Se c’e’ una cosa che innervosisce di piu’ di un inglese scostante e’ un italiano scostante.
Lavorando in una pizzeria, dunque in un locale tipicamente italiano, e’ inevitabile che un paio di clienti su dieci parlino la mia stessa lingua. A volte e’ difficile scovarli: il loro inglese e’ cosi’ buono che solo captando qualche parola familiare mentre sfili accanto al loro tavolo riesci a capirne la provenienza; altre hanno un inglese talmente pessimo e talmente italianizzato da indurti a dire loro, con aria materna, “potete parlare italiano, se volete”. Il loro grazie a volte e’ cosi’ espirato da far avvertire in maniera palpabile la loro liberazione.
Generalmente gli italiani che capitano li’ sembrano dei pesci fuor d’acqua. E’ come se sentissero di doversi sentire in un luogo familiare e accogliente ma, al tempo stesso, e’ come se sentissero di non essere al loro posto. Si guardano intorno, spaesati, poi confabulano sottovoce quello che altri commensali direbbero con un tono di voce normale. Questo comportamento, tipico delle coppie, e’ l’esatto opposto del comportamento tenuto dai businessmen nostrani: loro entrano, siedono, chiamano il primo ragazzo che passa di li’, ordinano da bere, mangiano, se ne vanno. Insomma, si comportano a tutti gli effetti come i loro colleghi britannici.
Le coppie e le famigliole spaesate traggono un notevole giovamento dalla vista di camerieri italiani in grado di capirli. Guardano con occhio incerto piatti che non corrispondono a quelli da loro conosciuti, pur presentando nel menu’ lo stesso nome, ma mangiano con appetito e se ne vanno soddisfatti. A volte lasciano addirittura una mancia – la quale, pero’, finisce nelle casse del ristorante, non nel bussolotto dei camerieri.
Tutt’altro affare e’ servire un tavolo di uomini d’affari in pausa pranzo. A volte cordiali, benche’ di poche parole, altre volte – la maggior parte delle volte – distaccati, sbrigativi e bruschi. Rispondono seccati alle domande, seccati scostano il braccio per permettere a te di togliere il piatto sporco. Con aria erudita ti spiegano che la carta di credito non ha chiesto alcun pin al pagamento poiche’ e’ internazionale. Giusto. Perche’ meravigliarsi se dopo cento pagamenti col pin per la prima volta ne capita uno senza?
Nei giorni lontani dal weekend i camerieri in sala sono due, piu’ il manager. Al bar c’e’ un terzo dipendente, che generalmente da’ una mano ai colleghi quando il lift e’ pieno di piatti da portare ai tavoli e le braccia non bastano.
Io sono l’ultima arrivata e, in quanto tale, quella da guardare torvo quando qualcosa viene lasciato come non dovrebbe – ad esempio, lift aperto o mancato catering ad un tavolo. In genere l’errore non e’ mio poiche’, proprio in virtu’ dei richiami gratuiti che ricevo al posto di altri, cerco di non aggiungere rimbrotti ai rimbrotti e di fare tutto come dovrebbe essere fatto.
La quantita’ di tempo passato a servire in quel ristorante, pero’, sembra essere di fondamentale importanza. Essere li’ dentro da anni pare garantirti quella liberta’ di movimento che ai novellini e’ severamente vietata, pena il taglio della testa.
C’e’ una cameriera, A., che lavora li’ da due anni. Tormentare le reclute e’ il suo passatempo preferito, e benche’ con me non si sia mai lasciata andare ad insulti – fino a stamattina – anche nel mio caso ho ricevuto la mia buona dose di bacchettate. Mentre lei se ne sta seduta nella sala di riserva a leggere il giornale col suo cappuccino caldo, io passo la scopa e il mocho in tutta la sala. Quando io vengo mandata a casa un’ora prima accanto al mio nome appare un -1; quando lei va a casa un’ora piu’ tardi accanto al suo nome appare un +1, magia mai avvenuta accanto al nome di noialtri. Di solito, infatti, ci ritroviamo ad uscire almeno un’ora e mezza dopo la chiusura ufficiale del locale – e le paghe, ovviamente, fanno riferimento solo alle ore di apertura ufficiali.
Fraulein Haider, questo il nomignolo che ho dato alla simpatica veterana del waiting, prende ordinazioni, porta i piatti ai tavoli, stampa il conto e fa pagare. Mai una volta che prenda in mano una spugna o che apparecchi i tavoli lasciati liberi. Quello e’ compito di noialtri. Col suo ditino imperativo indica un punto della sala e ti dice cosa devi fare. Poi magari ti volti e la vedi andare via con la borsetta sottobraccio: sono le undici, lei se ne torna a casa.
Da quando sono li’ non l’ho mai vista pulire un bagno, spazzare la sala o issare le sedie sui tavoli. Attraverso un calcolo matematico degno di Adam Smith, riesce a combinare le mansioni sempre in un modo tale per cui lei va a casa prima e senza toccare nemmeno una spugna. Eppure viene pagata piu’ di me.
