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• giovedì, dicembre 04th, 2008

Se c’e’ una cosa che innervosisce di piu’ di un inglese scostante e’ un italiano scostante.
Lavorando in una pizzeria, dunque in un locale tipicamente italiano, e’ inevitabile che un paio di clienti su dieci parlino la mia stessa lingua. A volte e’ difficile scovarli: il loro inglese e’ cosi’ buono che solo captando qualche parola familiare mentre sfili accanto al loro tavolo riesci a capirne la provenienza; altre hanno un inglese talmente pessimo e talmente italianizzato da indurti a dire loro, con aria materna, “potete parlare italiano, se volete”. Il loro grazie a volte e’ cosi’ espirato da far avvertire in maniera palpabile la loro liberazione.
Generalmente gli italiani che capitano li’ sembrano dei pesci fuor d’acqua. E’ come se sentissero di doversi sentire in un luogo familiare e accogliente ma, al tempo stesso, e’ come se sentissero di non essere al loro posto. Si guardano intorno, spaesati, poi confabulano sottovoce quello che altri commensali direbbero con un tono di voce normale. Questo comportamento, tipico delle coppie, e’ l’esatto opposto del comportamento tenuto dai businessmen nostrani: loro entrano, siedono, chiamano il primo ragazzo che passa di li’, ordinano da bere, mangiano, se ne vanno. Insomma, si comportano a tutti gli effetti come i loro colleghi britannici.
Le coppie e le famigliole spaesate traggono un notevole giovamento dalla vista di camerieri italiani in grado di capirli. Guardano con occhio incerto piatti che non corrispondono a quelli da loro conosciuti, pur presentando nel menu’ lo stesso nome, ma mangiano con appetito e se ne vanno soddisfatti. A volte lasciano addirittura una mancia – la quale, pero’, finisce nelle casse del ristorante, non nel bussolotto dei camerieri.
Tutt’altro affare e’ servire un tavolo di uomini d’affari in pausa pranzo. A volte cordiali, benche’ di poche parole, altre volte – la maggior parte delle volte – distaccati, sbrigativi e bruschi. Rispondono seccati alle domande, seccati scostano il braccio per permettere a te di togliere il piatto sporco. Con aria erudita ti spiegano che la carta di credito non ha chiesto alcun pin al pagamento poiche’ e’ internazionale. Giusto. Perche’ meravigliarsi se dopo cento pagamenti col pin per la prima volta ne capita uno senza?

Nei giorni lontani dal weekend i camerieri in sala sono due, piu’ il manager. Al bar c’e’ un terzo dipendente, che generalmente da’ una mano ai colleghi quando il lift e’ pieno di piatti da portare ai tavoli e le braccia non bastano.
Io sono l’ultima arrivata e, in quanto tale, quella da guardare torvo quando qualcosa viene lasciato come non dovrebbe – ad esempio, lift aperto o mancato catering ad un tavolo. In genere l’errore non e’ mio poiche’, proprio in virtu’ dei richiami gratuiti che ricevo al posto di altri, cerco di non aggiungere rimbrotti ai rimbrotti e di fare tutto come dovrebbe essere fatto.
La quantita’ di tempo passato a servire in quel ristorante, pero’, sembra essere di fondamentale importanza. Essere li’ dentro da anni pare garantirti quella liberta’ di movimento che ai novellini e’ severamente vietata, pena il taglio della testa.
C’e’ una cameriera, A., che lavora li’ da due anni. Tormentare le reclute e’ il suo passatempo preferito, e benche’ con me non si sia mai lasciata andare ad insulti – fino a stamattina – anche nel mio caso ho ricevuto la mia buona dose di bacchettate. Mentre lei se ne sta seduta nella sala di riserva a leggere il giornale col suo cappuccino caldo, io passo la scopa e il mocho in tutta la sala. Quando io vengo mandata a casa un’ora prima accanto al mio nome appare un -1; quando lei va a casa un’ora piu’ tardi accanto al suo nome appare un +1, magia mai avvenuta accanto al nome di noialtri. Di solito, infatti, ci ritroviamo ad uscire almeno un’ora e mezza dopo la chiusura ufficiale del locale – e le paghe, ovviamente, fanno riferimento solo alle ore di apertura ufficiali.
Fraulein Haider, questo il nomignolo che ho dato alla simpatica veterana del waiting, prende ordinazioni, porta i piatti ai tavoli, stampa il conto e fa pagare. Mai una volta che prenda in mano una spugna o che apparecchi i tavoli lasciati liberi. Quello e’ compito di noialtri. Col suo ditino imperativo indica un punto della sala e ti dice cosa devi fare. Poi magari ti volti e la vedi andare via con la borsetta sottobraccio: sono le undici, lei se ne torna a casa.
Da quando sono li’ non l’ho mai vista pulire un bagno, spazzare la sala o issare le sedie sui tavoli. Attraverso un calcolo matematico degno di Adam Smith, riesce a combinare le mansioni sempre in un modo tale per cui lei va a casa prima e senza toccare nemmeno una spugna. Eppure viene pagata piu’ di me.

