Author: Juana
• lunedì, marzo 09th, 2009

Io non sono una pattinatrice professionista. Pero’ sono sconsiderata. Appena vedo un rettilineo, mi lancio. Avvallamenti, ostacoli, sassi, pedoni, piccioni che potrei trovare sulla mia strada: cerco di non pensarci, cosi’ da non perdere concentrazione ed equilibrio. Perche’ sembra difficile crederlo, ma pattinare richiede un’altissima dose di concentrazione. Non conscia, quella concentrazione indotta rischia di farti cadere – il pensiero “oddio, sbando… sto sbandando, vero? E ora?” si conclude quasi sicuramente con un ruzzolone – no. È una concentrazione inconscia. Di quelle che lavorano anche quando sembra che tu sia assorbito dal paesaggio e dalla musica pompata a tutta forza nelle orecchie e non dalla strada che sfreccia sotto i tuoi piedi.
Parte della mia sconsideratezza risiede anche nella totale assenza di protezioni: niente ginocchiere, che rendono le spinte impossibili e te un robot; niente casco: non sto andando in guerra; niente polsiere. Queste ultime sarebbero la prima protezione da indossare, soprattutto se hai un polso triturato come me. Soltanto, Londra, la citta’ delle regole e della sicurezza personale, deve ancora offrirmi un negozio che mi venda le sole polsiere senza rifilarmi l’intero kit, compreso il giubbotto catarifrangente, a prezzi proibitivi.

Di solito, malgrado la mia sconsideratezza, va tutto bene e torno a casa impolverata, ma intera. Quando guardo al passato e alla mia collezione di botte e lussazioni – un polso, quello ancora buono, incrinato tre anni fa, un ginocchio tumefatto due anni fa e, per concludere, una costola quasi spezzata l’anno scorso – mi interrogo su cosa mettero’ tra i trofei del 2009. Per ora mi basta sperare di rientrare in Italia senza ossa rotte come souvenir del mio soggiorno britannico.

I peggiori nemici di un pattinatore a Londra sono due, collegati: il vento e la sporcizia che esso porta sulle piste. Se, poi, ci aggiungiamo anche i soliti, maledetti piccioni in volo – gia’ pericolosi per i camminatori – il quadro di insicurezza while skating e’ completo.
Altre volte l’ostacolo non e’ propriamente un ostacolo quanto piu’ un elemento che, per essere evitato, rischia di farti volare dritto nell’acqua gelata del Serpentine. Parlo del gradevole souvenir lasciato dai cavalli di passaggio. In mera teoria avrebbero la loro pista di terra battuta; in pratica, per qualche oscura ragione, i cavallerizzi preferiscono passare sulla strada asfaltata subito adiacente, fregandosene della terra battuta, del fatto che quella strada e’ di pedoni e ciclisti e, soprattutto, di cio’ che i loro adorati equini lasciano: un tappeto di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Impossibile, a volte, trovare un buco, uno sprazzo di strada pulita nei quali infilarsi per evitare di inzaccherare le rotelle di quel profumoso fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Impossibile anche solo pensare di mettere tali pattini nella loro sacca, issarsela in spalla e portarli a casa, in camera, quando sono pieni di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Se si e’ fortunati si riesce a vedere tale gradevole tappeto in anticipo e a svoltare prima di arrivarvi sopra; se si e’ sfortunati, la svolta per evitarlo sara’ talmente brusca da terminare inevitabilmente con un french kiss all’asfalto.
Fortunatamente, ci sono i paladini del pulito di Hyde Park. Al massimo mezz’ora dopo il passaggio della mandria di equini e cavalieri indisciplinati, intervengono coi loro modernissimi camioncini dotati di rulli, aspiratori e spruzzatori. In un lampo il tappeto di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso scompare.

La parte piu’ sicura, rilassante e con l’asfalto migliore, in Hyde Park – il parco piu’ amato dai pattinatori, forse perche’ e’ l’unico che offre piste lunghe e decenti! – e’ il rettilineo che va da Hyde Park Corner fino al Serpentine Bridge. Forse e’ per questo che i pattinatori, di solito, sono concentrati tutti li’. Alcuni lanciati in blande passeggiate andata/ritorno – e’ il mio caso – altri impegnati in contorti esercizi con birilli, aste, ostacoli di ogni tipo che aggirano, saltano, svicolano in un equilibrio perfetto, facendoti provare quel misto tipico di ammirazione e invidia e inducendoti a chiederti se siano per caso nati con quei roller ai piedi, se siano sbucati fuori dalla pancia della mamma svicolando in quello stesso modo tra un’ostetrica, una ginecologa e un padre in preda al classico collasso post-assistenza-parto.

