National Gallery, National Portrait Gallery, Tate Modern, Tate Britain: in fatto d’arte Londra ha moltissimo da offrire. La Tate Britain, la galleria dedicata agli artisti inglesi e alle opere riguardanti l’Inghilterra, e’ un po’ il sunto dei musei concorrenti.
Camminare per le sale della Tate Britain provoca in chi ha visitato le altre gallerie un continuo senso di déjà-vu. Si reincontrano volti ormai familiari come quello di Cornelia Veth, di Emma Hamilton e, naturalmente, di Elisabetta I. Non si puo’ fare a meno di percepirli come amici intimi, ormai, proprio come i pittori gia’ incontrati alla National Gallery e alla Portrait Gallery. Ad esempio, nella sala 9 e’ possibile incappare in un altro capolavoro di Sir Thomas Lawrence: dopo la fantastica riproduzione di una Queen Charlotte buttata giu’ alle cinque del mattino, ecco che ci propone una Hannah Philadelphia immortalata subito dopo la colazione. Insomma, se non erano spettinate e distrutte Sir Lawrence non le dipingeva.
La principale caratteristica che differenzia e distanzia la Tate Britain dai musei concorrenti e’ la disposizione delle opere al suo interno. Il caos di cornici e l’accozzaglia di colori tipici della National Gallery alla Tate Britain si trasformano in sale ariose, poco affollate e dall’intonaco ben bilanciato. Voluto o no, i colori delle pareti si sposano alla perfezione con quelli dei dipinti ad esse affissi, regalando all’occhio una piacevole sensazione di relax.
Questa comunione cromatica permette di concentrare la propria attenzione esclusivamente sui soggetti dei quadri, senza distrazioni. Analogie tra opere simili non sfuggono, esattamente come i rari e sorprendenti casi di reincarnazione. Uno di essi e’ nella sala 2, subito accanto all’ingresso: la zia di Maggie Smith nelle vesti di Minerva McGrannitt sorride pacata indossando la medesima veste nera e il medesimo cappello a punta.
Non mancano dipinti sullo stile delle nobildonne scapigliate di Sir Thomas Lawrence. Joshua Reynolds, ad esempio, ce la mette tutta per imitare il collega proponendoci una Miss Monckton in piena sbronza.
La Tate Britain contiene dipinti appartenenti ad artisti inglesi, ma puo’ accadere di incappare in pittori stranieri che hanno voluto riprodurre su tela vedute della Gran Bretagna. Nelle sale della galleria e’ finito anche Canaletto, che almeno una volta nella vita decise di smetterla con le vedute di Venezia e cominciare con quelle della campagna inglese. Lo si riconosce a distanza, ancor prima di leggerne il nome nell’etichetta a lato della cornice: i dettagli maniacali, gli edifici perfetti e la luce calda sono tutte caratteristiche tipiche del pittore italiano, esattamente come i vestiti dallo stile prettamente veneziano delle persone inserite nella rappresentazione.
Benche’ la Tate Britain si differenzi dalla sorella maggiore, la Tate Modern, per l’antichita’ e la classicita’ dei quadri esposti in essa, anche li’ non mancano le stramberie. Soltanto, alla Britain sono curiose e, in qualche modo, affascinanti.
Un esempio di assurdo e’ dato dall’opera di Subodh Gupta piazzata all’uscita della sala 9. Si tratta di un enorme albero fatto di mestoli, padelle, coperchi e pignatte d’acciaio: nel decennio precedente Gupta era senza dubbio un ristoratore.
La mostra temporanea dedicata a Hurvin Anderson, invece, riporta i visitatori indietro nel tempo, all’epoca della scuola dell’obbligo: dipinti a tempera tanto discutibili li si vede solo dietro i banchi dei ragazzi delle medie.
Fortunatamente non mancano le sezioni degne di nota e di apprezzamenti. La sala 8, dedicata a Cecil Collins e William Blake, mostra come anche la pittura astratta possa sfornare dipinti pieni, concisi e comprensibili e dalla scala cromatica inusuale. Oppure i capolavori di John Constable e James Tissot – quest’ultimo riconoscibile dagli onnipresenti vestiti a righe delle sue dame – il vellutato April Love di Arthur Hughes, i meravigliosi dipinti di Dante Gabriel Rossetti, la Ophelia di Millais.
Un’ala della Tate Britain e’ dedicata a William Turner. Guardando le bozze e gli schizzi di quelli che sono poi divenuti i dipinti piu’ famosi dell’artista viene da chiedersi come sia riuscito Turner a cavare da quei pochi segni e scarabocchi opere di una bellezza unica.
L’esposizione in ordine cronologico dei quadri consente di vivere passo dopo passo l’evoluzione e i mutamenti subiti dalla tecnica dell’artista: dipinti cupi e dalla luce quasi assente alla fine del ’700, rilassanti, tiepidi e luminosi dall’800 in poi.


Commenti recenti