Author: Juana
• giovedì, marzo 19th, 2009

el-dorado

L’aria ghiacciata del mattino mi si aggrappa addosso come un bimbo spaventato. Quando il sole sara’ a picco il termometro salira’ oltre i dieci, generoso, facendo ansimare e sbuffare i londinesi, ma per ora il mercurio se ne sta pasciuto intorno al 5, rendendo il respiro una nuvola compatta e quasi palpabile.
In strada, le prime auto della giornata sfrecciano come razzi sulla carreggiata deserta, fregandosene dei limiti, dei divieti, dei pedoni. Dopotutto, siamo pur sempre a Walthamstow.
Alla stazione di Blackhorse Road, miracolosamente aperta dopo i continui disservizi dei giorni scorsi, una folla di mattinieri nervosi e irritabili si lancia con le Oyster sguainate verso i cancelli, verso le scale mobili, verso i binari. Il buongiorno si vede dal mattino. E l’insofferenza pure, in questa citta’. Anche quando sono solo le sei e mezza.
Con la tuta indosso e la sacca in spalla mi accingo a raggiungere Hyde Park per una sana pattinata mattiniera senza turisti e corridori intorno. Per molti e’ ancora l’alba. E’ ancora l’alba per chi ritorna dal turno notturno, per chi torna dal club di turno, per chi si e’ ostinato a settare la sveglia alle 6 e poi, incredibilmente, non la sente, anche se strepita e strilla ogni cinque minuti esatti, svegliando tutti, gente del quartiere e londinesi compresi, fino a Brixton.
Per molti e’ ancora l’alba, ma non per me. Probabilmente questa e’ l’ultima possibilita’ che ho di godermi un parco deserto ad un orario da pazzi. Perche’ non tentare?

La mole di persone che assalta le carrozze della metro alle sei e mezzo del mattino e’ inimmaginabile per chi e’ abituato a viaggiare tre ore piu’ tardi. La folla di lavoratori insonnoliti mette da parte il torpore per i secondi necessari ad aggiustare qualche spintone e aggiudicarsi l’ultimo sedile libero.
Troppo, troppo piena. Londra sta esplodendo. Il suo reagente sono le persone, l’insofferenza, la rabbia, l’irrequietezza. Sui volti scuri delle corpulente donne di Walthamstow non e’ raro avvertire il lampo dell’odio. E’ questione di un istante, poi svanisce. In quell’istante in cui tale sprazzo transita sul loro volto rubicondo, dritto verso il tuo, provi vergogna per il tuo essere bianco. Nell’istante in cui il disgusto si affaccia, in quell’istante la sensazione di banlieue parigina impregna l’aria. Un attimo impercettibile, che viene e svanisce, ma un attimo che rappresenta una novita’ per la citta’ da sempre ritenuta l’alcova dell’integrazione.
Il recente crollo finanziario, la mancanza di lavoro per i disperati o la perdita del lavoro che ha generato disperati ha sbattuto in faccia ai londinesi quanto sia in realta’ utopica tale suddetta integrazione. Interi quartieri assediati da shop etnici in cui puo’ accadere di sentirsi uno straniero in casa propria sventolano orgogliosi insegne, striscioni e manifesti scritti in lingue incomprensibili. Frotte di ragazzini in uscita dalla scuola si dividono in gruppi netti, quasi tagliati col coltello, formando sottogruppi diversi per razza, colore della pelle, lingua. Ragazzini nati e cresciuti a Londra, ma che parlano l’inglese quasi come un neonato alle prese con le sue prime parole.
La citta’ da sette milioni di abitanti e’ formata in realta’ da milioni di microcitta’ che trovano asilo in quartieri in cui i londinesi, quelli storici, non possono piu’ vivere. La situazione sta loro sfuggendo di mano. Poco a poco, un passo alla volta, ma sta sfuggendo. Gli ospiti di ieri si stanno trasformando nei padroni di oggi. Non nei concittadini del “finalmente siamo tutti sullo stesso piano”, bensi’ nei fautori del “questo e’ il mio quartiere e non me ne frega niente se si trova dentro la vostra citta’”. Non nostra, come sarebbe giusto dire. Vostra.

