro colleghi piu’ il manager a gestire ordini e piatti da portare ai tavoli e con la mia confusione alla vista di quella ressa e di mansioni a me sconosciute, mi sono ritrovata presto a scansarmi da una parte all’altra per non essere d’intralcio ne’ agli altri camerieri, ne’ ai clienti. Con tre sole ore di sonno sulle spalle – dovute, proprio come le notti precedenti, ad un tardo rientro a casa per via dell’altro lavoro – e una corsa incredibile di due ore per andare a comprare la divisa, quel caos ha fatto presto a trasformare la mia confusione in capogiri. Inoltre, la mia completa inesperienza in fatto di vassoi colmi di teiere e bevande da bar ha messo seriamente in pericolo i vestiti di quelli ai quali di volta in volta portavo da bere. Insomma, poco prima delle due ho ringraziato il manager per la disponibilita’ e la gentilezza e gli ho detto che rifiutavo quel posto. Ho preferito essere sincera e non arrischiarmi ad imparare un lavoro a me decisamente congeniale – continuare a portare quei vassoi cosi’ pesanti a rischio e pericolo dei clienti non sarebbe stato il massimo – solo per la paga. Fino a ieri portavo piatti con le pizze e stamattina mi sono ritrovata a cercare di non rovesciare bevande bollenti in testa a qualcuno: il manager mi ha capita e mi ha lasciata andare.

Ora dovro’ proseguire nel mio giro, la lista di locali in mio possesso e’ lunga. Possibilmente cerchero’ un locale che non richieda papillon e gilet e in cui non ci sia anche il bar.

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Author: Juana
• sabato, dicembre 06th, 2008

C’e’ una cosa che accomuna tutti gli italiani che vivono e lavorano all’estero: lo sguardo. Che venga posta da un cliente mentre si serve ad un tavolo, da un nuovo collega o da una persona incontrata per caso, la domanda “Sei italiano?” e’ sempre seguita da un accompagnato da uno sguardo misto tra languore, nostalgia e affetto. Il sorriso che si sfodera in quei casi e’ dolce, tenero. Si e’ fuggiti dall’Italia per cercare altrove cio’ che l’Italia non poteva o non voleva dare, eppure non si puo’ fare a meno di parlarne come si parlerebbe di un genitore lontano.
Meno traumatica – emotivamente parlando – e’ la domanda “da dove vieni?”. Abituata a vivere lontana dalla mia citta’ natale, non trovo difficolta’ a parlarne liberamente con chi desidera informazioni in merito. Sette anni di vita fuori casa sono stati sufficienti a formare su di me uno spesso strato di autodifesa contro attacchi di nostalgia verso San Benedetto, la sua spiaggia e le sue strade.

Quando in Italia una famiglia va al ristorante, generalmente ci va al completo. Mamma, papa’ e pargoli siedono allo stesso tavolo ed e’ insieme che consumano il loro pranzo o la loro cena. A Londra, invece, vedere mamme sole con bambini al seguito o papa’ soli con neonati appesi al collo non e’ raro. Anzi, e’ molto piu’ frequente del vedere famiglie complete: con i ritmi di vita e di lavoro richiesti da una citta’ simile, e’ quasi impossibile che moglie e marito riescano a far coincidere i propri turni.
I papa’ sono uno spettacolo impagabile. Affettuosi come non mai, vezzeggiano e coccolano i figli, visibilmente felici di quella serata intima, di quel tete-à-tete. Bevono succo di frutta, proprio come i loro figli, al massimo mezza pinta di birra. A fine pasto ordinano per la prole dolci costosi quanto l’intera cena e al momento di andarsene controllano con premura che sciarpa, cappellino e guanti siano tutti al loro posto.
Diversa e’ la situazione delle mamme. Arrivano in due, con relativi figli al seguito, ordinano litri di vino e passano la serata a parlare tra di loro senza curarsi affatto della progenie. Proprio stasera ho portato ad un tavolo con due donne e una bambina un litro di bianco, un litro di rosso, due bicchieri di spumante e due mezze pinte di birra. Anche se fosse stata semplice acqua mi sarei chiesta come potessero riuscire a bere una quantita’ tanto incredibile di liquidi. La cosa stupefacente e’ che, al momento di andarsene, si sono alzate senza battere ciglio e hanno raggiunto la porta senza barcollare.
Altre volte capita di incappare in donne palesemente intolleranti all’alcool. Ne bevono a fiumi, ma poi non riescono neppure a sgusciare fuori dalla panca. Ridendo come pazze della loro instabilita’, lanciano al figlioletto di appena dieci anni occhiate divertite, mentre con la mano protesa tastano in direzione della porta delle toilette – che si trova ad almeno cinque metri dal punto in cui sono loro.
Sono scene stomachevoli. E’ scioccante vedere come, in simili casi, i figli non battano ciglio di fronte allo stato delle loro madri. Ancora piu’ scioccante e’ scoprire, quando si alzano e tentano di raggiungere a loro volta la toilette, che sono perfino piu’ ubriachi delle loro genitrici.

Ad un rapido calcolo – e se la memoria non mi inganna – direi di aver iniziato a mangiare patatine fritte e cotolette alla milanese a cinque o sei anni d’eta’. Che sia stato per un avviso di un pediatra troppo zelante o per semplice cautela, non importa: prima della scuola elementare io non sapevo neppure cosa fosse il cibo fritto. Idem per le spezie forti come pepe e peperoncino: non mi piacevano.
Ho visto bimbi di tre anni buttare giu’ pizze al salame piccante come se fossero focacce e bebe’ quasi senza denti masticare patate fritte cosparse di un abbondante strato di ketchup. La scena non mi ha scioccata poiche’ in Italia ho visto di peggio: in un qualunque McDonald bolognese puo’ capitare di vedere un bebe’ infilato in un seggiolone al quale la mamma sta somministrando una micidiale dose di patatine strafritte e nuggets. Un comportamento del genere dovrebbe essere etichettato come reato, se non addirittura come tentato omicidio. Chissa’ se la McDonald decidera’, dopo l’Happy Meal, di sfornare qualche altro menu’ dedicato ai piu’ piccoli, magari infilando un McOmogeneizzato al posto del classico toast.