A volte il ristorante si riempie di clienti, inaspettatamente. L’innalzamento del nervosismo dello staff va di pari passo con quello del numero dei presenti, benche’ ancora non abbia capito il perche’. Manager, Fraulein Haider e perfino i miei colleghi diventano febbrili e irritabili, in un condizionamento reciproco strabiliante. D’improvviso, il loro suggerimento ad andare con calma per non fare danni sembra non essere mai esistito: devi correre perche’ bisogna muoversi.
Mentre voli da una parte all’altra della sala cercando di non inciampare negli altri, ti vengono sparati addosso ordini contraddittori che hanno come unico risultato il farti impazzire. Mentre ti affretti a sparecchiare e ripulire un tavolo, proprio come ti ha ordinato il manager, puo’ capitare di ritrovarti scaraventata addosso una serie di rimproveri da parte di Fraulein Haider la quale ti ordina, per contro, di non sparecchiare finche’ tutti i tavoli ancora occupati non sono stati liberati dei piatti vuoti. A chi prestare ascolto? Non si sa. A tutti e due, quando possibile.
A volte questa velocita’ e’ fisicamente inattuabile. Intanto che Fraulein Haider ti scarica addosso i suoi rimproveri, tu continui ad eseguire l’ordine datoti dal manager, afferrando quei piatti con mano malferma e desiderando che fossero piu’ robusti cosi’ da poterglieli spaccare in testa.

Quando oggi mi sono ritrovata ad indossare il cappotto sopra la divisa, senza neppure cambiarmi, e ad andarmene sbattendo la porta ho subito pensato che stavo lasciando un lavoro decisamente non adatto a me. Passare otto/nove ore a sgobbare, prendere lo stipendio per a malapena sei, essere pagata alla fine con meno del minimo legale, strapazzata peggio di uno zerbino e bersagliata alla stregua di un tiro a segno decisamente non fa per me. Poi, al racconto del mio “go to hell!” lanciato alla mia adorabile collega, mi sono piovute addosso rassicurazioni inaspettate: non sono io ad essere esplosa senza motivo, e’ il posto in cui lavoro – perche’ fino a domenica devo restarci comunque, pena la perdita di una settimana di paga – ad avere qualcosa di grosso che non va. Rassicurazioni da altri gestori, i quali non avrebbero nulla da guadagnarci nel fare questo genere di commenti ad una cameriera che non sanno neppure se assumeranno o no.
Quando mi sono ritrovata in strada con una faccia talmente cinerea da sfidare il cielo piovigginoso, Fraulein Haider mi ha inseguita. Aveva ancora il taccuino e la penna in mano. Mi ha pregata di tornare dentro, ha detto di capirmi, mi ha confessato di aver pianto ogni giorno durante il suo primo periodo in quel locale. Mi capiva, insisteva, capiva il mio stato d’animo. Non abbastanza da non ripetere su di me cio’ che gli altri in passato hanno fatto a lei, ho riflettuto. Non posso lavorare in quelle condizioni, arrancando come una disperata dietro un manipolo di esagitati che impazzisce alle prime avvisaglie di pienone, ho aggiunto. Non posso fare piu’ di quanto non stia gia’ facendo perche’, finche’ lei continuera’ a spararmi addosso dieci ordini diversi alla volta e ad incazzarsi perche’ magari sto eseguendo “ancora” il terzo invece dell’undicesimo, non riusciro’ mai a starle dietro, ho precisato. Mi ha guardata con un’inquietante occhiata bonaria. Su di lei e’ come vedere una Mercoledi’ Addams felice.
Sono tornata dentro solo perche’ la ragione, che nonostante la fuga incazzata non mi aveva abbandonata, mi ha suggerito di non perdere quattro giorni di paga per lei. Ho finito le due ore che mi restavano e sono stata mandata a casa in anticipo dal manager, finalmente tornato al suo posto dopo averci lasciate sole con una sala zeppa da gestire – ragione che ha indotto Fraulein Haider ad impazzire e a scagliarsi contro di me dandomi della tarda, portando di conseguenza me a mandarla al diavolo.