Se Boris Johnson non correra’ ai ripari si ritrovera’ tra le mani una bomba ad orologeria fatta di cittadini incazzati privati del minimo spazio e sostentamento vitali. Perche’ questa e’ Londra al momento: la El Dorado dei disperati, il paradiso di chi e’ ancora convinto che riuscira’ a trovare un lavoro, qui, perche’ Londra da sempre riesce laddove interi Paesi falliscono. Londra, la citta’ aperta a tutti. Londra, la citta’ che non vuole – e non puo’ – piu’ mantenere le sue promesse come una volta.
Stuoli di persone completamente sprovviste di conoscenze, titoli, esperienza e, in alcuni casi, addirittura totalmente a digiuno di inglese saltano sul primo aereo e sbarcano a Heathrow, Gatwick, Stansted, Luton. Sognano una pioggia di proposte di lavoro ad attenderli mentre rimuginano su come farsi capire per ritirare intanto i bagagli.
Londra e’ in esplosione ma non puo’ fare nulla per fermare l’assalto ai suoi portoni. Puo’ tentare di proteggere i suoi ragazzi inducendo agenzie interinali e aziende a cestinare tutto cio’ che non sia rigorosamente made in UK, ma e’ una magra consolazione, che non scoraggia gli avventori ne’ rassicura gli autoctoni.

Uscire in strada diventa ogni giorno una sfida. Ai soliti problemi (insoluti e insolubili) di alcool, risse e accoltellamenti si aggiungono una vita frenetica e la mancanza di aria per respirare.
Londra, la citta’ del divertimento e dello shopping. E solo transitando per i corridoi della stazione di Oxford Circus ci si rende conto di quanto lo sia: con i negozi chiusi, alle sette del mattino i tunnel della stazione sono popolati solo dalla scia lasciata dagli ultimi nottambuli prima della chiusura della Tube.
In Hyde Park, i pochi passeggiatori e ciclisti imboccano a passo rilassato i sentieri, disperdendosi. Davanti a loro hanno ad attenderli una giornata fatta di lavoro, di pressione, di stress, ma finche’ resteranno entro i confini sicuri del parco nulla di cio’ che c’e’ all’esterno puo’ turbarli. Rilassarsi, essere a contatto con la natura, respirare aria pulita, assaporare la pace delle prime ore del mattino: li’ e’ ancora possibile. Anche in una citta’ come Londra.
Infilo i pattini e mi lancio anch’io sul mio sentiero.

Author: Juana
• mercoledì, marzo 11th, 2009

…dicono loro. Ma, di fatto, agli stranieri continuano a lasciare gli avanzi.
Questo e’ il messaggio standard che mi sono vista recapitare anche troppe volte in questi quattro mesi:

“Dear Miss Juana Romandini,
following your recent application for the position of Junior Copywriter – Fashion, we are writing to let you know that unfortunately you have not been successful this time. We will keep your details on file and be in touch if a more suitable position arises.
Thank you for your interest in this role, regards.”

Variano la forma e la quantita’ di spiegazioni, ma il significato e’ sempre il solito: non ti assumiamo. E, soprattutto, i dati che dicono di conservare finiscono sempre nel cestino.
Tendo a precisare di essermi candidata solo ed esclusivamente per lavori alla portata del mio titolo, della mia esperienza e delle mie conoscenze. Tendo a rispondere solo ad annunci che rispecchiano almeno all’80% cio’ che so fare. Spesso si tratta di annunci indirizzati – addirittura! – a neolaureati oppure a studenti semplicemente diplomati. E allora perche’ non prendere in considerazione una laureata, nella materia da loro cercata ovviamente, con esperienza e un libro all’attivo – e un’iscrizione nel campo che in certi casi non guasta? Semplice: sul mio passaporto non c’e’ scritto UK.
Benche’ cerchino di fare gli equi e di nascondere questa realta’, la verita’ e’ che, in un momento di pesante crisi come questo, gli inglesi danno i lavori inglesi solo agli inglesi. Sono stati bravi a controllare l’opinione pubblica, ma alla fine, inevitabilmente, qualcosa e’ loro sfuggito ed e’ cosi’ che sui quotidiani sono finiti sprazzi di verita’, trafiletti in cui si accenna a questa decisione netta: i lavori intesi come tali devono essere assegnati agli autoctoni.
Ora mi chiedo: se una persona, a prescindere dalla sua nazionalita’, ha capacita’, volonta’, esperienza e curriculum, perche’ non prenderla in considerazione? Perche’ relegarla nella nicchia dei volantinisti/camerieri/receptionist/nanny/paninari?
Credevo che una citta’ come Londra andasse oltre simili piccolezze provinciali, e invece mi ritrovo a fronteggiare in Gran Bretagna la smania della custodia gelosa che abbiamo in Italia. Sto sputando sul piatto in cui mangio? Direi proprio di no, visto che per stare qui pago, e anche parecchio!

Author: Juana
• martedì, marzo 10th, 2009

duck-family

Mentre sui prati esplodono narcisi, margerite e campanelle, intorno agli stagni si iniziano a vedere le prime nidiate della stagione. Felici dell’attenzione mostrata per la loro generosa prole queste due anatre, di una razza di solito schiva e fuggitiva, se ne stanno ai margini del gruppetto, immobili, permettendo ai visitatori del parco di scattare quante foto vogliono!

Category: In cornice  | Leave a Comment