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Author: Juana
• domenica, marzo 01st, 2009

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Che il Victoria and Albert Museum sia un museo di classe lo si avverte fin dall’ingresso: non il solito disimpegno con le classiche scrivanie dietro cui gli addetti ispezionano zaini e borse – in stile Natural History Museum – ne’ il soffocante scalone che accoglie i visitatori della National Gallery. No: al Victoria&Albert Museum a dare il benvenuto a chi entra e’ una hall vasta, luminosa e raffinata sulla quale capeggia un enorme lampadario multicolore in vetro di murano. Le sale del pianterreno, come la maggior parte delle sale del museo, sono silenziose, spaziose e dominate dalla penombra. Sono cosi’ scure che non e’ raro avere difficolta’ a leggere cio’ che e’ scritto nelle didascalie o, addirittura, riuscire a vedere cio’ che e’ affisso alle pareti. Una collezione scelta accuratamente, pezzi ricercati che ricordano i reperti in mostra al British Museum ma che in qualche modo sfoderano una classe e un valore superiori.

Volendo fare un paragone immediato, il Victoria&Albert Museum e’ un British Museum d’élite. Pur non essendo esperti in fatto di archeologia o storia non si puo’ non notare come oro, argento e pietre preziose abbondino. Forse e’ solo una questione d’impatto visivo – anche il British Museum vanta la sua ala dedicata ai preziosi, e molti dei suoi reperti valgono quanto e piu’ di dieci tiare del V&A messe insieme – ma la sensazione che ne deriva e’ questa: si e’ di fronte al museo della classe ricca.
A favorire questa visione non sono solo i reperti in mostra, molti dei quali appartenuti a re e regine di tutto il mondo, ma anche la disposizione degli stessi: a differenza del suo fratello piu’ popolare – la coda domenicale che c’e’ al British Museum non e’ neppure lontanamente paragonabile al gruppetto di turisti che si aggira per le sale del V&A – per riempire questo museo nessuno ha staccato e ricomposto interi palazzi alla stregua di un gigantesco puzzle. Al massimo, si sono limitati a ricostruire alcuni ambienti.

Fino a non troppo tempo fa a pagamento, il Victoria&Albert Museum e’ oggi, come la maggior parte dei musei londinesi, ad entrata libera. E, come nella maggior parte dei musei londinesi, tutto cio’ che il museo chiede e’ una donazione simbolica di 3£ – o piu’, a scelta – o di 1£ per la mappa. Nessun obbligo, naturalmente: e’ il visitatore a scegliere se e quanto donare. Nel caso in cui decidera’ di dare al museo una sterlina per la mappa, avra’ dunque ogni ragione di sibilare tra i denti epiteti degni di un’osteria romana quando, svoltato l’angolo e convinto di trovarsi alla sala X, si rendera’ conto di essere invece finito nell’androne XY. E’ un classico: nonostante le mappe, nei musei londinesi ci si perde sempre. Il susseguirsi di sale enormi l’una dietro l’altra e i continui passaggi di intercomunicazione porta le persone a zigzagare senza sosta da un punto all’altro, perdendo del tutto il senso dell’orientamento. A volte i numeri affissi accanto ai varchi o alle porte sono utili. A volte.

Il bello del visitare un museo dedicato per lo piu’ alla nobilta’ o, comunque, contenente reperti di un certo valore simbolico – oltre che economico – aiuta ad apprendere molte cose. Ad esempio, fa vedere da vicino quanto le persone fossero piccole di statura fino ad appena cento anni fa. Perfino nella grande Russia, da sempre patria degli spilungoni biondi, atletici e dagli occhi di ghiaccio, una donna o un uomo potevano aspirare al massimo al metro e settanta. O, almeno, questo e’ cio’ che si evince contemplando i vestiti della mostra The magnificence of Tsars.
Il vestito che attira tutti gli sguardi? Quello disegnato da Catherine Walker per Lady Diana nel 1989.

Il Victoria&Albert Museum e’ il luogo dei sogni, lo scrigno del tempo che fu, un piccolo angolo di eleganza. E di illusione: come non spalancare la bocca di fronte alla sterminata – e gigantesca in quanto a dimensioni fisiche – collezione della sala dei Cast Courts al livello 1? Tombe, tempietti, statue e per finire due gigantesche colonne alte fino al soffitto. Vere? Macche’! In realta’ tutto cio’ che e’ contenuto nella sala 46A e’ finto. Sono plasters, ovvero riproduzioni in stucco di monumenti e opere famose e le due gigantesche colonne, che peseranno al massimo qualche centinaio di chili con tanto di struttura, sono le due parti, inferiore e superiore, della nostra Colonna Traiana. Nient’altro che stucco, dunque, motivo per cui gli inviti a non toccare nulla sono affissi in ogni superficie libera possibile.
La riproduzione a grandezza naturale del Portico della Gloria di Santiago de Compostela e’ un artefatto fasullo che si puo’ contemplare da vicino senza dover arrivare in Spagna. Con tanto di visitatrice sfuggita ai guardiani dopo aver rubato un vestito al reparto Fashion del livello 1.