Author: Juana
• domenica, marzo 08th, 2009

brighton-beach

Ad East Croydon, nel cartello identificativo della stazione ferroviaria si puo’ leggere, in corsivo, “Home of Nestle’ UK”: casa della Nestle’ britannica. In Italia nessuno scriverebbe mai “patria del famoso prosciutto” alla stazione di Parma, ma in Gran Bretagna amano ricordare e, soprattutto, farcire i cartelli. Piu’ dettagli si mettono, piu’ il posto ha roba interessante da offrire. Quindi benvenga qualunque aggiunta.

Che il treno stia per fare il suo ingresso trionfale a Brighton lo si capisce ancor prima di leggere il pannello luminoso nella carrozza: basta guardare fuori dal finestrino. Le dolci colline dei Downs sono foderate da migliaia di tetti tutti uguali accalcati gli uni sugli altri. Una mole di abitazioni troppo imponente per appartenere a qualunque altro sparuto villaggio del Sussex.
Una voce chiara e comprensibile prende vita negli altoparlanti, annunciando ai passeggeri quanto loro hanno gia’ capito: il treno e’ al suo capolinea. All change, please.
La decisione di vedere la costa inglese e, in particolare, Brighton e’ vecchia di anni. Sapevo che, prima o poi, avrei visitato quella citta’ entratami in testa un pomeriggio del 2005, quando presi l’atlante e lessi questo nome. Il meteo previsto ieri sera per oggi non era ottimista, motivo per cui non avevo settato alcuna sveglia. L’efficienza delle tende inglesi – ovvero, delle non-tende inglesi – ha fatto si’ che stamattina una lama di luce mi perforasse le palpebre alle 8, svegliandomi. Sole in una giornata in cui era previsto nuvoloso: in mezz’ora ero fuori casa e con il pranzo gia’ pronto nello zaino.
Se si ha fortuna, raggiungere Brighton non costa nulla. La migliore combinazione tra tempo di viaggio e costo la si trova, comunque, nella Southern Railways: 20.90£ per un biglietto di andata e ritorno Londra-Brighton. Tempo totale: un’ora e qualche minuto. Comodo, veloce, con poche fermate. Senza dubbio meno massacrante delle due ore e mezzo dei bus della National Express – al costo di 11.90£.

Brighton e’ una cittadina singolare. A coloro abituati a Londra e alla sua mutevolezza – ogni quartiere londinese e’ un mondo a se’, diverso da tutti gli altri – appare come un’anonima citta’ inglese: solite case dal tetto grigio e finestre a ghigliottina, solite viuzze costellate di pub e shop, soliti saliscendi tipici delle zone collinari. In parte e’ vero, ma Brighton, come moltissime altre citta’ della costa, ha qualcosa in piu’: il mare. Usciti dalla stazione e imboccata Trafalgar Street bastano poche decine di metri per scorgerlo laggiu’, in fondo alla lunga discesa: brillante, tumultuoso, infinito. Uno spaccato di oceano incastrato tra due file infinite di palazzi, uno scorcio meraviglioso.
Il mare e’ la ragione che rende Brighton una delle prime mete estive dell’Inghilterra. Vicina a Londra piu’ di qualunque altra cittadina balneare, essa e’ un punto di riferimento per i bagnanti fin dal XVIII secolo, benche’ fosse e sia tuttora una meta d’élite. Fu proprio grazie alla sua fama – nonche’ alla sua clientela aristocratica – se il futuro Giorgio IV decise di stabilirvisi e, in seguito, di costruire uno dei palazzi reali piu’ famosi della Gran Bretagna, il Royal Pavilion.

