
Because change happenZ, recita lo slogan della Zurich.
And madnesses too!, aggiungo io.
Queste frasi mi frullano per la mente tutto il tempo mentre ripenso alla mia mattinata di oggi.
Ore 13. Dopo un infinito viaggio in metro da Walthamstow ad Elephant&Castle e un altrettanto infinito viaggio in bus da Elephant&Castle a New Cross Gate, faccio il mio ingresso nel Richard Hoggart Building: l’edificio principale della Goldsmiths University of London.
Spedita, varco la triplice porta a vetri, facendomi largo tra la fila di studenti in pausa pranzo, e sicura mi dirigo verso il corridoio di sinistra, dove c’e’ l’Admissions Office. Scopo: chiedere di persona informazioni su eventuali corsi serali per laureati stranieri.
L’aria che si respira nella zona ovest del Richard Hoggart e’ quieta e pacifica. Il corridoio nel quale mi dirigo e’ deserto, al contrario del suo gemello della zona est. L’Admissions Office, di conseguenza, e’ un’assordante oasi di silenzio dove il mio colpetto al campanello diventa un boato.
L’addetto che accorre composto al mio suonare e’ alto, dall’aria intellettuale e incredibilmente smunto. Sembra sia stato messo sottovuoto. Alla mia richiesta di informazioni mi porge una Bibbia – un opuscolo in formato A4 da almeno 200 pagine – e mi fornisce alcune indicazioni. Informazioni che si perdono nel mormorio indistinto della sua voce malinconica dalla pronuncia a stento comprensibile. Prendo il mio mattone, pardon, la mia guida ai corsi, ringrazio e me ne vado.
La mia sortita alla Goldsmiths di stamattina e’ stata dettata da pura curiosita’. Ero gia’ stata li’ un anno e mezzo fa, quando avevo voluto vedere da vicino l’equivalente del mio dipartimento di Scienze della Comunicazione, ed ero gia’ stata all’Admissions Office per chiedere informazioni sul campus e sui corsi specialistici. Nel giugno del 2007 tutto cio’ che riuscii a vedere – a causa del severo regolamento che vieta agli estranei di girare per i corridoi – fu l’Ufficio Ammissioni. La totale assenza di ragazzi dovuta alla pausa estiva non permise quello che invece stamattina ho fatto: mescolarmi tra gli studenti. E’ stata una decisione di un attimo: arrivata di fronte alla Great Hall anziche’ imboccare la porta d’uscita come avrei dovuto fare sono andata oltre.
Con un opuscolo sottobraccio, l’aria disinvolta – o faccia tosta di chi finge di non star facendo nulla di sbagliato – e un’eta’ apparente di 21/22 anni – fatto che letteralmente mi perseguita, qui – sono riuscita a confondermi alla perfezione col flusso di studenti diretto al corridoio est.
Credo di aver avuto un sorrisino beota e gli occhi accesi per tutto il tempo in cui ho percorso l’infinito tunnel d’accesso alle aule. Mi sentivo come un bimbo alla sua prima volta a Disneyland, e chi mi conosce sa perche’. Era come se capissi finalmente appieno l’esperienza di Rachel. Al di la’ dell’entusiasmo, pero’, non riuscivo proprio a capacitarmi di essere stata talmente sfrontata da aver imboccato quel corridoio e di stare ora girovagando per sale e aule come se fossi una studentessa abilitata. Il ragazzo dietro il tavolo del Media Equipment Centre, una sorta di piccolo magazzino piazzato nel mezzo del corridoio, mi ha guardata interrogativo quando ho adocchiato con curiosita’ quella stanza piena di scaffali e apparecchiature tecnologiche.
Benche’ il Richard Hoggart sia, insieme alla Warmington Tower e al Ben Pimlott Building, l’edificio piu’ grande della Goldsmiths, sapevo dove andare. Settimane di studio esclusivamente su questa universita’ mi hanno aiutata ad imprimermi la mappa del campus in mente in maniera indelebile. Non ho mai corso il rischio di perdermi, insomma.
La mia traversata del corridoio chilometrico e’ finita con l’arrivo alla porta sul lato opposto, la porta d’accesso all’esterno e al Green College. Il vasto prato, piu’ verde che mai, era deserto.
Una panchina in un angolo e’ divenuta il mio tavolo da pranzo. Il solito panino home-made e’ stato guardato con bramosia dagli studenti di ritorno dall’ultima lezione prima della pausa.
Ho assaporato tranquilla quella pace e quel panorama. Come studentessa avrei senza dubbio collegato quegli edifici ad esami e progetti, ma come esterna ho avuto il privilegio di godermi la visita senza ansie e senza pensieri.
La Goldsmiths University of London e’ una microcitta’ nella citta’. Ad edifici di ogni dimensione in cui trovano asilo aule, laboratori, sale ricreative e club si alternano schiere di graziose casette ad un piano in cui sono ospitati uffici, appartamenti degli insegnanti e degli studenti. L’impressione che si ha camminando per le sue stradine colme di auto e’ di essere in un qualunque quartiere periferico londinese. Solo i cartelli direzionali, sovrastati dall’intestazione, ricordano dove ci si trova realmente.
Il mio peregrinare per le viuzze e i corridoi della Goldsmiths si e’ concluso con il rientro nel Richard Hoggart da quella stessa porta dalla quale ero uscita quasi un’ora prima. Il corridoio, ora semideserto a causa dell’inizio dei corsi pomeridiani, appariva ancora piu’ lungo e soffocante.
Uscendo dal portone principale mi sono quasi scontrata con dei ragazzi poggiati alla colonna, assorbiti dalle loro sigarette. Un dettaglio, solo un piccolo dettaglio, che pero’ e’ andato ad aggiungersi al montone di piccole coincidenze da me notate nella passata ora.
Il viaggio di ritorno in bus e’ stato perfino piu’ lungo dell’andata. Alla fine, esasperata, sono scesa alla stazione della Tube di Oval e ho proseguito a piedi. Se fossi stata abbastanza sfrontata avrei suonato alla porta del 24 di Holland Grove e preteso l’invito per un te’, ma mi sono limitata a fare due passi per Camberwell, respirando il suo smog impressionante e notando con una punta di curiosita’ le flotte di villette georgiane tappezzate di cartelli con su scritto “To Let”.
Ancora una volta, come la passata volta, non ho potuto fare a meno di notare la netta divisione in zone tra gente bianca e gente di colore.

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