Nei sotterranei del V&A e’ possibile respirare l’odore del vecchio maniero settecentesco. L’aria, pregna di un aroma che racchiude l’olezzo dell’umidita’, del legno antico e del ferro, e’ subito seguita da oggetti, mobili e vestiti appartenenti al XVII-XVIII secolo. Le ricostruzioni a grandezza naturale di gabinetti settecenteschi, unita a tale odore, fa smarrire il senso di spazio e tempo: per un istante sembra davvero di trovarsi all’interno di un vecchio castello.
L’attenzione con cui e’ stata raccolta, selezionata e disposta la collezione del V&A trova la sua consacrazione nella sala dei gioielli: tiare, collane, anelli, ciondoli, accessori dal valore inestimabile fanno bella mostra di se’ dietro teche in vetro spesse due dita. Appartengono ad ogni epoca e ad ogni popolo: egizi, greci, romani, inglesi. In oro o argento, con pietre o materiali alternativi, i gioielli conservati al V&A offrono al visitatore uno spettacolo piu’ interessante e, sotto certi aspetti, piu’ gratificante della collezione in mostra alla Torre di Londra. Inoltre, cosa non da poco, puo’ sostare davanti ad una certa vetrina quanto vuole: nessuna pedana mobile lo trascinera’ via, inesorabile, impedendogli di dare alla corona della Regina Vittoria piu’ di una misera, sfuggevole occhiata. Soltanto un particolare accomuna le due sale dei preziosi: il divieto di scattare foto. Benche’ non sia scritto da nessuna parte – neppure nella mappa: uno di quei rari casi in cui la precisione inglese fa cilecca – immortalare il contenuto delle Jewellery rooms e’ proibito.
Il divieto per me e’ arrivato sotto forma di una giovane addetta la quale, con tutta la politeness della Gran Bretagna racchiusa in un sorriso, mi ha avvisata che in quella sezione non potevo scattare foto. Decisamente una grossa differenza dal “Non si puo’ fotografare qui!” urlato a mia sorella da una dipendente del Museo Nazionale d’Abruzzo (L’Aquila). In realta’ stava solo rispondendo ad un sms, non cercando di immortalare quelle quattro ossa ammuffite di mammuth. Ma, come dire, l’Abruzzo e’ l’Abruzzo, e qui siamo in Gran Bretagna.
La giapponese incappata nel mio stesso errore pochi secondi dopo di me non e’ stata altrettanto fortunata: a lei e’ toccato uno zelante – e incazzato – addetto che le ha tuonato, livido: “No photos, no photos! Take your pictures outside, not here!”. E’ stupefacente come la sala sia ancora li’ e ancora in piedi.

La seriosita’ e il livello elevato del museo si riflette, incredibilmente, nel comportamento accorto e disciplinato dei suoi visitatori. Quasi intimoriti da un ambiente in penombra che sembra voler invitare al rispetto, essi si aggirano per le sale silenziosi, quasi sfiorando il pavimento, attenti a non causare il minimo rumore e rendendo gli spazi dei giganti sonnolenti. Giunta alla sezione dei dipinti del terzo piano mi sono arresa: ho cavato dalla tasca l’iPod e l’ho acceso al massimo volume. Ho evitato cosi’ di finire tra le attrazioni del museo etichettata come “la prima persona capace di addormentarsi in piedi di fronte ad un quadro di Turner”.

Visitare il Victoria&Albert Museum permette di comprendere meglio i ritmi, gli stili, i vizi e gli eccessi della nobilta’ di ieri e di oggi. Insieme ad una postilla ai piu’ sconosciuta: non sempre i discendenti delle nobili casate se la passano bene. E’ il caso di Edward Cavendish, decimo duca di Devonshire, il quale ha preferito pagare parte delle tasse donando al museo alcuni tra i piu’ preziosi arazzi oggi in mostra nella sezione apposita. Insomma, per l’establishment britannico a volte c’e’ il ritorno al baratto. Dopotutto, in qualche modo dovranno pur pagare il dispendioso mantenimento dei possedimenti lasciati loro dai padri e dai nonni, e allora perche’ non usufruire di alcuni dei gingilli che da secoli prendono polvere in soffitta? Oppure far ricorso all’espediente del barone di Montagu di Beaulieu, che ogni anno accoglie nel suo castello e nel suo museo di auto antiche oltre mezzo milione di visitatori, ottenendo entrate sufficienti a conservare la sua tenuta in perfette condizioni*. Dopotutto, anche lui deve pur pagare il dispendioso mantenimento dei possedimenti di famiglia, per l’appunto.