La spiaggia di Brighton e’ lunga, larga e scoscesa. Si trova a diversi metri sotto il livello della strada e vi si accede attraverso delle scale. La sua morfologia irregolare, unita alla sua composizione sassosa, rende arduo e faticoso il camminare, ma triplica la spettacolarita’ del paesaggio. Le onde, che infrangendosi possono stiracchiarsi per metri – e sommergere quei turisti fiduciosi che l’acqua non arrivera’ mai fin li’ – producono un suono insolito, un fragore che ricorda quello dei fuochi artificiali a spiritello: ululano.
La violenza con cui s’infrangono sulla spiaggia crea una nuvola acquosa ininterrotta che si leva nell’aria e si espande, come dotata di volonta’ propria. Milioni di minuscole perle che si incollano ai capelli e penetrano nel naso, rendendo salato il respiro. Bagnata fradicia, coi capelli ridotti ad una massa arruffata molestata dal vento, mi sono sentita meravigliosamente a casa: per quanto passi il 90% del mio tempo nella pianura padana, sono pur sempre figlia di una citta’ di pescatori.

Per un turista abituato alla precisione di Londra e alla sua pioggia di cartelli trovarsi a Brighton senza il minimo accenno di guida puo’ essere traumatico. Sbucato dalla stazione, egli e’ in balia di se stesso e, se ne possiede, del suo sesto senso – o di qualche parte fisica del suo corpo. A Brighton ci sono poche indicazioni turistiche, infatti; l’unico elemento sul quale puo’ fare affidamento un visitatore accorto e’ il suo senso dell’orientamento. Dovrebbe sapere, se ha avuto la buona idea di studiarsi l’itinerario in anticipo, che all’uscita dalla stazione e’ sufficiente andare sempre dritto per raggiungere l’oceano. E se non dovesse riuscirci con le sue gambe, puo’ sempre farsi condurre li’ dal vento. La velocita’ alla quale esso soffia, del tutto normale in una citta’ affacciata sulla Manica come Brighton, e’ impressionante.
Come accade a Londra con la pioggerellina nebbiosa, anche a Brighton sembrano abituati al meteo pazzo che governa la loro citta’. Mentre i non autoctoni avanzano quasi arrancando, cercando disperatamente di restare in equilibrio, ma sbandando e finendo gli uni contro gli altri, i locali camminano tranquilli nei loro giubbotti col cappuccio, quasi avessero le scarpe imbottite di piombo. Mentre io cammino a capo chino, piegata in due per favorire l’aerodinamicita’, dei bambini mi sfrecciano accanto coi roller ai piedi. Perfettamente in equilibrio, incredibilmente stabili, visibilmente abituati.

Il Royal Pavilion e’ un’imponente costruzione che ricorda il Taj Mahal. La sua collocazione nel bel mezzo di palazzi e costruzioni moderne rende il suo stile asiatico un pugno nell’occhio: svoltare l’angolo e ritrovarsi di fronte al palazzo reale fa un po’ lo stesso effetto dei cavoli a merenda.
La visita prevede un’audioguida e, come spesso accade, copre a malapena il 30% dell’effettiva superficie del palazzo. Le foto, come spesso accade, sono proibite e il libro sul Royal Pavilion venduto nello shop contiene, come spesso accade, foto talmente rappresentative da avere effetti lassativi.
Chi considera opulento, eccessivo ed edonista il Neuschwanstein di Ludovico II di Baviera non ha mai visitato il Royal Pavilion costruito da Giorgio II d’Inghilterra: stravagante, arrogante e impressionante. L’impatto regalato ai visitatori dalla sala dei banchetti o da quella della musica va ben oltre l’incredibile. Quasi a leggerti nel pensiero, nell’istante esatto in cui fai il tuo ingresso nelle sale e la tua bocca si spalanca, senti nelle tue orecchie la guida che, in tono tronfio, ti pone la seguente domanda: “Cosa avete provato varcando la porta ed entrando in questa stanza? Stupore? Incredulita’? Ebbene e’ esattamente cio’ che re Giorgio intendeva scatenare nei suoi ospiti”.
Benche’ d’impatto e di un’opulenza vergognosa, il Royal Pavilion resta il monumento alla pacchianita’. Come dice la guida stessa, lo sfarzo e’ intenzionalmente eccessivo e lo stile orientale degli arredi e’, in realta’, lo stile orientale secondo gli inglesi. Il finto bambu’, ricavato da semplice legno intagliato, i draghi che sputano fuoco a ogni angolo, i tendaggi, la carta da parati coi ghirigori, i vasi cinesi, tutto contribuisce a dare la sensazione di trovarsi nel bazar del ciarpame cinese. Questo senza nulla togliere al merito di John Nash o alla bellezza del palazzo.