Sto cercando un altro posto. Sono disposta a lavorare tanto, ad impegnarmi per lavorare bene e a lavorare fino a tardi, la sera. Non sono disposta, pero’, a farlo gratis. Conteggiarmi 35 ore invece che 45, considerare la pulizia serale di sala e bagni come un fuori orario e, quindi, non pagato, pretendere cose che nessuno mi ha mai spiegato e incenerirmi perche’ non le so fare – con tutto cio’ che ne consegue – non lo considero un comportamento civile. Lo zerbino che c’e’ all’ingresso e’ trattato meglio di chi si trova all’interno.
Se pure non meritassi rispetto per cio’ che sono, credo di dover meritare rispetto in quanto persona.
Non vedo l’ora che sia domenica per ripetere il mio invito ad andare al diavolo. O anche in un altro posto, visto che li’ dentro tutti capiscono l’italiano – anche quando non lo parlano.

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• lunedì, dicembre 01st, 2008

“Excuse me, have you finished? May I take your plates?”
Guardi i piatti ancora colmi di cibo e nel momento stesso in cui pronunci la domanda di rito ti auguri che rispondano “We haven’t”. A volte va cosi’. Altre chiedono di mettere gli avanzi in una scatola per il take away. Altre ancora, troppo spesso, rispondono affermativamente e tu ti ritrovi a lanciare nella pattumiera una pizza quasi intatta o uno stinco da un chilo a malapena sbocconcellato.
In nove giorni di lavoro ne ho viste davvero di tutti i colori. Clienti capaci di buttare via una bistecca intera ma di chiedere di impacchettare l’insalata, clienti con un rimasuglio di spaghetti alla bolognese – una bestemmia al solo scriverlo – triturati in mille pezzi che pregano per poter portare a casa quella cucchiaiata di poltiglia informe, clienti con una manciata di pasta, un rimasuglio di pizza e un rimasuglio di insalata che chiedono di infilarli in tre scatole separate – magari dopo aver preso soltanto un primo e un antipasto in due.
Mentre butto nel cestone una quantita’ di avanzi in grado di sfamare un intero quartiere non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo, visti i prezzi dei ristoranti a Londra, i clienti non riescano a regolarsi sul cibo. E non posso fare a meno di alterarmi: focaccia, starters, pasta e main curses e a malapena riescono ad arrivare a meta’ del piatto di pasta. Mentre il loro stomaco, gia’ sazio arrivato alla fine dell’antipasto, chiede pieta’, nell’immondizia vengono lanciate decine di sterline.
Fortunatamente c’e’ chi recupera per tutti: due antipasti, tre pizze, due primi ed un secondo. Piccola nota: il tavolo era da due.