Se nella gran parte dei musei visitare lo shop ad essi annesso e’ solo una perdita di tempo, nel caso del V&A un’occhiata e’ obbligatoria: esso e’, infatti, una vera e propria manifestazione di stravaganza dove vestiti dai colori orrendi si alternano ad orridi cappelli astratti e ad ancora piu’ terrificanti sciarpe dai materiali alternativi e costi affrontabili solo a rate. Collane in finte perle o anelli in plastica a dir poco pacchiani sfoggiano un cartellino degno di un’oreficeria Cartier.
Sicuramente un ottimo punto di rifornimento per il Carnevale, tale shop. Per chi se li puo’ permettere, ovviamente.

* “Dio ci salvi dagli inglesi… o no?”, Antonio Caprarica, cap. 6

Author: Juana
• domenica, gennaio 04th, 2009


La domenica londinese e’ generalmente caratterizzata dal relax. Dopo un’intera settimana passata a correre da un posto all’altro, lavoro compreso, si richiede e si pretende una giornata di stop.
Nelle zone residenziali lontane dal caos del centro, la domenica mattina le vie si svegliano quando e’ ormai l’ora di pranzo. Alcuni solitari passeggiatori fanno capolino dai propri cortili con il cane al guinzaglio, mentre qualche bambino sfida la strada ghiacciata a bordo del suo monopattino. Il silenzio regna sovrano, interrotto ogni tanto dal rombo sommesso delle auto di passaggio sulla strada principale. In simili condizioni neppure spalancare una finestra che da’ direttamente sul marciapiede viene visto come un attentato alla propria privacy.

Il pomeriggio domenicale e’ caratterizzato da passeggiate chilometriche nei parchi. Se il clima e’ tanto clemente da regalare uno spiraglio di sole, si puo’ perfino tentare l’avventura picnic nel prato, a dispetto della temperatura rasente lo zero. Se, al contrario, il cielo incombe con nuvole grigie, ci si accontenta dei sentieri e dei chilometri di passeggiata che possono offrire. La chiusura tarda di molti parchi londinesi, inoltre, permette un girovagare indisturbato fino all’ora di cena.
I parchi non sono l’unico punto di raccolta e di svago. C’e’ chi, incurante dello stress vissuto durante la settimana, preferisce continuare ad immergersi nella frenesia lanciandosi lungo i marciapiedi di Oxford Street, Regent Street o Piccadilly Circus; altri optano per qualche ora di cultura.
La maggior parte dei musei londinesi non richiede alcun pagamento all’ingresso. L’offerta e’ libera, se e quando la si vuole elargire, la qualita’ del servizio offerto tanto alta quanto quella di qualunque altro museo a pagamento del mondo.
La meta preferita dei turisti e’, generalmente, il Natural History Museum, seguito a ruota dal vicino Science Museum. Dinosauri, animali impagliati e navette spaziali attirano come calamite le orde di persone ansiose di farsi una bevuta di sapere. Nelle ore e nei giorni busy il caos presente in questi due musei e’ quasi equiparabile a quello riscontrabile nelle vie piu’ centrali. Migliaia di flash accompagnati da una calca di corpi pressati rendono l’esperienza museo snervante quasi quanto il buttarsi nel fiume di persone presente in Oxford Street.
Piu’ tranquilla e ordinata e’, per contro, la situazione alla National Gallery. Il rispettoso silenzio presente nelle sue vaste sale antiche genera relax e permette di godersi appieno la visita. Un pomeriggio domenicale all’interno della galleria nazionale dei dipinti puo’ essere, dunque, una valida alternativa alla passeggiata nei parchi.