Brighton pero’ non e’ solo la sua spiaggia, la sua scogliera di gesso o il suo palazzo reale. Brighton e’ anche il famoso Pier, una struttura impressionante che si spinge fino in mare aperto. Una piacevole camminata sopra l’acqua accompagnata dai profumi dei suoi take-away, dalla vista della merce esposta nelle sue bancarelle, dalle grida degli avventori del luna park. Il vento, che fino all’istante prima di varcare l’ingresso e’ sferzante, sul Brighton Pier si dimezza fino, a volte, a scomparire del tutto.
La concentrazione di stand di cibo e’ elevata. Non c’e’ che dire: alla gente di Brighton piace mangiare. Fish&Chips e ciambelle, direi, visto il numero impressionante di chioschi in materia. Gli abitanti della citta’ d’élite affondano le mani in cartocci unti e i denti in anelli di pasta fritta appena sfornati.
Ennesimo dettaglio che ricorda anche ai disattenti la posizione sociale di Brighton e’ l’accento. Un accento scandito e comprensibile, ben diverso dalla terribile parlata in vigore poco piu’ a nord. Le persone sono socievoli e gentili e, soprattutto, del luogo. Difficile vedere altro che bianchi, biondi e pallidi, a Brighton.

Per la gioia dei bambini – e dei dentisti – Brighton e’ la patria della famosa Brighton’s rock, la roccia di Brighton, un particolare bastoncino di zucchero colorato capace di mettere alla prova anche gli incisivi piu’ tenaci. Dopo essermi quasi giocata un molare nel tentativo di addentarla, ho capito che la Brighton’s rock non si mastica: la si consuma come un lecca lecca. Un modo esasperante e scomodo che non consente di godersi il particolare identificativo di questo dolciume: in qualunque punto lo si spezzi, al centro apparira’ sempre la scritta Brighton. Ovviamente le varianti non mancano e oggi e’ possibile trovare decine di decorazioni, stemmi e parole diverse all’interno dei bastoncini, ma l’originale e’ quello che conserva il nome della citta’ per tutta la sua lunghezza.

Avere dispiegata davanti a se’ una spiaggia sterminata e senza ostacoli puo’ portare a pessimi errori di valutazione. Le scogliere di gesso, tipiche dei Downs, sembrano ad un passo dall’estremita’ est della citta’. Soltanto dopo un’ora buona di cammino ininterrotto ci si rende conto di quanto siano lontane in realta’. Lo spettacolo offerto da quel muro color crema scaldato dal sole del tramonto, pero’, ripaga della fatica fatta per raggiungerlo. L’occhiata all’orologio, le cui lancette spietate ricordano che sono quasi le cinque e che hai un’ora di strada davanti prima di tornare in mezzo alla civilta’, spezza l’incanto e anima le tue gambe.
In una corsa contro il tempo, tra uno sbuffo, un lamento preoccupato e un’ennesimo controllo alle lancette ti sorprendi a pensare quanto la scena ricordi l’epilogo del Dracula di Francis Ford Coppola: sole rosso fuoco che scende inesorabile all’orizzonte, sera che avanza minacciosa, tempo che scarseggia.

Il rientro a Londra avviene nel silenzio piu’ totale. Il pannello luminoso, zelante come una professoressa zitella, ogni pochi secondi mostra ai passeggeri questo messaggio: “Please, be considerate to your fellow passengers and keep personal audio music and mobile phone conversation to minimum, thank you”. E gli inglesi, obbedienti, al telefono parlano sottovoce e tengono il volume dell’iPod al minimo storico. In Italia energie per digitare un messaggio del genere non vengono neppure sprecate.
Dopo una giornata trascorsa nella quiete di una sonnolenta cittadina balneare, lo sbarco alla Victoria Station e’ spossante. Il caos dei viaggiatori, in fuga verso questo o quell’altro binario, sconquassa e disorienta. Mentre sono sulla scala mobile diretta al binario della Victoria che mi riportera’ nel mio fantastico quartiere, tuttavia, sento inaspettatamente di essere tornata a casa.