Come ho gia’ detto, essere cameriere a Londra significa dover acquisire la capacita’ di divenire invisibile. Posate e piatti sporchi devono venire sostituiti con quelli puliti silenziosamente e, agli occhi dei clienti, apparire sul loro tavolo come per magia. Di solito non si accorgono di te; di solito continuano indisturbati a discutere, scansando a malapena il braccio nel caso in cui nel tavolo non ci sia piu’ spazio e tu debba rifornirli di posate pulite. A volte ringraziano, sinceramente cordiali. Altre volte ti viene scaricato addosso un lampo talmente seccato da riuscire ad incenerirti. La tentazione di riportare loro indietro le forchette e i coltelli incrostati in quei momenti e’ forte.
Se ritrovarsi a servire adulti con la puzza sotto il naso puo’ essere seccante, non sara’ mai tanto seccante quanto ritrovarsi a servire dei bambini con la puzza sotto il naso. Se, poi, tali ragazzini sono ragazzini di buona famiglia, la situazione e’ addirittura snervante.
La prima volta che mi sono messa a preparare una tavolata da 25 per dei bambini mi sono sentita entusiasta. Adoro i bambini e pensavo – pensavo – che per una volta sarebbe stata una serata piacevole. Alle mie osservazioni positive i miei colleghi avevano risposto con borbottii di dissenso, mettendomi in guardia sul fatto che, dopo quella tavolata, la mia passione per il baby sitting ne sarebbe uscita seriamente danneggiata.
La prova non si e’ fatta attendere troppo. All’ordinazione delle bevande mi sono ritrovata strattonata a destra e sinistra con una valanga di bibite diverse sparate nelle orecchie. Inutile perfino tentare di chiedere calma: ciascuna di quelle 25 pesti voleva ordinare per prima. Solo un tavolo se ne stava in silenziosa attesa, un tavolo con sei ragazzine al massimo undicenni. Sono stata loro grata per questo, almeno finche’ non hanno deciso di movimentare la loro serata cominciando a torturare me.
Se c’e’ una cosa che mi fa sbarellare e’ non capire un’ordinazione per colpa della deliberata velocita’ con la quale questa viene pronunciata. Alla richiesta di ripeterla il cliente, con un sadismo innato e un discutibile gusto per la beffa, la pronuncia di nuovo come e piu’ incomprensibile di prima. A corto di tempo e con gli occhi del manager addosso non puoi far altro che tirare ad indovinare, nella speranza di prenderci. Di solito, per mia fortuna, ci prendo.
Le sei ragazzine del detached-table senza dubbio erano membri dell’affollato club “facciamo impazzire i camerieri”. Riuscirci e’ facile: basta chiamarne uno, ordinare due Coca Cola, poi correggersi e chiederne tre, lasciare l’amica libera di riportare il numero a due, lasciare l’altra amica libera di chiederne cinque e l’altra ancora libera di ordinare una limonata. Risultato: non ci si capisce piu’ un accidenti. Per tre volte ho chiesto, scandendo, “So, how many Cokes, at last?”. Per tre volte hanno ricominciato col giochino finche’ una di loro, una vera Emma in miniatura, non ha sventolato la mano a due centimetri dal mio naso chiedendomi, con voce pesantemente superiore: “Hello! Are you awaken? Did you understand me?” (“Ciao! Sei sveglia? Mi hai capita?”). La tentazione di risponderle “Hello! Are you impressionable? Do you care about your back?” (“Ciao! Sei suscettibile? Hai a cuore il tuo posteriore?”) e’ stata pressante, ma sono riuscita a trattenermi.
Il culmine lo hanno raggiunto quando, con spudorata sfrontatezza, mi hanno puntato addosso il telefonino e mi hanno filmata mentre toglievo i loro piatti vuoti. Il titolo del filmino? Probabilmente qualcosa come “the dulliest waitress of London”.

Alla fine di una serata sul pavimento del ristorante si potrebbe aprire una discarica. Sollevando le sedie da terra e prendendo a spazzare si rinviene davvero di tutto: carte di chewing-gum, chewing-gum, pacchetti di sigarette vuoti, scontrini, a volte perfino giornali. Da inesperto pensi che siano caduti per sbaglio, poi ti rendi conto che ce ne sono un po’ troppi.
Chi siede al tavolo e consuma la sua cena molto probabilmente non sa – o non gliene frega un accidente di sapere – che tutto cio’ che sporchera’ dovra’ poi essere ripulito da qualcuno, e che quel qualcuno e’ la stessa persona che gli sta porgendo il piatto pieno e portando via quello vuoto. L’incivilta’ riscontrabile in strada si ripete anche entro le mura dei ristoranti, e in cio’ non vi sono differenze tra Italia e GB. Alle strade ci pensano gli operatori ecologici, ai ristoranti dobbiamo pensarci noi camerieri. In un caso come nell’altro, se a monte ci fossero un po’ piu’ di educazione e rispetto saremmo tutti piu’ contenti.

