Io non sono una pattinatrice professionista. Pero’ sono sconsiderata. Appena vedo un rettilineo, mi lancio. Avvallamenti, ostacoli, sassi, pedoni, piccioni che potrei trovare sulla mia strada: cerco di non pensarci, cosi’ da non perdere concentrazione ed equilibrio. Perche’ sembra difficile crederlo, ma pattinare richiede un’altissima dose di concentrazione. Non conscia, quella concentrazione indotta rischia di farti cadere – il pensiero “oddio, sbando… sto sbandando, vero? E ora?” si conclude quasi sicuramente con un ruzzolone – no. È una concentrazione inconscia. Di quelle che lavorano anche quando sembra che tu sia assorbito dal paesaggio e dalla musica pompata a tutta forza nelle orecchie e non dalla strada che sfreccia sotto i tuoi piedi.
Parte della mia sconsideratezza risiede anche nella totale assenza di protezioni: niente ginocchiere, che rendono le spinte impossibili e te un robot; niente casco: non sto andando in guerra; niente polsiere. Queste ultime sarebbero la prima protezione da indossare, soprattutto se hai un polso triturato come me. Soltanto, Londra, la citta’ delle regole e della sicurezza personale, deve ancora offrirmi un negozio che mi venda le sole polsiere senza rifilarmi l’intero kit, compreso il giubbotto catarifrangente, a prezzi proibitivi.
Di solito, malgrado la mia sconsideratezza, va tutto bene e torno a casa impolverata, ma intera. Quando guardo al passato e alla mia collezione di botte e lussazioni – un polso, quello ancora buono, incrinato tre anni fa, un ginocchio tumefatto due anni fa e, per concludere, una costola quasi spezzata l’anno scorso – mi interrogo su cosa mettero’ tra i trofei del 2009. Per ora mi basta sperare di rientrare in Italia senza ossa rotte come souvenir del mio soggiorno britannico.
I peggiori nemici di un pattinatore a Londra sono due, collegati: il vento e la sporcizia che esso porta sulle piste. Se, poi, ci aggiungiamo anche i soliti, maledetti piccioni in volo – gia’ pericolosi per i camminatori – il quadro di insicurezza while skating e’ completo.
Altre volte l’ostacolo non e’ propriamente un ostacolo quanto piu’ un elemento che, per essere evitato, rischia di farti volare dritto nell’acqua gelata del Serpentine. Parlo del gradevole souvenir lasciato dai cavalli di passaggio. In mera teoria avrebbero la loro pista di terra battuta; in pratica, per qualche oscura ragione, i cavallerizzi preferiscono passare sulla strada asfaltata subito adiacente, fregandosene della terra battuta, del fatto che quella strada e’ di pedoni e ciclisti e, soprattutto, di cio’ che i loro adorati equini lasciano: un tappeto di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Impossibile, a volte, trovare un buco, uno sprazzo di strada pulita nei quali infilarsi per evitare di inzaccherare le rotelle di quel profumoso fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Impossibile anche solo pensare di mettere tali pattini nella loro sacca, issarsela in spalla e portarli a casa, in camera, quando sono pieni di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso. Se si e’ fortunati si riesce a vedere tale gradevole tappeto in anticipo e a svoltare prima di arrivarvi sopra; se si e’ sfortunati, la svolta per evitarlo sara’ talmente brusca da terminare inevitabilmente con un french kiss all’asfalto.
Fortunatamente, ci sono i paladini del pulito di Hyde Park. Al massimo mezz’ora dopo il passaggio della mandria di equini e cavalieri indisciplinati, intervengono coi loro modernissimi camioncini dotati di rulli, aspiratori e spruzzatori. In un lampo il tappeto di fieno masticato-ingoiato-pastorizzato-e-infine-espulso scompare.
La parte piu’ sicura, rilassante e con l’asfalto migliore, in Hyde Park – il parco piu’ amato dai pattinatori, forse perche’ e’ l’unico che offre piste lunghe e decenti! – e’ il rettilineo che va da Hyde Park Corner fino al Serpentine Bridge. Forse e’ per questo che i pattinatori, di solito, sono concentrati tutti li’. Alcuni lanciati in blande passeggiate andata/ritorno – e’ il mio caso – altri impegnati in contorti esercizi con birilli, aste, ostacoli di ogni tipo che aggirano, saltano, svicolano in un equilibrio perfetto, facendoti provare quel misto tipico di ammirazione e invidia e inducendoti a chiederti se siano per caso nati con quei roller ai piedi, se siano sbucati fuori dalla pancia della mamma svicolando in quello stesso modo tra un’ostetrica, una ginecologa e un padre in preda al classico collasso post-assistenza-parto.

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