Author: Juana
• sabato, marzo 07th, 2009

tate-britain

National Gallery, National Portrait Gallery, Tate Modern, Tate Britain: in fatto d’arte Londra ha moltissimo da offrire. La Tate Britain, la galleria dedicata agli artisti inglesi e alle opere riguardanti l’Inghilterra, e’ un po’ il sunto dei musei concorrenti.
Camminare per le sale della Tate Britain provoca in chi ha visitato le altre gallerie un continuo senso di déjà-vu. Si reincontrano volti ormai familiari come quello di Cornelia Veth, di Emma Hamilton e, naturalmente, di Elisabetta I. Non si puo’ fare a meno di percepirli come amici intimi, ormai, proprio come i pittori gia’ incontrati alla National Gallery e alla Portrait Gallery. Ad esempio, nella sala 9 e’ possibile incappare in un altro capolavoro di Sir Thomas Lawrence: dopo la fantastica riproduzione di una Queen Charlotte buttata giu’ alle cinque del mattino, ecco che ci propone una Hannah Philadelphia immortalata subito dopo la colazione. Insomma, se non erano spettinate e distrutte Sir Lawrence non le dipingeva.

La principale caratteristica che differenzia e distanzia la Tate Britain dai musei concorrenti e’ la disposizione delle opere al suo interno. Il caos di cornici e l’accozzaglia di colori tipici della National Gallery alla Tate Britain si trasformano in sale ariose, poco affollate e dall’intonaco ben bilanciato. Voluto o no, i colori delle pareti si sposano alla perfezione con quelli dei dipinti ad esse affissi, regalando all’occhio una piacevole sensazione di relax.
Questa comunione cromatica permette di concentrare la propria attenzione esclusivamente sui soggetti dei quadri, senza distrazioni. Analogie tra opere simili non sfuggono, esattamente come i rari e sorprendenti casi di reincarnazione. Uno di essi e’ nella sala 2, subito accanto all’ingresso: la zia di Maggie Smith nelle vesti di Minerva McGrannitt sorride pacata indossando la medesima veste nera e il medesimo cappello a punta.
Non mancano dipinti sullo stile delle nobildonne scapigliate di Sir Thomas Lawrence. Joshua Reynolds, ad esempio, ce la mette tutta per imitare il collega proponendoci una Miss Monckton in piena sbronza.

La Tate Britain contiene dipinti appartenenti ad artisti inglesi, ma puo’ accadere di incappare in pittori stranieri che hanno voluto riprodurre su tela vedute della Gran Bretagna. Nelle sale della galleria e’ finito anche Canaletto, che almeno una volta nella vita decise di smetterla con le vedute di Venezia e cominciare con quelle della campagna inglese. Lo si riconosce a distanza, ancor prima di leggerne il nome nell’etichetta a lato della cornice: i dettagli maniacali, gli edifici perfetti e la luce calda sono tutte caratteristiche tipiche del pittore italiano, esattamente come i vestiti dallo stile prettamente veneziano delle persone inserite nella rappresentazione.

Benche’ la Tate Britain si differenzi dalla sorella maggiore, la Tate Modern, per l’antichita’ e la classicita’ dei quadri esposti in essa, anche li’ non mancano le stramberie. Soltanto, alla Britain sono curiose e, in qualche modo, affascinanti.
Un esempio di assurdo e’ dato dall’opera di Subodh Gupta piazzata all’uscita della sala 9. Si tratta di un enorme albero fatto di mestoli, padelle, coperchi e pignatte d’acciaio: nel decennio precedente Gupta era senza dubbio un ristoratore.
La mostra temporanea dedicata a Hurvin Anderson, invece, riporta i visitatori indietro nel tempo, all’epoca della scuola dell’obbligo: dipinti a tempera tanto discutibili li si vede solo dietro i banchi dei ragazzi delle medie.
Fortunatamente non mancano le sezioni degne di nota e di apprezzamenti. La sala 8, dedicata a Cecil Collins e William Blake, mostra come anche la pittura astratta possa sfornare dipinti pieni, concisi e comprensibili e dalla scala cromatica inusuale. Oppure i capolavori di John Constable e James Tissot – quest’ultimo riconoscibile dagli onnipresenti vestiti a righe delle sue dame – il vellutato April Love di Arthur Hughes, i meravigliosi dipinti di Dante Gabriel Rossetti, la Ophelia di Millais.

Un’ala della Tate Britain e’ dedicata a William Turner. Guardando le bozze e gli schizzi di quelli che sono poi divenuti i dipinti piu’ famosi dell’artista viene da chiedersi come sia riuscito Turner a cavare da quei pochi segni e scarabocchi opere di una bellezza unica.
L’esposizione in ordine cronologico dei quadri consente di vivere passo dopo passo l’evoluzione e i mutamenti subiti dalla tecnica dell’artista: dipinti cupi e dalla luce quasi assente alla fine del ’700, rilassanti, tiepidi e luminosi dall’800 in poi.