Amare un piatto e ritrovarsi a lavorare in un ristorante in cui esso va per la maggiore e’ meglio del ritrovarsi a portare ai tavoli piatti di cui si odia il contenuto. In mera teoria sarebbe cosi’. In pratica, pero’, a volte e’ molto meglio trovarsi tra le mani contenitori zeppi di un cibo che si aborra piuttosto che di un cibo che si adora.
Io amo la pizza. Margherita, soprattutto, ma anche condita. Vivendo in una zona fornita di numerose, ottime pizzerie e’ inevitabile che ne mangi almeno una alla settimana. Da quando ho lasciato l’Italia non ne ho mangiata piu’ neppure una – no, quelle focacce untuose e supercondite che qui chiamano pizza non contano.
Ne sento la mancanza, come e piu’ della pasta al ragu’ o dei tortellini in brodo. E’ facile capire, percio’, quale tortura possa essere per me lavorare in una pizzeria e dover portare ogni sera ai tavoli delle pizze dall’aria ottima – o buttarne tre quarti nel cestone – senza poterne assaggiare neppure un pezzettino. Potrei aggregarmi ai miei colleghi e mangiarne, quando dai tavoli ne torna una quasi intatta. Purtroppo sono troppo di palato fine per accontentarmi di una pizza ghiacciata – e, per di piu’, sbocconcellata da altri.

Uno dei misteri che non capiro’ mai del posto in cui lavoro riguarda l’inspiegabile scomparsa di tovaglioli e posate. I clienti, a volte, si rivelano essere dei piccoli Houdini: un attimo prima il tavolo accanto al loro e’ apparecchiato, l’attimo dopo e’ scomparso qualcosa. Una forchetta, un coltello, un tovagliolo, oppure tutti e tre. La cosa strabiliante e’ che riescono a farlo nell’infimo attimo in cui tu volti la testa per sistemare il tavolo dalla parte opposta.
Noi camerieri siamo tenuti a tenere d’occhio i tavoli affinche’ a nessuno degli ospiti manchino mai forchetta e coltello. Spesso li conservano, anche se sporchi, ma altrettanto di frequente li lasciano portare via insieme ai piatti vuoti, e a quel punto bisogna correre a rimpiazzarli. E’ una politica del ristorante in se’ e i clienti lo sanno. Proprio per questo motivo mi riesce dannatamente incomprensibile il motivo per cui debbano disfare un tavolo vuoto appena riapparecchiato, privandolo di tutto, anziche’ aspettare che arriviamo noi con la roba pulita. Ci risparmierebbero la meta’ del lavoro ma, come ho detto, a molti non frega un accidente di cosa facciamo noi o di cosa siamo. Grazie a questa premura nei nostri riguardi i tavoli vuoti non sono mai in ordine e noi continuiamo a rifarli e rassettarli, all’infinito.

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• sabato, novembre 29th, 2008

Dal fondo dell’autobus si leva una risata stridula, quasi satanica. E’ un’ilarita’ incontenibile, e quegli strilli esagerati ne sono la prova. Guardi con occhi stanchi l’origine di quell’inquinamento acustico e pensi che e’ l’una di notte, che hai lavorato sette ore come una pazza e che l’unica cosa che vorresti e’ un po’ di pace. Eppure la risata in stile L’Esorcista e’ ancora li’, che continua. Dal muso dell’autobus ne parte un’altra, femminile. Anche questa incontenibile, anche questa pesantemente dettata da uno stato talmente d’ebrezza da tornare sobrio. E’ venerdi’ sera, il giorno seguente sara’ uguale, e cosi’ il giorno dopo ancora. Per questo motivo ho deciso di ribattezzarlo “il weekend della risata”.