A volte il ristorante si riempie di clienti, inaspettatamente. L’innalzamento del nervosismo dello staff va di pari passo con quello del numero dei presenti, benche’ ancora non abbia capito il perche’. Manager, Fraulein Haider e perfino i miei colleghi diventano febbrili e irritabili, in un condizionamento reciproco strabiliante. D’improvviso, il loro suggerimento ad andare con calma per non fare danni sembra non essere mai esistito: devi correre perche’ bisogna muoversi.
Mentre voli da una parte all’altra della sala cercando di non inciampare negli altri, ti vengono sparati addosso ordini contraddittori che hanno come unico risultato il farti impazzire. Mentre ti affretti a sparecchiare e ripulire un tavolo, proprio come ti ha ordinato il manager, puo’ capitare di ritrovarti scaraventata addosso una serie di rimproveri da parte di Fraulein Haider la quale ti ordina, per contro, di non sparecchiare finche’ tutti i tavoli ancora occupati non sono stati liberati dei piatti vuoti. A chi prestare ascolto? Non si sa. A tutti e due, quando possibile.
A volte questa velocita’ e’ fisicamente inattuabile. Intanto che Fraulein Haider ti scarica addosso i suoi rimproveri, tu continui ad eseguire l’ordine datoti dal manager, afferrando quei piatti con mano malferma e desiderando che fossero piu’ robusti cosi’ da poterglieli spaccare in testa.
Quando oggi mi sono ritrovata ad indossare il cappotto sopra la divisa, senza neppure cambiarmi, e ad andarmene sbattendo la porta ho subito pensato che stavo lasciando un lavoro decisamente non adatto a me. Passare otto/nove ore a sgobbare, prendere lo stipendio per a malapena sei, essere pagata alla fine con meno del minimo legale, strapazzata peggio di uno zerbino e bersagliata alla stregua di un tiro a segno decisamente non fa per me. Poi, al racconto del mio “go to hell!” lanciato alla mia adorabile collega, mi sono piovute addosso rassicurazioni inaspettate: non sono io ad essere esplosa senza motivo, e’ il posto in cui lavoro – perche’ fino a domenica devo restarci comunque, pena la perdita di una settimana di paga – ad avere qualcosa di grosso che non va. Rassicurazioni da altri gestori, i quali non avrebbero nulla da guadagnarci nel fare questo genere di commenti ad una cameriera che non sanno neppure se assumeranno o no.
Quando mi sono ritrovata in strada con una faccia talmente cinerea da sfidare il cielo piovigginoso, Fraulein Haider mi ha inseguita. Aveva ancora il taccuino e la penna in mano. Mi ha pregata di tornare dentro, ha detto di capirmi, mi ha confessato di aver pianto ogni giorno durante il suo primo periodo in quel locale. Mi capiva, insisteva, capiva il mio stato d’animo. Non abbastanza da non ripetere su di me cio’ che gli altri in passato hanno fatto a lei, ho riflettuto. Non posso lavorare in quelle condizioni, arrancando come una disperata dietro un manipolo di esagitati che impazzisce alle prime avvisaglie di pienone, ho aggiunto. Non posso fare piu’ di quanto non stia gia’ facendo perche’, finche’ lei continuera’ a spararmi addosso dieci ordini diversi alla volta e ad incazzarsi perche’ magari sto eseguendo “ancora” il terzo invece dell’undicesimo, non riusciro’ mai a starle dietro, ho precisato. Mi ha guardata con un’inquietante occhiata bonaria. Su di lei e’ come vedere una Mercoledi’ Addams felice.
Sono tornata dentro solo perche’ la ragione, che nonostante la fuga incazzata non mi aveva abbandonata, mi ha suggerito di non perdere quattro giorni di paga per lei. Ho finito le due ore che mi restavano e sono stata mandata a casa in anticipo dal manager, finalmente tornato al suo posto dopo averci lasciate sole con una sala zeppa da gestire – ragione che ha indotto Fraulein Haider ad impazzire e a scagliarsi contro di me dandomi della tarda, portando di conseguenza me a mandarla al diavolo.
Sto cercando un altro posto. Sono disposta a lavorare tanto, ad impegnarmi per lavorare bene e a lavorare fino a tardi, la sera. Non sono disposta, pero’, a farlo gratis. Conteggiarmi 35 ore invece che 45, considerare la pulizia serale di sala e bagni come un fuori orario e, quindi, non pagato, pretendere cose che nessuno mi ha mai spiegato e incenerirmi perche’ non le so fare – con tutto cio’ che ne consegue – non lo considero un comportamento civile. Lo zerbino che c’e’ all’ingresso e’ trattato meglio di chi si trova all’interno.
Se pure non meritassi rispetto per cio’ che sono, credo di dover meritare rispetto in quanto persona.
Non vedo l’ora che sia domenica per ripetere il mio invito ad andare al diavolo. O anche in un altro posto, visto che li’ dentro tutti capiscono l’italiano – anche quando non lo parlano.


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