La National Gallery e’ un groviglio di sale, punti di giuntura e corridoi infinito. L’imponenza dei suoi locali, la massiccia presenza di dipinti gli uni accanto agli altri, il continuo camminare senza sosta senza seguire un percorso preciso puo’ generare disorientamento. Le opere si susseguono una dietro l’altra, e non e’ difficile ritrovarsi a fissare un Van Gogh dopo aver appena visionato un Raffaello: basta imboccare la porta sbagliata per ritrovarsi improvvisamente dal ’400 al ’900.
Cio’ che genera disappunto e sconforto nei visitatori italiani e’ la massiccia presenza di dipinti realizzati da pittori nostrani. Ci sono piu’ Canaletto nella National Gallery londinese che a Venezia, piu’ Caravaggio che nella Galleria degli Uffizi fiorentina. Tuttavia, sono conservati ottimamente. Il possesso di una siffatta mole di opere dal valore incalcolabile rende gli inglesi accorti e diligenti verso il patrimonio rinchiuso tra le mura del museo. Non un segno di cedimento, non una crepa nelle centinaia di tele appese all’interno della galleria.
L’ingresso nel museo e’ libero ma altrettanto non si puo’ dire delle audioguide o dei leaflet con la mappa. Per chi non si accontenta di visionare semplicemente una tela, con pochi pound si puo’ ottenere un lettore e un paio di cuffie che accompagneranno l’ospite per tutta la durata della visita illustrando, raccontando e spiegando ogni piu’ piccolo dettaglio del dipinto in esame. Per chi non vuole passare la giornata davanti ad una tela in attesa che la voce vellutata della guida racconti ogni minimo segreto della stessa, ci sono le mappe. Un aiuto, ma di scarsa rilevanza: l’intreccio delle sale e la loro connessione e vicinanza sono tali da rendere superflua qualunque cartina. Impossibile raggiungere una determinata area semplicemente leggendo la pianta, e il rischio di dimenticare qualcosa resta piuttosto alto.

I dipinti appesi alle pareti sono ad un soffio dal viso dei visitatori. Nessun vetro, nessuna transenna, solo blande corde all’altezza delle ginocchia per impedire agli ospiti di rovinare addosso ai quadri in un momento di disattenzione. L’occhio vigile dei guardiani di stanza ad ogni porta garantisce l’incolumita’ delle opere, ma tale vicinanza permette a chi guarda di assaporare ogni piu’ piccolo dettaglio. La delicatezza di Monet, le sfumature di Manet, la fantastica maniacalita’ per i dettagli del Canaletto, la violenza di Van Gogh, la perfezione del Caravaggio, la calda opprimenza degli artisti fiamminghi, i colori catarifrangenti di Garofalo – che, tra l’altro, fa venire voglia di spaghetti al solo leggerne il nome – sono ad un passo dal proprio naso.
Laddove molti dipinti suscitano ammirazione, altri non possono fare a meno di scatenare ilarita’. In una delle sale piu’ antiche, dedicata al ’700 britannico, puo’ accadere di imbattersi nel ritratto di una nobildonna inglese, tale regina Charlotte, che con molta probabilita’ venne buttata giu’ dal letto alle cinque del mattino prima di essere schiaffata di fronte alla tela. L’effetto e’ esilarante e il dipinto parla da se’, con tutto il rispetto per Sir Thomas Lawrence.

La presenza degli addetti ad ogni porta e’ discreta e quasi invisibile. Seduti sulla loro sedia o in piedi a braccia incrociate, sorvegliano il flusso ordinato dei visitatori, attenti che nessuno di loro si avvicini troppo ai dipinti e finisca col fare danni. L’incredibile noia derivata dalla loro mansione priva di stimoli rende la maggior parte di tali addetti brusca. Alla domanda “Excuse me, at what time will the gallery close?” (“Scusi, a che ora chiudera’ il museo?”) non e’ raro ricevere una risposta del tipo “Five minutes before six everybody has to be out!” (“Cinque minuti prima delle sei devono essere tutti fuori!”). Piu’ una minaccia che un’informazione.

Due ore trascorse nella quiete e nel tepore della National Gallery fanno dimenticare quanto freddo possa esserci fuori in queste giornate di inizio anno. Il gelo, secco e pungente, si insinua prepotentemente nel naso, portandolo a bruciare come se avesse sniffato aceto. Nelle fontane di Trafalgar Square il ghiaccio regna sovrano, per la gioia dei turisti che vedono in esso un’opportunita’ per fare uno scatto fotografico insolito. A Walthamstow, quartiere di collina, dopo le cinque i residenti sono costretti a rientrare in casa scivolando. Un paio di pattini per ghiaccio sarebbe senz’altro piu’ indicato, vista la superficie completamente bianca delle strade. Le auto, ricoperte di uno strato notevole di ghiaccio che sulle maniglie si e’ trasformato in minuscole stalattiti, sembrano un rimasuglio del set di “The day after tomorrow”.