Lavorare fino all’una di notte nel weekend permette questo: conoscere aspetti della vita londinese che come turista non conoscerai mai. Come turista o sei parte dell’animosita’ delle ore piccole – magari nel classico pub da guida turistica nella sicura zona 1 – o sei nel letto. Non ti capitera’ mai di camminare sui marciapiedi della periferia ne’, tantomeno, di vedere quelle scene che accomunano la Londra bene e la Londra meno bene: sbandati, strafatti e ubriachi che caracollano per le strade, ridendo per motivi ignoti pure a loro, aggrappandosi a tutto cio’ che di stabile si ritrovano tra le mani.
Per la prima volta ti ritrovi a fissare coi tuoi occhi il fenomeno del quale hai tanto sentito parlare quando eri ancora in Italia, quando tutto cio’ ti sembrava estraneo e lontano. Per la prima volta vedi anche tu lo sfacelo al quale la quasi totalita’ della gioventu’ londinese si lascia andare passate le otto del venerdi’ sera. Sono scene a volte nauseanti – si puo’ facilmente immaginare cosa ci sia sull’asfalto – a volte scioccanti. In entrambi i casi difficilmente si possono descrivere a parole. Vedere due ragazzine minorenni saltare su un bus snodato, mettersi nel punto di giunzione “perche’ cosi’ si sente di piu’ lo sballo”, cadere alla prima curva e rialzarsi ridendo come se fossero appena scese da un’ottovolante e’ una scena patetica. Quando, invece, una delle due fa all’altra, con aria affettuosa e voce amichevole, “mi sa che tra un po’ ti vomito in faccia”, si scade nell’assurdo.

Walthamstow e’ un quartiere situato a nordest, residenziale e tendenzialmente tranquillo. Lo si raggiunge agevolemente con la Victoria Line, anche se richiede oltre mezz’ora di viaggio dalle fermate piu’ centrali. Gli affitti sono buoni, la zona gradevole a vedersi, con le sue terraced houses e le sue viuzze in stile prettamente britannico.
Fino alle dieci di sera e’ un quartiere perfetto nel quale vivere. Se, pero’, hai la sfortuna di dover rincasare dopo la chiusura della Victoria Line – all’una – e di lavorare a chilometri di distanza, la necessita’ di votarsi a qualche santo in Paradiso si fa pressante.
L’unico bus che porta alla mia fermata, Blackhorse Road, e’ l’N73. Il quale, pero’, inizia all’una e mezza. Prima di quell’ora si puo’ prendere il 73, capolinea Seven Sisters, e cambiare col 123, che ferma a Blackhorse Road. Piccolo dettaglio: il 123 effettua la sua ultima corsa all’una. Cio’ significa che mentre tu ti trovi a bordo del 73 arriva l’una, va oltre e, con essa, se ne va anche l’ultimo autobus in grado di riportarti a casa – a meno di non voler attendere 45 minuti l’arrivo del 73 notturno.
Da due sere ho la fortuna – per dirla educata – di staccare dal lavoro esattamente a mezzanotte e mezza. Da due sere ho la fortuna di incappare nel vuoto di autobus che portano a casa mia. Al capolinea del 73, Seven Sisters, dopo sette ore passate a correre per la sala prima e a ripulire tutto poi, mi ritrovo a dover percorrere oltre quattro chilometri a piedi. Di notte, in una zona assolutamente vuota. Le maledizioni contro il mio quartiere “residenziale e tendenzialmente tranquillo” in quei momenti fioccano.

L’alcool libero che si scatena dal venerdi’ alla domenica sera sembra regalare a chiunque decida di aderire all’iniziativa un’inquietante dose di anormalita’. Prima ancora di essere ubriachi, i seguaci del “weekend della risata” si ritrovano a lanciare pezzi di pizza alle auto in transito, a versare birra sui piedi dei passanti o a fregarsi l’ombrello di una povera malcapitata che deve farsi quattro chilometri a piedi – ancora devo riuscire a capire come diavolo sono riusciti a sfilarmelo dalla borsa.
Chi assiste alla scena, o si aggrega alla risata o tira dritto. Il motto “si vive insieme, si muore soli” divenuto famoso con la serie tv Lost qui non sembra avere alcuna valenza: si vive per se stessi e si va avanti per fatti propri. In una citta’ sovraffollata come questa si rischia di venire circuiti e non soccorsi pure se si e’ in mezzo ad un mare di persone. L’egoismo scaturito dalla paura rende prudenti al punto di far finta di non vedere. Mentre ti ritrovi ad assistere a simili scene di indifferenza, per un istante la tua mente e’ attraversata dallo stesso pensiero: stavolta non e’ toccato a me.